Recensione: Terraformer

Di Haron Dini - 1 Ottobre 2019 - 12:00
Terraformer
Etichetta:
Genere: Progressive 
Anno:2019
Nazione:
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85

Spesso e volentieri quando si parla di musica progressive ci si aspetta sempre qualcosa di creativo, ma allo stesso tempo che sia eterogeneo. Con il passare degli anni, quando abbiamo preso dimestichezza con questo genere, si impara che il progressive più che un genere, in realtà è un’idea, un modo di suonare e ognuno lo interpreta a suo modo. Possiamo fare mille esempi – Haken, Between The Buried And Me, Protest The Hero e Leprous – tutti quanti gruppi progressive, ma c’è sempre qualcosa di diverso che li rende unici, nonostante il genere che li accomuna. Ecco, chi conoscerà per la prima volta i Thank You Scientist vivrà una vera e propria sorpresa.
Orignari del New Jersey, i Thank You Scientist propongono un prog rock/metal misto a fusion, ma con l’aggiunta molto particolare dei fiati. La novità di questa band pazzoide, ma che allo stesso tempo si fa apprezzare molto, sono proprio le trombe e sax, che portano il loro sound a tratti vicino al jazz o addirittura in panorami ska. Con il loro terzo lavoro, Terraformer, ci avventuriamo nel loro mondo fatto nuovamente di vita, spazio e psichedelia.

Wrinkle” è la traccia di apertura, brano strumentale, dove i fiati prendono la piena padronanza del brano, composto principalmente da unisoni con il violino, mentre chitarra, basso e batteria fungono solo da parte ritmica. Segue “FXMLDR”, brano che riprende molto i vecchi lavori dei Thank You Scientist. Il pezzo è costruita in maniera egregia tra fraseggi di classe, voce sempre stupenda in pulito, ritornello che va tendenzialmente sul prog rock alternativo e intermezzi jazz dove i fiati fanno un lavoro fantastico nei tempi dispari. “Swarm”, invece, dalla partenza psichedelica, è la traccia chiave che dà un esempio di come si suona musica usando le leggi del jazz: ognuno fa quello che vuole, ma riesce ad incastrare benissimo ogni singola nota nell’insieme complessivo. Per rendere la canzone più sciolta troviamo perfino momenti dal pathos incredibile con vocals in acuto e parti rockeggianti. “Son of a Serpent” si apre con la tipica musichetta da radio americana anni ‘40/’50; poco dopo il ritmo cambia, proponendo atmosfere altalenanti, tra parti quasi aggressive e altre più tranquille, aggiungendo un po’ di funk, un po’ di orchestra e virtuosismi vari. Lo so… parlandone così può sembrare un’accozzaglia di roba messa a caso, ma, credetemi, è tutto ben studiato, ci vogliono diversi ascolti per assimilare il pezzo.

Dopo “Birdwatching”, un semplice intermezzo ambient con voce (che permette all’’ascoltatore di riprendere fiato), con “Everyday Ghost” la musica cambia. Si tratta, infatti, di una mini-suite di dieci minuti composta da tutto quello che non ti aspetteresti. Voce a dir poco sublime, ritmiche di chitarra e assoli dalla maestria assoluta, attraversando generi disparati, con parti cervellotiche in stile Guthrie Govan. Il lavoro delle trombe e del sax è fantastico e la batteria sempre attenta al colpo: nel complesso “Everyday Ghost” è un brano dalle mille sfaccettature. “Chromology”, con la sua partenza di minimoog, ci propone un sound vintage e moderno allo stesso tempo. Parti folkloristiche si fondono con il prog rock e metal, creando la combo giusta per far funzionare un brano di 9 minuti scorrevolissimo. L’evocativa “Geronimo” è la traccia che spicca maggiormente in tracklist: un brano che si concentra solo ed esclusivamente sulle parti musicali più oniriche e suggestive. Non va considerata una vera e propria ballad, ma sicuramente è un brano che fa emozionare. “Life On Vermin” con i suoi otto minuti gira sulle stesse coordinate della precedente, condita con un po’ di patchanka e jazz d’avanguardia. “Shatner’s Lament”, invece, è un breve intermezzo di musica lounge e classica che fa da apertura alla seguente “Anchor”, pezzo con sonorità folk sentimentale e parti di trombe effettate (quasi cupe). L’undicesimo pezzo in scaletta serve giusto per smorzare e cambiare i toni del disco, mentre “New Moon”, col suo climax tribaleggiante da impero giapponese, è il collegamento perfetto al brano che dà il titolo al platter. Con “Terraformer” si ritorna dove eravamo partiti, quasi come se ci mancasse una sensazione di déjà-vu. Tutto quello di cui abbiamo bisogno, tutto quello che cerchiamo e che abbiamo trovato nell’album lo (ri)troviamo in questo brano. Progressive, jazz, mathcore, assoli al fulmicotone, orchestrazioni e ritornelli ska (che vanno a braccetto con il metalcore) sono la pozione magica che ci regalano i Thank You Scientist, per aver ascoltato qualcosa di originale e fuori dal normale.

La proposta di questa band è molto particolare, ma chi li conosce sa di cosa stiamo parlando. Terraformer è uno di quei dischi che richiede tempo e ascolti attenti, prima che possa nascere un apprezzamento o un amore corrisposto per questa musica e per il gruppo. Fidatevi, i Thank You Scientist hanno le carte giuste per fare grandi cose e questa loro terza fatica lo è di sicuro.

 

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