Recensione: The Legend of The XII Saints

Di Stefano Usardi - 21 Aprile 2020 - 0:01
The Legend of the XII Saints
Etichetta: Scarlet Records
Genere: Power 
Anno: 2020
Nazione:
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85

I Trick or Treat sono, ormai, una solida realtà del panorama metal, e non solo tricolore. Nati all’inizio del nuovo millennio come gruppo tributo agli Helloween, i nostri hanno portato avanti con entusiasmo il proprio discorso musicale fatto di metallo gioioso e propositivo e sono arrivati oggi al sesto album da studio, “The Legend of the XII Saints”, che arriva a due anni da quella bombetta che risponde al nome di “Re-Animated” e ne continua per certi versi lo spirito. Il perché dovreste già saperlo, o quantomeno quelli della mia generazione dovrebbero averlo intuito dando un’occhiata anche superficiale alla copertina dell’album, raffigurante quella maledetta meridiana dello zodiaco che ci accompagnò per tanti pomeriggi, scandendo l’interminabile scalata di quel raccomandato di Pegasus e compagni attraverso le dodici case dei cavalieri d’oro fino al Grande Tempio.
Ebbene, sì, signori: la relazione tra Trick or Treat e cartoni animati prosegue, e se l’ultima traccia del precedente “Re-Animated” era la sigla giapponese dei cavalieri dello zodiaco, con “The Legend of the XII Saints” i modenesi ci consegnano il pacchetto completo, dedicando un brano ad ogni cavaliere d’oro e completando il tutto con una intro e una traccia conclusiva. Anche stavolta i nostri si sono affidati ad un sistema di crowdfunding, pubblicando ogni mese il pezzo concernente il segno zodiacale corrispondente: si è partiti con Ariete, il 21 Marzo del 2019, per finire con Pesci il 20 Febbraio scorso, chiudendo il cerchio con l’uscita fisica completa che è oggetto di questa recensione.
Il genere, per chi non avesse ancora macinato i dodici singoli, è sempre lo stesso: un power metal gioioso e prorompente, fatto di toni alti e ritmi agguerriti e guarnito da chitarre grosse e orchestrazioni poderose, su cui la voce di Alessandro Conti se la gode che è una bellezza. Oddio, in realtà questa è solo una parte della ricetta, poiché i Trick or Treat, durante l’evoluzione di “The Legend of the XII Saints”, si divertono a screziare ogni traccia con profumi diversi a seconda del cavaliere trattato, donando una certa individualità ad ognuno di essi in base al suo specifico background e alla storia narrata che, voglio sperare, conosciate tutti. Per i meno informati di voi, comunque, niente paura: ecco qui un link riassuntivo che dovrebbe colmare almeno in parte le vostre riprovevoli lacune.

