Recensione: Ten Years On 1995 – 2005

Di Mauro Gelsomini - 5 Dicembre 2006 - 0:00
Ten Years On 1995 – 2005
Band: Arena
Etichetta:
Genere:
Anno: 2006
Nazione:
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71

Sono già passati dieci anni, undici nel momento in cui scrivo, da quando – sembra ieri – gli Arena di Mick Pointer (Marillion) e Clive Nolan (Pendragon) facevano il loro esordio discografico con “The Songs From The Lions Cage”, eppure tra quel debut e l’ultimo Pepper’s Ghost, dello scorso anno, intercorrono ben cinque altri studio album, la cui fedeltà al filone intrapreso agli inizi, unitamente a un songwriting mai prepotente e allo stesso tempo fresco, ha contribuito a donare continuità alla proposta della prog band inglese.

La compilation in oggetto, nata proprio per celebrare il decimo anniversario di carriera, anche se i festeggiamenti proseguiranno ancora con un DVD dal titolo “Smomke and Mirrors” relativo all’ultimo tour, il più ampio della band, con oltre venti nazioni toccate.

“Ten Years On” tocca tutte le tappe della vita del progetto, riservando – quasi fosse la scaletta di un live show – il ruolo di opener all’anthemica “Smoke & Mirrors”, tratta dall’ultimo album, citato ancora poco prima del finale con “Bedlam Fayre”: la selezione dei due pezzi più scoppiettanti del lotto probabilmente lascia intendere che questa raccolta è destinata agli amanti degli Arena più pomp, corali e – diciamola tutta – metallici. Sì, perché accanto ai brani di chiara influenza art-prog come quelli citati, troviamo anche episodi marcatamente debitori di certo metal teutonico (ricordo che solo con l’ultimo Pepper’s Ghost la band è entrata nelle classifiche europee), con la componente prog-pomp americana – chi ha detto Savatage? – sempre ben rappresentata.
Proseguendo il cammino a ritroso, da “Contagion” sono tratte “Skin Game” e “Salamander”, due delle tante gemme di un oscuro e pessimistico concept del 2003, il secondo con l’attuale line-up: al fianco di Mick e Clive troviamo Rob Sowden (vocals), John Mitchell (guitar) e Ian Salmon (bass, già con Threshold e Shadowland). Il quarto album, “Immortal?”, usciva nel 2003 con la stessa formazione, album transitorio, forse il più diretto e meno intimo dell’intera produzione, qui rappresentato da “The Butterfly Man” e “Chosen”, quest’ultima proposta nella versione live inedita del 2005.
“The Hanging Tree” e “Crack In The Ice” sono due delle più interessanti tracce dell’intricatissimo concept album “The Visitor” (1998), per chi scrive il migliore e più avvincente dal punto di vista lirico. La line-up vede qui Paul Wrightson alla voce e John Jowitt (IQ, Jadis) al basso, subentrati in occasione del precedente “Pride” (1996), dal quale è tratta la sola “Empire Of A Thousand Days”, peraltro qui ri-registrata e ri-cantata dall’attuale singer Rob Sowden. Il disco fa il paio con il debut, per via degli otto capitoli di “Crying For Help”, equamente distribuiti tra le due release e successivamente riuniti nell’album “The Cry”, del 1997, concept nel Saga-style – ovviamente molto meno criptico – dei “Chapters”.
Il gran finale è riservato – ci mancherebbe altro – alla grandiosa ed epica suite “Salomon”, che chiudeva quel debut ancora inarrivato, per chi scrive, forse grazie alla voce di John Carson, vera e propria meteora assieme al bassista Cliff Orsi.

Sebbene io non sia un sostenitore delle compilation, credo che questa band meriti una maggiore visibilità, e forse un “Best of”, con tutta la discutibilità dell’appellativo, è il giusto viatico per raggiungere coloro che sono ancora digiuni delle release di questa band.

Tracklist:

  1. Smoke and Mirrors
  2. Skin Game
  3. Hanging Tree
  4. Butterfly Man
  5. Chosen (live)
  6. Empire Of A Thousand Days
  7. Crack In The Ice
  8. Salamander
  9. Bedlam Fayre
  10. Solomon

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