Recensione: The Birth of Death

Tornano sulla scena, dopo dieci anni di silenzio, gli alfieri aretini del Death Metal Bull Bastard. Risale infatti al 2015 la loro ultima opera, intitolata “Echo of the Silence”, composta da quattro brani imperniati su di una concezione del Metal estremo piuttosto innovativa. Lo stile del quartetto prevedeva l’insufflaggio di elementi Progressive, Groove Metal e inserti a due passi dal Jazz nelle classiche trame del Death Metal. Il prodotto finito risultava interessante anche se presentato in una forma ancora un po’ acerba; “The Birth of Death”, la nuova fatica del combo toscano, rappresenta la naturale evoluzione del disco precedente. Il nuovo lavoro mostra i chiari segni di un buon ‘invecchiamento’ da parte della band, che si ripresenta nel 2025 con una formazione parzialmente rinnovata e una maggior consapevolezza dei propri mezzi. L’ultimo brano dell’album, intitolato in modo molto eloquente “Re-Born“, chiude una vera e propria ‘rinascita’ discografica in cui i Bull Bastard hanno rimaneggiato parecchio il loro stile, eliminando le ‘svisate’ Jazz per rinsaldare le fondamenta Progressive Death. Rimangono, sparse nei 32 minuti di durata di “The Birth of Death”, le abituali suggestioni vicine al Groove Metal: questa scelta trova la sua ragion d’essere nella primissima incarnazione del gruppo, nato nel 2005 come cover band dei Pantera.

Dieci anni non sono pochi: i Bull Bastard hanno avuto a disposizione un lasso di tempo abbastanza lungo per affinare le loro armi, giustificando così una tangibile evoluzione compositiva che, come è facile immaginare, non può che accompagnarsi ad un’inevitabile crescita anche dal punto di vista umano. L’ultimo decennio, se così si può dire, si è indubbiamente ‘fatto sentire’: pandemie, guerre, atti di terrorismo internazionale, clamorose uscite dall’UE e chi più ne ha più ne metta. Non stupiscono, alla luce di tutte questi epocali e non sempre lieti avvenimenti, le recenti scelte stilistiche dei quattro deathster toscani: ogni artista, come è giusto che sia, interpreta a modo suo lo spirito del tempo in cui vive e opera. Il gruppo declina il Death Metal in modo personale, preferendo un impatto musicale più catacombale che aggressivo. I Bull Bastard lanciano il loro nichilistico messaggio concentrandosi maggiormente su andamenti ritmici marziali e sonorità piuttosto tetre. Un tratto distintivo della band, tanto per fare un esempio, sono i numerosi breakdown disseminati lungo tutti i brani. L’alternanza tra devastanti breakdown e parti melodiche, riflessive e lievemente malinconiche crea una sottile atmosfera di minaccia incombente, molto utile per rinforzare la narrazione di tracce ben riuscite come la penultima “Suicide”. Questo brano, costruito passando da delicati arpeggi a furiosi inserti in up-tempo, è in grado di soddisfare tanto gli amanti del Death Metal old school quanto i neofiti più aperti alle sperimentazioni moderne e contemporanee. La varietà nell’esperienza di ascolto, sia chiaro, non è garantita soltanto da “Suicide”; “Love” e “Ade” fanno la loro discreta figura oscillando tra melodia, echi Groove Metal e i succitati, devastanti breakdown che promettono di causare seri danni dal vivo.
Risulta efficace anche la produzione musicale, cristallina quanto basta per enfatizzare il buon lavoro svolto dal chitarrista e dal batterista soprattutto in una traccia estrosa come l’opener “Vision”. Ascoltando in cuffia “The Birth of Death” fa anche piacere ‘accorgersi’ del basso, presente senza mai essere invadente. Ecco un’ulteriore dimostrazione del fatto che, se si vuole aggiungere un ulteriore livello di profondità ai propri brani, un buon sottofondo di basso non deve assolutamente mancare. Peccato per il secondo brano, “Dream”, in cui il buon livello della produzione rischia di non essere sufficiente a spingere gli appassionati a ripeterne l’ascolto. “Dream” è l’unica traccia lievemente sottotono: oltre ad essere la canzone meno coinvolgente e innovativa, è anche l’episodio dal minutaggio maggiore nella tracklist. In un disco di soli 6 brani un titolo riempitivo come questo inevitabilmente ha un certo peso; attenzione, però, a non far di tutta l’erba un fascio. Ritenere “Dream” un brano più o meno debole non riduce minimamente l’impatto positivo generato dall’ascolto dell’album nella sua interezza. In buona sostanza siamo davanti ad un gradito, e gradevole, ritorno dei Bull Bastard, che con “The Birth of Death” hanno imboccato un sentiero, pardon, una grotta sotterranea capace di farli emergere dall’affollato sottobosco Underground. Buon ascolto a tutti!
