Recensione: There Will Come Soft Rains

Di Valeria Campagnale - 18 Aprile 2026 - 8:49
There Will Come Soft Rains
Band: VLMV
Etichetta: Pelagic records
Genere: Avantgarde 
Anno: 2026
Nazione:
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80

l progetto VLMV, nato dal talento del polistrumentista e compositore di colonne sonore Pete Lambrou, ha sempre abitato un mondo musicale difficile da etichettare. Lui stesso, con un tocco di ironia, lo definisce “ambient-ish post-something”, un modo per dire che la sua musica sta nel mezzo tra l’ambient e qualcosa di nuovo. Tuttavia, con il quarto album “There Will Come Soft Rains”, uscito per Pelagic Records, questa descrizione sembra quasi limitata per spiegare la ricchezza del disco poichè ci si trova di fronte ad un lavoro che trascende i generi per diventare un’architettura sonora, un trattato di archeologia del futuro ispirato alle visioni di Sara Teasdale e Ray Bradbury.

L’album si apre con “Tribal (A Heart, Self-Taught)”, , una traccia che funge da punto d’origine dove battiti sintetici e droni primordiali ridefiniscono immediatamente i confini estetici del disco. Non ci troviamo più solo di fronte alla rarefazione, ma a una ritualità meccanica che si espande in “We Are All Explorers Now”, brano in cui le dinamiche tipiche del post-rock vengono applicate con precisione alla musica ambient. Questa esplorazione spaziale trova poi una direzione precisa in The Pilot”, dove l’emotività orchestrale sembra mappare dall’alto i detriti di una civiltà ormai scomparsa. La rotta del disco diventa ancora più chiara con la suite divisa in due parti “Bodies Grown, Pt. 1”, in cui Lambrou crea un vero e proprio corpo musicale usando suoni elettronici moderni da sembrare quasi umani. A questa pienezza risponde il silenzio di “In Absentia”, un brano che gioca tutto sul togliere anziché aggiungere, creando un senso di vuoto suggestivo. In questo spazio, la canzone “I Am An Officer” mette al centro l’identità, usando la voce come se fosse l’ultima traccia umana rimasta in un mondo tecnologico. La tensione sale con “Philistine! (Reclaim The Sky)”, un brano che punta verso l’alto e cerca una sorta di liberazione sonora, per poi tornare alla sintesi perfetta in Bodies Grown, Pt. 2″, dove i temi del disco si uniscono e diventano più intensi,  la sintesi finale e l’evoluzione definitiva del tema tecnologico affrontato in precedenza.  La conclusione è affidata a “Somnolence”, non una semplice traccia di chiusura ma una vera e propria dissolvenza programmata verso l’oblio, è la quiete finale di un mondo post-umano dove il suono si fa polvere, assecondando il ritorno di una natura finalmente indifferente alla nostra assenza.
“There Will Come Soft Rains” è un lavoro solido e coerente. Pete Lambrou non si limita a comporre, ma costruisce atmosfere capaci di colpire dritto al cuore. È il disco perfetto per chi cerca una musica profonda, capace di accompagnare i pensieri e di trasformare il silenzio in qualcosa di magico, la colonna sonora definitiva per il crepuscolo della ragione. Un album denso, stratificato e profondamente necessario per chiunque cerchi nella musica una sostanza che vada oltre il semplice ascolto.

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