Recensione: The Destiny Stone

Di Mauro Gelsomini - 24 Novembre 2004 - 0:00
The Destiny Stone
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Anno: 2004
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75

Mai monicker fu più azzeccato. L’orgoglio dei leoni, i leoni del melodic rock, non muore mai, neanche di fronte alla decadenza subita dal genere negli anni ’90, che lo lasciò nel dimenticatoio, né alla rinascita che vive di questi tempi, che se da una parte sta facendo riscoprire le vecchie glorie, dall’altra getta moltissimo fumo negli occhi di quanti (troppi) conoscevano solo qualche caposaldo.

Jim Peterik, leader dei Survivor, uno degli act più influenti nella scena melodic rock, debuttò con l’omonimo “Pride Of Lions” dopo aver scoperto il giovane talento Toby Hitchcock, cantante dalla voce potente e versatile, che oggi si fregia anche del titolo di co-compositore.
Dall’album d’esordio sono state tratte le soluzioni vincenti, che, per la serie “battere il ferro finché è caldo, vengono qui riproposte esaltandone le qualità meritevoli di aver stregato larga parte di critica e pubblico. Squadra che vince non cambia, e quindi avanti con i soli Peterik e Hitchcock, con lo stesso team di produzione e lo stesso studio, che poi è il “solito” di Mecca, Survivor, e World Stage, i vari progetti di Jim nel corso degli anni.
Diventa ancora più maniacale la ricerca per la melodia accattivante, uno dei difetti che avevano caratterizzato, seppur a tratti, “Pride Of Lions”, senza peraltro dar luogo a composizioni di second’ordine, anche se, alla lunga, stancanti. Ovviamente anche nel caso di “The Destiny Stone”, solo il tempo potrà calare la sua scure, ma in sede di recensione dobbiamo prendere atto che il tentativo di rendere più dinamico un discorso musicale già ben fissato e chiaro è evidente. Se non bastasse, anche gli arrangiamenti si fanno più magniloquenti – senza stravolgimenti di sorta, ovvio – ricalcando spesso le orme seguite ai tempi da Survivor, Styx e Toto, di cui lo stesso Toby si dichiara fan sfegatato.

Esempi di quanto detto possono essere riportati citando la cantabilità della rockeggiante opener, “The Courage To Love Somebody”, ma anche la successiva “Parallel Lines” è un uptempo niente male per scaldare i motori, ruggenti al punto giusto per catturare l’ascoltatore laddove avevano fallito molti colleghi rei di aver composto troppe song stucchevoli. Naturalmente lo spazio per la ballatona melensa viene gelosamente stipato, ed ecco che “Back To Camelot” cade a puntino, per mostrarci un Toby Hitchcock molto maturato, come già anticipato da Peterik.
si riprende a tirare con “Born To Believe In You”, direttamente ispirata dal mastodontico “Eye Of The Tiger”, mentre “What Kind Of Fool” vira verso la sponda Journey, con Hitchock a fare il verso di Jami Jamison tanto per lavari i panni in casa. Si passa a “Man Behind The Mask”, in cui sia i Survivor di “Caught In The Game” che gli Styx di “Caught In The Act” (persino il titolo!) fanno capolino all’unisono. “Light From A Distant Shore” è la classica radio-track da ascoltare in auto, con tanto di liriche ultrapositive a sfondo cristiano, così come anche “Letter To The Future” si fa portavoce di quel buonismo tutto americano troppo spesso confuso con la qualità della composizione.
La titletrack, con suoni caldi e influenze iberiche, è forse il piatto forte della partita, e per Toby è un giochetto condirlo con la sua timbrica suadente.
“Secondhand Life” in un improbabile quanto battuto tema di “cosa sarebbe successo se” rilancia con una ballad il gusto e la raffinatezza per gli arrangiamenti soft, e dalla “Slyding Doors” dei Pride Of Lions si entra in “Falling Back To Then”, la prima (e unica) song riff-oriented dell’album, con tanto di intermezzo psichedelico a contrastare il tran-tran lirico del perduto amore. Amore che trova la definitiva e incontrastata celebrazione in “The Gift of Song”, epica e struggente, un doveroso finale che però si macchia della contraddizione con “It’s The Singer, Not The Song” apparsa su Vital Signs del 1984.

In conclusione, devo dire che non mi dispiace ascoltare e riascoltare questo platter, ma c’è da sottolineare come il sospetto dell’artificiosità riguardo la sua riuscita – la qual cosa non è di norma da considerarsi un male – si fa ingombrante ad ogni ascolto, e il pensiero di avere a che fare con un disco creato a tavolino fa storcere il naso a più di un fan. Se la frenesia dell’acquisto è oggi una delle regole del mercato, Jim e Toby non avranno di che preoccuparsi.

Tracklist:

  1. The Courage To Love Somebody
  2. Parallel Lines
  3. Back to Camelot
  4. Born To Believe In You
  5. What Kind of Fool
  6. Man Behind The Mask
  7. Light From A Distant Shore
  8. Letter To The Future
  9. The Destiny Stone
  10. Second Hand Life
  11. Falling Back To Then
  12. The Gift of Song

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