Recensione: The Power Within

Di Ottavio Pariante - 24 Aprile 2012 - 0:00
The Power Within
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Anno:2012
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80

A volte mi domando quali possano essere i motivi che invogliano una band di tutto rispetto e di notevole successo a modificare in corsa il proprio credo artistico e affidarsi a qualcosa che risulti di primo acchito innaturale, ma di sicuro impatto.
Sarà la famigerata  voglia di sperimentare o semplicemente una presa di coscienza che ha portato allo sviluppo di nuove soluzioni tecniche e artistiche, sta di fatto che la nuova fatica sulla lunga distanza dei DragonForce suona in maniera alquanto differente rispetto al disco precedente.
Con il nuovo album “The Power Within”,  i nostri tagliano corto con il recente passato rimpastando energicamente il loro songwriting, affidandosi a una serie di pezzi dove trionfa finalmente l’equilibrio tra le certezze di sempre e le innovazioni: alla lunga riescono a esaltare la profondità e il  significato di ogni singola nota, conferendo a tutto l’impianto tecnico una freschezza e un fascino mai avuto prima.
Le motivazioni che portano a questa sorprendente svolta sono notevoli e la strada percorsa per effettuare questo cambiamento è stata lunga e tortuosa. Ci sono voluti quattro anni per dare a “Ultra beatdown” il suo successore e prima di arrivare alla tanto agognata fumata bianca del nuovo album, sono successe tante cose: alcune di queste  hanno minato la stabilità della band, come lo split nel marzo del 2010 con lo storico cantante Zp Thearth , sostituito dietro il microfono da Marc Hudson dimostratosi sin da subito  una scommessa quanto mai azzeccata e una risorsa immediatamente disponibile per l’economia compositiva della band londinese.
Tornando al discorso prettamente tecnico e artistico di questa nuova fatica discografica, i DragonForce si sono affidati a una produzione meno bombastica e più immediata, cercando di lavorare  su quelle che erano le lacune più grandi e croniche del proprio sogwriting, cioè intervenendo con decisione sul minutaggio complessivo dei brani e sugli assoli in passato troppo lunghi e a tratti irritanti.
Un restyling che prevede l’inserimento di nuove idee che risiedono nell’utilizzo finalmente sapiente delle tastiere, donando una grande consistenza ed eleganza ad alcune partiture e una maggiore cura delle melodie, nonché dei suoni, che non sono più stucchevoli e sintetici come capitava di ascoltare spesso in precedenza.