Dopo l’intro “Ave Athena”, nella cui cornice pomposamente cinematografica riecheggiano le parole di Betelgeuse, si passa subito all’azione con “Aries – Stardust Revolution”, classica opener propositiva in cui i toni si mantengono arrembanti e luminosi, se si eccettua un breve intermezzo più drammatico prima dell’assolo, per rappresentare gli ammonimenti del Grande Mur. Già nella casa del Toro le cose si fanno più serie. Un riff arcigno introduce infatti “Taurus – Great Horn”, che si sviluppa su ritmi marziali e classicamente heavy che esplodono, infine, in un ritornello maestoso e dall’appeal bello tamarro. L’ultima strofa guadagna profumi più solari a simboleggiare la “conversione del cavaliere”, che ci traghetta ad uno dei gioiellini dell’album, non per niente riguardante la casa di Gemelli. In “Gemini – Another Dimension” si assiste allo scontro delle due facce di questo cavaliere, rappresentato da repentini cambi di atmosfera che si riflettono anche nella musica, in cui riff più aggressivi si innestano su melodie agili e fughe barocche mentre cori solenni punteggiano il bel duetto tra Alessandro e Yannis Papadopoulos. In “Cancer – Underworld Wave” si parla, ovviamente, di quell’infamone di Cancer: nel tessuto pomposo e tirato dei nostri compaiono atmosfere più cupe e toni maligni, intimidatori, che creano un buon contrasto nel tratteggiare il reame dei morti e le fosche vicende che vi si svolgono. Una melodia propositiva introduce “Leo – Lightning Plasma”, martellata power da antologia in cui viene trattato il conflitto interiore di Ioria di Leo, inizialmente manipolato dai poteri di Arles. La traccia si sviluppa su ritmi arrembanti, con un ritornello potente e melodie sontuose che si intrecciano tra loro creando la traccia di power melodico perfetta, eroica e sborona quanto basta ma senza scadere nel caricaturale. Neanche il tempo di rifiatare che si arriva alla sesta casa, introdotta da note minacciose e riff duri. I ritmi si abbassano, donando acredine al pezzo che incede quadrato, minatorio, sostenuto da un tappeto chitarristico incombente e squarciato da rapide accelerazioni in cui, di tanto in tanto, spunta un profumo mediorientale. Il passaggio incombente che apre al solo enfatizza la gravitas del pezzo, che trova compimento nell’ultimo coro e sfuma, poi, nella melodia finale di piano che accompagna l’ascoltatore alla casa della Bilancia, introdotta da melodie smaccatamente orientali. “Libra – One Hundred Dragons Force” torna a caricarsi della giusta enfasi cafona per trattare il maestro dei Cinque Picchi, in una cavalcata trionfale sporcata da intrecci folk del Sol Levante che però, a mio avviso, brilla solo a fasi alterne. Si continua a picchiare nella casa dello Scorpione: “Scorpio – Scarlet Needle” tiene alti i giri del motore, caricando con chitarre serrate che si alternano a ritmi più compassati e solenni. Niente male anche la sezione strumentale che apre l’ultimo quarto, in cui tensione emotiva e riff veloci si fondono. Nella casa di Micene di Sagitter i toni si smorzano. “Sagittarius – Golden Arrow” si pone come una sorta di power ballatona tutta cori e pathos drammatico – in cui compare una citazione dal cartone animato – sostenuta da chitarre e tastiere, che si fondono per caricare di enfasi ogni secondo. “Capricorn – Excalibur” torna a suonare la sveglia spazzando via gli ultimi residui di emotività con ritmi cangianti, rapide accelerazioni e improvvisi squarci melodici in cui si incastona un bel solo dal profumo rockeggiante. Con “Aquarius – Diamond Dust” si entra nell’undicesima casa, in un profluvio di melodie possenti che proseguono il discorso della casa precedente giocandosela, però, con ritmi più contenuti e una maggiore maestosità, per descrivere il rapporto tra il cavaliere del cigno e il maestro del suo maestro con toni che ricordano, per certi versi, i primi lavori del Turilli solista. Un bel piano introduce “Pisces – Bloody Rose”, che poi si sviluppa come traccia composita ed affascinante, dai profumi variegati, i cui ritmi scanditi e carichi di pathos sono usati per sostenere ottime linee melodiche e un comparto corale molto affascinante, punteggiato di tanto in tanto da riff pieni che infondono nella traccia una profondità magnetica, donando ulteriore fascino al freddo carisma del cavaliere dell’ultima casa. Si arriva così alla fine con “Last Hour (the Redemption)”, chiusura melodica che pone il sigillo alla vicenda con note morbide e una maestà ovattata, ottima per concludere degnamente un lavoro superbo.

The Legend of The XII Saints” è l’ennesimo centro per la compagine modenese: il quintetto non inventa nulla, sia chiaro, ma pur muovendosi entro i ben noti confini del power metal che noi tutti conosciamo tira fuori dal cilindro un disco sfavillante, capace di farsi valere nel campionato dei bambini grandi grazie a una solidità invidiabile figlia di una passione sincera, doti strumentali di tutto rispetto e, non da ultimo, un gusto eccellente per le composizioni.
Se volete un robusto concorrente al titolo di disco power dell’anno, eccolo qui.

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