Recensione: Terminal Velocity

Di Matteo Bevilacqua - 6 Settembre 2020 - 12:12

Il premio Nobel per la letteratura Bertrand Russell diceva che in ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato.

Applicando la citazione al nostro contesto possiamo affermare che i personaggi che ruotano attorno all’universo Dream Theater, e nello specifico Mr. John Petrucci, siano dei musicisti con la M maiuscola. La validità del assunto si ammette a priori, per evidenza o convenzione, allo scopo di metterci tutti d’accordo e andare avanti tranquillamente con le nostre vite, quasi dimenticandoci di tenere d’occhio la crescita e l’evoluzione di suddetti Musicisti, di mettere quel famoso punto interrogativo, insomma. Una seconda premessa è data dal fatto che con il pullulare dei guitar hero di ogni caratura (da Guthrie Govan a Buckethead, fino all’oceano di fenomeni da circo che popolano Youtube) risulta difficicile oggigiorno rimanere colpiti da un album di puro virtuosismo chitarristico. Detto ciò, le domande sorgono spontanee: cosa potrà avere ancora da dire Petrucci? Perchè dovremmo investirci altro tempo? Stiamo per assistere a un timido e forzato tentativo di dimostrare la sua esistenza in un mondo ormai saturo di musica di ogni tipo?

Andiamo, allora, a scoprire questo Terminal Velocity, che vede la luce ben 15 anni dopo Suspended Animation. Partiamo dalla line-up. L’hype per l’uscita ha guadagnato in risonanza perché per la prima volta in 10 anni, John è raggiunto dal suo collaboratore musicale di lunga data, uno dei suoi amici più cari, e senza dubbio uno dei più grandi batteristi, l’incomparabile Mike Portnoy. Momenti come questo non si verificano così spesso e per i fan di lunga data di Dream Theater e Liquid Tension Experiment questa reunion è stata attesa anche troppo. Al basso ritroviamo, invece, il grande Dave LaRue, militante nei Flying Colors (altra band di Portnoy). A tal proposito potremmo discutere della interessante somiglianza della copertina di Terminal Velocity con quella di Flying Colors del 2012, ma veniamo al disco.

L’opening track è anche la title track e si presenta immediatamente con un mood ottimista e un riff up-tempo molto scolastico e per certi aspetti un po’ scontato, ma fin da subito si coglie lo squisito gusto melodico di Petrucci. A metà brano l’atmosfera subisce un cambio netto e improvviso: John senza imbarazzo preme il tasto dell’acceleratore e da lì è un non ritorno. Abbiamo solo giocato fino ad ora perchè “Terminal Velocity” diventa un immenso piacere da ascoltare. Le chitarre ritmiche (molto anni ’80) creano la base perfetta per un Petrucci in piena forma che spazia dal blues al tecnico al melodico e non ci dà il tempo di riflettere, ogni preconcetto è stato spazzato via per cui ora questo album ha davvero ha la nostra attenzione.

Interessante il titolo di “The Oddfather”, potrebbe essere un richiamo a The Godfather (Il Padrino) oppure l’espressione odd time signature (tempo irregolare). Il dubbio perde di importanza perché appena il brano inizia le domande diventano superflue. Il pezzo è una bomba e presenta la spledida alternanza tra una linea melodica essenziale e dei precisissimi palm mute che ricordano “Metropolis pt.I”. Le due componenti si sposano perfettamente e a volte la chitarra pare quasi piangere. A differenza di altri strumentali non è solo lo sfoggio di tecnica a mantenere l’ascoltatore attento, in questo caso il brano scorre in maniera fluida e organica, ogni sua parte è una scoperta e la base fornita dalla sezione ritmica pur essendo una certezza non è scontata.

La successiva “Happy Song” può confondere e spiazzare al contempo: sembra quasi che Petrucci, infatti, si stia concedendo un momento di pausa o di umorismo. Il riff davvero allegro (da cui il titolo) è di casa punk rock alla Sum 41 o Blink182 (e potrebbe tranquillamente essere il sottofondo per una puntata di Hannah Montana!). Al contempo, il bel lick in hammer on pull off / economy picking, nonostante sia d’impatto, sembra inserito appositamente per zittire eventuali critiche. Se gran parte del disco fosse stato su questi binari sonori sarebbe sorte diverse perplessità, ma così non è fortunatamente. Inutile dire che il brano comunque è davvero ben suonato, diavolo di un John…

