Recensione: This World We Live in…

I Cryoxyd, francesi, dopo cinque lustri di attesa dalla loro nascita sono finalmente riusciti a dare alle stampe il loro full-length, “This World We Live in…“. Il che non è un caso. Eron (voce, chitarra, sintetizzatore), infatti, mastermind della band, ha inizialmente realizzato due demo (“Tlön”, 2003; “Harmful Psychoactivity”, 2006) per poi fermarsi nel 2006 e riprendere il discorso interrotto nel 2019.
L’idea alla base dei Cryoxyd pare piuttosto complessa, giacché – secondo le note biografiche – involve più di un’osservazione, di un ragionamento, di un’affermazione. Anzitutto, essi, nell’idea natìa di Eron, non sono da considerarsi un band ma una struttura artistica concettuale ove musica, arti visive e filosofia si fondono in un unico movimento. Il loro lavoro, insomma, è un manifesto sonoro e visivo contro l’illusione del progresso, una radiografia dei meccanismi dell’alienazione moderna.
La disamina delle congetture del combo transalpino in ordine al death metal proposto e alla sua collocazione artistica, benché potenzialmente noiosa, si è resa necessaria. E questo poiché, proprio perché così adesa alla musica, essa definisce in maniera univoca il DNA dei germogli stilistici che, crescendo, identificano la matrice dei dettami del sound sì elaborato. Sound, che, alla fine dei conti, si può accostare all’industrial death metal. Non così spinto come nel caso dei Fear Factory ma comunque reso con una discreta velatura atmosferica (“Cowered Under Darken Skies“).
Così, rispettando questo approccio stilistico, vien da sé che non sono pochi i rimandi al thrash, di quello tecnico; giacché il quartetto transalpino manipola i propri strumenti con un’abilità di stampo totalmente professionale. Con che ne deriva un riffing duro, massiccio, da scudisciate sulla schiena, ma nello stesso mobile e veloce. Gli accordi stoppati dalla tecnica del palm-muting e poi distorti alla massima compressione offrono all’ascoltatore una struttura portante ricca di membrature nel suo essere se non monumentale, almeno grande abbastanza da rompere le ossa. Su di essa, appoggiano gli assoli delle sei corde di Nekro che, in taluni momenti, svelano anche qualcosa di melodico (“Bodycell“).
Il basso rotea come le pale di un elicottero, tonando nel suo seguire le asce da guerra. Anzi, nel supportarle per creare quella base di cui s’è detto poc’anzi. La bontà della produzione consente di discernere con facilità tutti gli strumenti, per cui all’operato di Nicolas Sanson viene dato il giusto rilievo (“Dismal Fate“). Anche quando Grégoire Galichet, il batterista, alza i BPM, il suono si mantiene ordinato e pulito.
Quello che nondimeno fornisce un’abbondante dose di lievito fecondante al sound dei Nostri, è l’ugola di Eron. Niente di straordinario, questo è bene sottolinearlo, però il suo modo di approcciare le linee vocali è davvero sentito, sincero, assestato su un tono aspro, arcigno, profondo. Stentoreo come quello dei primi cantanti degli inizi degli anni ’90, i quali hanno definito il modus operandi del perfetto interprete del death metal (“Trapped in a Mirror“).
Fra le canzoni, c’è da menzionare in particolare “Effigy of the Unknown“. Essendo una strumentale, consente di apprezzare appieno la bravura del quartetto tricolore nella difficile fase di esecuzione, seppure si abbia a che fare con un disco di debutto. Le varie song, tuttavia, benché realizzate in maniera impeccabile, non possiedono quella spinta emotiva necessaria a rendere “This World We Live in…” un lavoro memorabile.
Manca, cioè, il famigerato quid compositivo, fatto che impedisce alla compagine d’oltralpe di oltrepassare la soglia della mediocrità. Forse sono stati gli anni di stop a indebolire la vena creativa di Eron. Forse è il fatto che gli altri musicisti, peraltro inseriti in formazione nel 2024/2025, siano allocati in differenti città del Paese, venendo a mancare quel feeling che si determina solo e soltanto mischiando i sudori.
Sintetizzando al massimo per concludere, “This World We Live in…” è un’opera di cui si può fare a meno, avendo i Cryoxyd lavorato in maniera sin troppo scolastica.
Daniele “dani66” D’Adamo
