Recensione: The Wrath

Di Daniele D'Adamo - 26 Giugno 2020 - 0:02
The Wrath
Band: Velkhanos
Genere: Death 
Anno:2020
Nazione:
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72

Melodic death metal che non vuole morire. Melodic death metal dall’assolata Spagna. Melodic death metal guidato da una voce femminile. Melodic death metal e band.

Non sono certamente delle novità, quelle di cui sopra, anzi. In particolare, è ormai consuetudine comune che a pilotare questo tipo di band, appunto, ci sia una donna; alle prese sia con il growling, sia con le clean vocals. In entrambi i casi si può subito affermare (‘Bring Me the Fire’) che Miriam Ortiz, frontwoman dei Velkhanos, sia davvero brava ad altalenarsi con pari efficacia in entrambi gli stili vocali. Growling roco e profondo, quasi inumano, voce pulita cristallina, assai intonata e piacevole da ascoltare.

Assieme a lei, quattro compagni d’avventura dal piglio professionale, nel senso che non c’è difetto, in un sound non particolarmente originale ma dotato di carattere e personalità. Un insieme sonoro indicativo di uno stile – il cosiddetto ‘marchio di fabbrica’ – che i Nostri riescono a mantenere intatto lungo le canzoni che compongono “The Wrath”. Che, bisogna sottolineare, trattasi di un disco di debutto. Perché sottolineare? Perché, come più su accennato, la formazione iberica dà l’idea di essere navigata, di mestiere. Tutt’altro che alle prime armi ma, al contrario, dotata di una certa esperienza. Il che non è neppure vero, poiché i Velkhanos esistono solamente da due anni.

E allora?

Tutto questo si spiega solo in un modo, e cioè ipotizzando che i vari membri bazzichino da parecchi anni il campo del metal estremo (e non solo). Che siano dotati, per meglio dire, di una solida esperienza alle spalle, la quale si appoggia su un retroterra culturale ampio, spazioso, profondo; come lascia capire l’attitudine del gruppo a proporre con regolarità qualcosa che sappia di heavy metal. Anche perché l’intrusione nel territorio del metallo oltranzista non è così incisiva, lasciando scoperte alcune aree in cui domina il symphonic metal o, meglio, il moderno power metal. A immediato sostegno di questa affermazione c’è il lavoro delle chitarre. Massiccio, potente, dai riff quadrati e rocciosi ma, contemporaneamente, ricchissimo di luminescenti orpelli dorati (‘The Last Day’). Immancabile, poi, il richiamo alla musica etnica (‘Capricho Árabe’), tale da rendere solare e meno brutale la rabbia di “The Wrath”. La quale, comunque, fa capolino anch’essa nei momenti più concitati dell’LP, ove si fa ricorso ai blast-beats per aumentare l’aggressività (‘Moloch’). Non di meno, pure in tali fattispecie emerge sempre una musica dura, sì, ma anche fresca e scoppiettante, che così chiude il cerchio per ciò che concerne il gothenburg metal.

Quindi, oltre alla tecnica, è degno di menzione anche il songwriting, anche se, a onore del vero, manca quel quid in più, rispetto alla media, tale da rendere il CD una chicca splendente in un oceano di sabbia. Anche se così non è, non bisogna tuttavia sminuire il gran lavoro svolto in sede di composizione delle tracce, poiché è quasi incredibile come tutto sia ordinato, preciso, composto. Non c’è una nota fuori posto e neppure un calo di tensione emotiva, a svalorizzare il lavoro. Alcuni brani sono particolarmente riusciti, come l’hit ‘Dagon’, risultando piacevoli all’ascolto con le loro melodie orecchiabili che s’imprimono nella memoria. Altri sono un po’ anonimi.

Insomma, per essere un’Opera Prima, il livello qualitativo generale è buono, più che sufficiente per affrontare con decisione e senza paura di affondare i violenti marosi del mercato internazionale. Occorre migliorare ulteriormente lo spessore elle canzoni in generale, in modo che siano omogenee nella scalata verso l’alto, verso il successo.

Per il resto, nulla da dire: il platter può piacere a un buon numero di appassionati che abbracciano heavy metal, power e, ovviamente, melodic death metal. Una rilevante platea, quindi.

Daniele “dani66” D’Adamo

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