Recensione: The Witch of the North

Di Stefano Usardi - 24 Maggio 2021 - 10:00
The Witch of the North
Etichetta: Nuclear Blast
Genere: Heavy 
Anno: 2021
Nazione:
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63

Poco più di un anno è passato dal precedente album delle Burning Witches, “Dance With the Devil”, ed ecco che me le ritrovo di nuovo alla ribalta, dopo un rapido avvicendamento alla chitarra, col loro quarto lavoro, “The Witch of the North”, in uscita fra qualche giorno. La ricetta del controverso (più per motivi che poco hanno a che spartire col valore musicale delle signorine che altro, se mi permettete una chiosa del tutto personale) quintetto, come intuibile anche dalla zarrissima copertina del cileno Claudio Bergamìn, è sempre la stessa: un heavy metal classicissimo e impetuoso, che affonda le sue radici direttamente negli anni ’80. Ebbene sì, le svizzere non sgarrano di mezzo grado dalla rotta impostata e propongono un metallo quadrato e smargiasso, condito da qualche robusta cavalcata qua e là per elargire carica propulsiva e cafonaggine battagliera grazie a riff caciaroni, ritmi marziali e un cantato belligerante. Purtroppo, mi spiace dire che stavolta il risultato non mi ha del tutto soddisfatto. Sì, certo: tutti gli strumenti sono al posto giusto e svolgono il loro compito in modo ligio e volenteroso, attenendosi ai classici template del genere ma integrandoli con qualche elemento più personale, ma durante l’ascolto ho avvertito la mancanza di un’ultima affilatura che levasse il grasso dalle canzoni. Mentre in “Dance With the Devil” il gruppo si manteneva concentrato su un obiettivo preciso, registrando brani semplici, lineari e piacioni finché volete ma anche diretti e coinvolgenti, qui mi è parso che le Burning Witches abbiano avuto fretta di rilasciare l’album senza concentrarsi sulla revisione finale, la copia in bella che si faceva nei temi a scuola. Il risultato è un lavoro che vorrebbe screziare gli Warlock con l’epica manowariana tutta cori e spadoni insanguinati ma perde l’attimo per andare in all-in, finendo così in uno strano limbo che sembra dire “c’eri quasi, ma…”.
Anche la prova di Laura, stavolta, non è priva di momenti d’ombra: ai ringhi e i ruggiti che tanto mi erano piaciuti nel lavoro precedente si sono aggiunti elementi a mio avviso fuori focus, come se la cantante avesse voluto strafare e si fosse impelagata con vocioni cattivi buttati lì senza troppa convinzione.

Dopo un’intro dal vago retrogusto western si parte con la title track, primo singolo del nuovo album di cui è stato rilasciato anche un video. E già da qui si capisce che le cose non vanno tanto bene. L’inizio è imperioso, magniloquente, con la canzone che si sviluppa sui ritmi blandi della classica marcia inesorabile venata di epicità. Purtroppo, come scrivevo, procedendo con l’ascolto si avverte la mancanza del guizzo che coroni il pezzo, e ci si ritrova così con un brano ben strutturato ma anche piuttosto inconcludente: una specie di seconda intro di cinque minuti e mezzo. Con la più sferzante “Tainted Ritual” le cose procedono più o meno nello stesso modo, sebbene stavolta il gruppo ci metta più convinzione. “We Stand as One” torna al mid tempo teso, sanguigno, dal retrogusto manowariano impreziosito da sporadiche melodie desertiche, e si percepisce quella compattezza che mancava nelle prima due tracce e me lo fa apprezzare di più, nonostante una certa ripetitività. Un arpeggio ammiccante apre “Flight of the Valkyries” che, dai toni romantici iniziali, sembrerebbe la ballatona di “The Witch of the North”. E invece no, perché dopo un minuto e mezzo il gruppo riparte con riff corpacciuti sviluppando la canzone su ritmi agili, con Laura che alterna voce pulita a cupi ringhi. Purtroppo, anche stavolta manca la zampata finale e ci si deve accontentare solo di una buona cavalcata. “The Circle of Five” introduce un tono più cupo e maligno, che si accompagna a riff tesi e si apre in un ritornello melodico. Finalmente la canzone mantiene tutte le sue promesse, avanzando dritto per dritto e condendo tutto con un assolo molto azzeccato e una chiusura sinistra che apre alla vera ballata dell’album, la classicamente Pesch–iana “Lady of the Woods”. Qui il tiro della canzone, che seppur prevedibile fila alla perfezione trasmettendo anche la giusta dose di romanticismo, viene ammazzato dalle intromissioni del tutto gratuite ma per fortuna sporadiche di cantato lirico, che ne spezzano il pathos con l’invadenza di un elemento elevato infilato a forza per (credo) nobilitare una traccia. “Thrall” torna a sfoderare gli artigli con un altro pezzo teso, non privo di galoppanti accelerazioni e qualche momento trionfale, che se la cava piuttosto bene grazie al piglio determinato. Sbrigata la pratica “Omen”, niente più che un’intro atmosferica, si passa alla nerboruta “Nine Worlds”, sostenuta da riff combattivi e un tiro maligno, che mi è piaciuta anche per via di una prova strumentale compatta e concentrata. Un riff classicissimo apre la stradaiola e sostenuta “For Eternity”, dichiarazione d’intenti delle streghe sotto forma di inno battagliero e sanguigno che, purtroppo, dopo aver fatto tutto bene scivola su un ritornello a mio avviso non all’altezza. Il riff di “Dragon’s Dream” sembra intenzionato a suonare la carica in vista dei botti finali e introduce un’ottima traccia che, col suo bel mix di cattiveria e baldanza, mi ricorda il gruppo che avevo apprezzato nel lavoro precedente. Un po’ tardi, visto che la successiva “Eternal Frost” è l’outro che chiude “The Witch of the North”.
Postilla cover. Stavolta le svizzere tributano gli onori a “Hall of the Mountain King” dei Savatage: nulla da dire, anche in questo caso la traccia non viene stravolta ma trattata col rispetto quasi didascalico che il gruppo ha sempre dimostrato e si lascia ascoltare, nonostante una Guldemond a volte sopra le righe.

Purtroppo, al termine di ripetuti ascolti, non posso non considerare “The Witch of the North” come un passo indietro delle Burning Witches: le canzoni non sono brutte ma ad esclusione di rari casi non infiammano, il che è anche il principale motivo per cui, al termine dell’ascolto, non rimane molto nella memoria. Non me la sento comunque di bocciare “The Witch of the North”, che rimane un lavoro onesto e appassionato ma che, a mio avviso, non supera la sufficienza. Staremo a vedere cosa succederà col prossimo album.

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