Recensione: The Works

Di Alessandro Zaccarini - 4 Maggio 2004 - 0:00
The Works
Band: Queen
Etichetta:
Genere:
Anno: 1984
Nazione:
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90

27 febbraio 1984: The Works vede la luce. Dopo il passo falso dello sperimentale Hot Space, che risulta spento in confronto ai capolavori precedenti, i Queen ritornano su canoni a loro più congeniali: quelli del rock. Oltre che un ritorno al passato The Works porta con sé anche un paio di novità: primo una vena più politica e sociale nelle liriche, cosa quasi completamente nuova per la Regina; secondo, la grande attenzione che viene riservata ai videoclip, che diventano più numerosi e alcuni, come I Want To Break Free, passano alla storia.

Apertura affidata a Radio Ga Ga, opera di Roger Taylor al songwriting, che fu anche il primo singolo apripista estratto. Una canzone che, aiutata anche dal famoso video che portò in tutto il mondo il battere di mani, è diventata da subito uno dei tanti inni che i Queen hanno saputo sfornare nell?arco della loro carriera, un rito collettivo ad ogni concerto della band. L’album prosegue con Tear It Up, altro classico trascinante con la sua essenza tipicamente rock e il suo ritornello pieno di carica. Un brano in notevolissimo stile Queen. È poi tempo di una semi-ballad dal titolo di It’s A Hard Life, che si sviluppa calma e riflessiva, quasi malinconica, condotta dal piano di Mercury e dalle intrusioni dei lead di Brian May. Si cambia completamente coordinate musicali con Man On The Prowl. Si tratta di un pezzo rock’n’roll con piano e chitarra in stile anni sessanta e la voce di Mercury che spesso e volentieri ricorda i modi di Elvis (passione mai nascosta dalla band, vedi immancabile cover di Jailhouse Rock in sede live). Inutile dire che la mente balza subito indietro a Crazy Little Thing Called Love. Fino a questo punto dell’album ci siamo trovati di fronte a quattro bellissimi pezzi che ci hanno mostrato quattro facce del tanto splendidamente eclettico stile dei Queen. Il trittico che segue invece è fortemente legato, in un modo o nell’altro, ai ritmi e ai suoni di quel periodo: i pieni anni ottanta. Machines (or “Back To Humans”) è forse l’episodio più atipico dell’album. È una composizione piuttosto insolita con voce robotica e un forte uso del sintetizzatore, troppo legata agli stilemi e alle mode correnti per una band che aveva sempre saputo comporre musica unica, senza tempo e senza luoghi. I Want To Break Free è una canzone spensierata, quasi pop, in cui la voce di Mercury e la batteria di Taylor (che purtroppo, per adattarsi al tipo di canzone, risulta semplice e schematica) si divertono ad attendere il buffo assolo di Brian May. I Want To Break Free acquisterà, come molte delle canzoni di questo album, diversi punti nella proposta dal vivo (vedere Hammer To Fall, radio Ga Ga e Tear It Up a Wembley se siete scettici…). Keep Passing The Open Windows è un invito a lottare contro il suicidio, qualcosa di simile a quanto già visto anni e anni prima con Keep Your Self Alive. Il pezzo risente soltanto lateralmente dei canoni ottantiani, tant’è che si trovano notevoli vene rock per tutta la durata. Hammer To Fall, un altro dei numerosi capolavori dei Queen, arriva impetuosa e aggressiva e coglie tutti di sorpresa. Si tratta di un fantastico pezzo hard rock costruito su un riff di chitarra accattivante e una prestazione vocale come sempre inarrivabile per intensità ed espressività. Notevole anche l’assolo che, come sempre, si sposa a perfezione col resto della composizione. Epilogo dell’album è Is This The World We Created?, una ballata completamente acustica, commovente, dal sapore malinconico e quasi decadente sulla fame nel mondo. Tutti gli introiti di questo pezzo, ancora oggi, vengono devoluti in beneficenza al fondo inglese per i bambini in difficoltà: una delle tante campagne benefiche portate avanti dal quartetto londinese.

Siamo di fronte ad un album ancora una volta sublime. Certo non si aggira sui livelli irraggiungibili di A Night At The Opera(solenne inchino) e Sheer Heart Attack(ancora inchino), ma questo lavoro presenta delle gemme di pregevolissima fattura circondate da altri ottimi pezzi. Passi falsi non ce ne sono mentre invece troviamo grandi classici in quantità tale da potere definire The Works un must del rock. Oltre ad essere un album spettacolare, questo è anche il platter che porterà i Queen sui palchi dei grandi eventi del mondo del rock. Parlo di Rock In Rio 85 e parlo sopratutto di quel 13 luglio 1985, quando i Queen salirono sul palco del Live Aid: un concerto in favore della popolazione dell’Etiopia colpita dalla carestia e che vide partecipare, su due palchi in contemporanea tra Philadelphia e Londra, tutte le star della musica rock. Tra voci di split-up e mille altre cattiverie i Queen reagirono con un’esibizione che è passata alla storia, riprendendosi il trono del rock sul quale la Regina è destinata per sempre a rimanere.

Tracklist:
01. Radio Ga Ga
02. Tear It Up
03. It’s A Hard life
04. Man On The Prowl
05. Machinaer (or “Back To Humans”)
06. I Want To Break Free
07. Keep Passing The Open Windows
08. Hammer To Fall
09. Is This The World We Created?

Alessandro “Zac” Zaccarini

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