Siamo ora al cospetto di “Gemini” e il titolo evoca qualcosa di duplice. Il mood è rovesciato di segno rispetto al brano precedente e ci troviamo nel campo dello speed metal che per qualche oscura ragione – absit iniuria verbis! – strizza l’occhio ai Children Of Bodom (senza però le loro atmosfere crepuscolari). Segue un pesante riff di matrice sabbathiana e subito dopo un breakdown totale e romantico. Siamo di fronte a tanta classe nella scelta delle note che ci coinvolgono e non risultano mai stucchevoli. Davvero apprezzabile come lo stesso tema melodico venga di volta in volta condito presentando minime variazioni e assumendo connotati più vocali; poi è la volta nuovamente di un’accelerazione (ecco i gemelli del titolo…) cui segue una sezione flamenco. Completamente inaspettata, anche al secondo e terzo ascolto questo cameo continua a destare stupore. Ecco la meraviglia di come John riesca a incorporare il mood spagnoleggiante con degli assoli al fulmicotone seguiti da un tema che somma i due aspetti in un crescendo emotivo che non ha eguali. Momento in assoluto più bello del disco finora. Un’ultima sezione quasi dissonante che ci riporta ai gemelli si conclude nuovamente reivocando l’eco di Alexi Lahio.

Non poteva mancare in scaletta una nuova “Lost without you”, così ci godiamo “Out Of The Blue”. Esprimendoci in termini matematici potremmo dire che John Petrucci : Steve Vai = Out Of The Blue : Tender Surrender. Nient’altro d’aggiungere, sentitela e basta (e se non avete mai ascoltato “Tender Surrender” non apettate ulteriormente) “Glassy Eyed Zombies” presenta riff dal sound più moderno, sicuramente più cattivo e con degli intermezzi con lievi dissonanze alla Jeff Loomis (Arch Enemy, ex-Nevermore), e un ritornello con un suo quid. Quando sul riff cadenzato si contrappone la linea melodica si sente davvero il genio creativo, ancora una volta i preconcetti si sbriciolano tra le mani… Non siamo soltanto al cospetto di un’esecuzione perfetta, ma stiamo ascoltando le parole di un artista che ha ancora molto da dire. Bello quando si va in double tempo, un momento che oserei definire tamarro ma che presenta anche una bella scelta di note che catturano l’attenzione. Il tutto termina poi con l’assolo meramente heavy metal con una base heavy / power e uno sweeep picking e alternate picking che non fanno rimpiangere il passato. Quest’uomo non ha perso il tocco.

Nonostante il bell’inizio trionfale che lascia spazio a un riff epico e a un unisono chitarra-basso, “The Way Things Fall” risulta un pezzo più debole, a tratti un filler. Il tema in particolare non attecchisce e prevalgono le autocitazioni. Sul quarto minuto siamo siamo salvati da un bel groove dove l’improvvisazione chitarristica simil Andy Timmons (sia come scelta di note che di suono) viene poi spazzata via da uno speed metal stile Annihilator, che riporta al tema iniziale. Tutto sommato discreto, ma come brano nella sua interezza è trascurabile rispetto al livello generale dell’album. Con “Snake In My Boot” sembra di tornare indietro di 30 anni e di ascoltare uno Steve Morse sotto steroidi. I lick blues si sprecano e la maestria tecnica non lascia alcun’ombra di dubbio su chi sia l’imperatore di turno. Pezzo estremamente divertente e coinvolgente in cui John si concede di suonare in maniera aggressiva dalla prima all’ultima nota. Concludiamo il nostro viaggio con “Temple Of Circadia” che mette le cose in chiaro fin da subito: questo è prog, molto pesante (non a caso compare la Music Man 7-corde) con un tempo irregolare e una scelta d’accordi spiazzanti. Fondamentale anche la presenza di Portnoy, che non perdona: i fan del genere si leccheranno i baffi. Negli ultimi minuti del disco assistiamo a uno splendido cambio di direzione, il metronomo rallenta improvvisamente e ci troviamo nel bel mezzo di una ballad dove l’emotività chitarristica di John è a dir poco straziante. Col cuore infranto raccogliamo i pezzi in fretta perchè il pedale dell’acceleratore viene premuto per un’ultima volta. I giochi son fatti.

Terminato l’ascolto di Terminal Velocity, ciò che resta del disco è anzitutto un’assoluta onestà intellettuale. Petrucci non sta cercando di reinventarsi, di dimostrare chissà che cosa. Alla luce del fatto che le nuove generazioni abbiano partorito un esercito di velocisti e geni dello strumento, spicca comunque il suo senso della melodia, il gusto assolutamente personale, ovviamente tinto di una tecnica sempre impeccabile. Nel complesso, questo album è uno sforzo tanto coeso quanto diversificato, che mostra l’evoluzione musicale sconfinata di Petrucci maturata negli anni. Durante questa corsa emozionante, il suo modo di suonare è sensibile, dinamico, aggressivo, oscuro e divertito, con il suo tono squisito che emerge da protagonista assoluto.

Riprendendo l’inizio della recensione, forse quanto detto finora potrebbe tranquillamente essere ridimensionato in un’unica frase, che seppur scontata è autentica: Terminal Velocity non solo sarà apprezzato dai vecchi e nuovi fan di Petrucci, ma anche da quella vasta fetta di audience che, forse per superficialità, troppo a lungo ha inserito un tale maestro nel novero dello scontato.

 

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