Recensione: The Old Ways Remain

Di Matteo Pedretti - 15 Maggio 2023 - 12:30
The Old Ways Remain
Etichetta: Rise Above Records
Genere: Doom 
Anno: 2023
Nazione:
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86

I Blood Ceremony sono finalmente tornati.  Lo scorso 5 maggio, infatti, è uscito per Rise Above Records (l’etichetta di Lee Dorrian dei Cathedral) “The Old Ways Remain”, quinto album del combo di Toronto che segue – a oltre di 7 anni di distanza – il precedente “Lord of Misrule”. In questo lasso temporale il gruppo ha rotto un silenzio discografico pressoché totale, ai limiti dell’inattività, solo nel 2019, con la pubblicazione del singolo “Lolly Willows” (che ritroviamo riproposto in questo nuovo disco).

I Blood Ceremony sono una female fronted band dedita a un Retro Occult/Doom che ha i suoi riferimenti principali nel suono lento e pesante di Black Sabbath, Pentagram e Witchfinder General, nel Prog dei Jetro Thull, nel Seventy Rock e nel Folk. Già dal 2016, con “Lord of Misrule”, la proposta dei Nostri ha iniziato a incorporare anche suggestioni ‘60 Pop, Acid Rock e psichedeliche. Uno degli elementi maggiormente distintivi dello stile di Alia O’Brien e compagni è l’utilizzo massiccio del flauto, che conferisce alle loro composizioni un’aurea mistica e magica che ben si coniuga con liriche che raccontano storie di maghi e streghe e di rituali antichi e occulti.

Essendomi accostato ai Blood Ceremony con “Living with the Ancients”, il loro secondo disco del 2011,  sono quello che si potrebbe definire un loro fan di lunga data. In quanto tale, mi ha colpito molto positivamente ritrovare tutti gli elementi chiave di quel disco in questo “The Old Ways Remain”, sia per quanto riguarda la musica in sé che con riferimento alla produzione, certamente vintage nella sua essenzialità, ma al tempo stesso curata e d’impatto.

Il gruppo, che negli anni è cresciuto notevolmente sia a livello compositivo che esecutivo, ha saputo andare avanti e proporre cose, se non proprio nuove, sicuramente fresche e interessanti, ma mai drasticamente distanti dalla produzione precedente. Basta ascoltare la opener “The Hellfire Club” per accorgersene: l’asciutto attacco di chitarra, così familiare nella sua impostazione settantiana, apre un Doom/Heavy Rock con abbondanti apporti di flauto e organo e linee vocali coinvolgenti. Su registri simili si mantengono anche la successiva “Ipsissimus” e, più avanti nella tracklist, “Widdershins”. La più veloce e orecchiabile “Lolly Willows”, ma anche “Power of Darkness” e “Hecate”, sono invece molto meno ruvide ed intrise di un certo flavour Pop anni Sessanta: ciononostante non fanno segnare una netta discontinuità con il marchio di fabbrica della band, esemplificandone perfettamente la capacità, di cui si diceva, di addentrarsi in nuovi territori senza snaturarsi.

La componente Folk/Prog, sebbene presente anche nei succitati episodi, trova una più nitida espressione in “Eugenie”, in cui le fatate melodie di flauto si intrecciano con percussioni, organo e chitarre Acid Rock per lasciare spazio, nella seconda sezione, ad assoli di sax che, in modo inaspettato, vanno ad integrarsi alla perfezione nel brano. Sulla stessa linea procede “Bonfires at Belloc Coombe”, che si distingue per un incedere più Occult/Doom e per l’apporto del fiddle (violino elettrico) di Laura Bates dei Völur, progetto Ambient Folk/Doom in cui milita il bassista dei Blood Ceremony Lucas Gadke. Gli archi della Bates tornano in “Mossy Wood”, un Folk/Rock incantevole nella sua semplicità scritto da Amy Bowles (moglie del chitarrista Sean Kennedy).

La conclusiva “Song of the Morrow” non è assimilabile non solo ad alcuno dei brani che la precedono, ma a nulla dell’intero back-catalogue del quartetto. Priva delle consuete atmosfere magiche ed occulte, si tratta di una composizione decisamente terrena, dalla natura intimista ed introspettiva, nel cui finale una cacofonia strumentale sfuma nel riverbero di chitarra Post Rock che va a chiudere l’album.

Sette anni di assenza sono tanti, ma non abbastanza per oscurare una stella tanto brillante quanto quella dei Blood Ceremony. Con “The Old Ways Remain” i canadesi si riconfermano indiscussi protagonisti della scena Retro Doom/Rock di cui sono stati tra i prime mover nella prima decade del nuovo millennio, con buona pace per l’infinità di cloni che ha provato ad emularli ed inseguirli, ma senza mai raggiungerli …

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Genere:
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80