Sin dall’opener “Holding On”, questa piacevole sensazione di cambiamento e di rigenerazione viene pienamente confermata: dalle prime note di questo pezzo si respira una nuova energia portata dall’intrigante e sontuosa performance del nuovo cantante Marc Hudson che dona da subito una fluidità notevole alla composizione.
Per evitare equivoci possiamo dire che la struttura delle canzoni, anche se ha subito delle piccole ma inevitabili modifiche, non è cambiata. Rimangono nel songwriting di base della band le strofe veloci e i ritornelli che si piazzano subito in testa, ma questa volta il combo inglese ha voluto puntare più sull’impatto che sull’isterico funambolismo.
Una scelta vincente che esalta le doti della canzone successiva “Fallen World”, estratto dell’album qualitativamente nettamente migliore rispetto al pezzo precedente. Le velocità, ancora vertiginose, si miscelano con la perizia e la potenza dei particolari che finalmente sono allineati tra di loro. Notevoli alcuni stop&go che donano al pezzo quel senso di sregolatezza che sorprenderà non poco l’ascoltatore.
Se nei primi due pezzi si cercato di riproporre con una nuova verve quello che di buono è stato fatto in precedenza, con il pezzo successivo la band rompe gli indugi proponendo al famelico popolo che compra i dischi, qualcosa di nuovo e d’insperato visto i precedenti.
“Cry Thunder”entra in scena in punta di piedi esaltando con eleganza quelli che sono sfumature e colori in classico “Dragonforce style”: un pezzo ritmato, ma non veloce, dalla melodia piacevole e dall’impatto emotivo notevole.
Neanche il tempo di apprezzare il nuovo risvolto tecnico che la band ritorna a pestare nuovamente e alla solita maniera con il quarto episodio “Give me the night”. Un pezzo in cui la consueta energia si interseca con atmosfere misteriose e incantevoli ricreate dal lavoro oscuro ma efficace delle tastiere, mai opprimenti, che donano  una grande consistenza ed eleganza al brano.
Senza eccessiva fatica si arriva a metà dell’opera, ma  le sorprese sono sempre dietro l’angolo. Un dolce assolo di piano ci catapulta immediatamente nel sesto pezzo “Wings of Liberty” dove la melodia cantata in maniera armoniosa da Marc penetra l’animo dell’ascoltatore e lo coccola dolcemente. Il momento di dolcezza viene però  spazzato via da una bordata terrificante imbastita dalla sessione ritmica, le linee melodiche s’induriscono e le dinamiche impazziscono. Seppur mantenendo invariate le proprie origini tecniche e artistiche, il pezzo sorprende e ne guadagna soprattutto quando la band si concede qualche momento di fugace libertà uscendo più di una volta dagli schemi.
Il vento del cambiamento soffia forte e rigoroso nella successiva traccia che si chiama “Season”: si tratta di una composizione che può ricordare gli Stratovarius o gli esordi, ma con il passare dei minuti affonda le sue radici in un ritornello semplicemente stupefacente e dalla melodia inusuale che si piazza come al solito subito in testa. Il suddetto pezzo sarà riproposto in versione acustica nei titoli di coda dell’album, una versione ancora più congeniale che ne esalterà all’ennesima potenza le qualità.
Siamo quasi agli sgoccioli e mancano all’appello altre tre partiture: “Heart of the Storm” dove solo il titolo basta per far capire all’ascoltatore che tipo di pezzo si troverà di fronte;  ”Die By the Sword” dove l’equibrio tra melodia e velocità anticipato in precedenza trova la sua perfetta connotazione e “Last man stands” che chiude virtualmente l’album.
Si tratta di una traccia che, senza ombra di dubbio, rappresenta la punta di diamante di questo album ed è messa giustamente a chiusura di quest’ultimo, senza dimenticare la “bonus track” già discussa in precedenza. Un pezzo che inizia lento con la voce di Marc a pieno  regime: delicata e intensa. La quiete prima della tempesta che non tarderà ad arrivare. Una tempesta di umori sempre nuovi e contrastanti, una cascata di note sempre ben indirizzate a sorprendere l’ascoltatore.

Un parziale cambio di registro in parte forse dovuto anche alle eccessive critiche che la band si è dovuta sobbarcare in tutti questi anni, con opinioni che hanno diviso in modo netto e inequivocabile il pubblico in estimatori e detrattori.
Un lungo periodo di pausa, quello antecedente all’uscita di questo album, che i DragonForce hanno utilizzato per rifocillare e progredire il proprio credo artistico e, se devo essere sincero, il tentativo sembra essere pienamente riuscito. Rimane comunque la sicurezza che le voci fuori dal coro troveranno anche questa volta sempre e comunque un motivo per criticare e disfare quello che la band ha  faticosamente cercato di costruire.

Ottavio “octicus” Pariante

Tracklist:
1. Holding On
2. Fallen World
3. Cry Thunder
4. Give Me the Night
5. Wings of Liberty
6. Seasons
7. Heart of the Storm
8. Die By the Sword
9. Last Man Stands
10. Seasons – (versione acustica)

Line up:
Marc Hudson – voce
Herman Li – chitarra, cori
Sam Totman – chitarra, cori
Vadym Pružanov – tastiere, cori
Frédéric Leclercq – basso, cori
Dave Mackintosh – batteria 

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