Recensione: Till Death Do Us Part

Di Alberto Fittarelli - 10 Giugno 2008 - 0:00
Till Death Do Us Part
Band: Deicide
Etichetta:
Genere:
Anno: 2008
Nazione:
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65

Doveva essere l’album della conferma, è quello del ritorno al dubbio: come un ragazzo sbandato, incapace di mantenere la retta via a lungo, i Deicide tornano ai vecchi vizi, non riuscendo a nascondere il proprio innegabile talento, ma offuscandolo con la scarsità di idee e l’approssimazione della loro messa in musica. Till Death Do Us Part è tutt’altro che un brutto disco: suona però come un passo indietro non da poco se messo a paragone coi due (quasi) perfetti predecessori.

È un dato di fatto che i Deicide, oggi, siano un gruppo al bivio fatale: continuare in qualche modo, trascinandosi sull’onda del successo dei primi due dischi della loro “nuova” vita, Scars of the crucifix e The stench of redemption, o appendere gli strumenti al chiodo e chiudere degnamente una carriera gloriosa, seppur tra alti e bassi. Benton è ormai dichiaratamente un pensionato del metal, esaurito da 20 anni di vita sopra le righe e di eccessi, e pare desideroso solo di occuparsi delle sue incombenze familiari, escludendo del tutto non solo la vita in tour (e ce ne eravamo accorti), ma anche quella in studio e sala prove. Per ammissione di Asheim, come potete leggere nell’intervista, i Deicide oggi non sono più una band a tutti gli effetti. impossibile che tutto questo non abbia avuto effetto sulla fase di composizione di Till Death Do Us Part, gestita dal solo batterista per l’ennesima volta.

Strombazzato come ‘il ritorno dei Deicide ai tempi di Legion‘, in realtà è un buon disco, con punte decisamente coinvolgenti, ma senza quel “di più” che garantiva ad ogni brano, nei due album su Earache sfornati in precedenza, lo status di gioiello; a parte In The Eyes Of God (con la sua strofa talmente cadenzata da diventare quasi ballabile!), ci sono troppi filler in una tracklist che non lascia il segno come dovrebbe. Incomprensibile, se non per il minutaggio, l’inserimento di lunghe intro e outro strumentali; ripetitivo l’uso di tempi medio-lenti, con riff proposti all’eccesso, sino all’immancabile assolo melodico di Ralph Santolla, che però non basta a salvare il brano. Parentesi veloci inserite in pezzi cadenzati, come la buona accelerazione di Horror in the Halls of Stone, o l’unico brano interamente a velocità sostenuta, Angel of Agony, suonano quasi forzate, purtroppo.

Diciamo che la mano è la stessa dei due album precedenti, e si sente ovviamente; ma è anche la stessa di flop come Insineratehymn e In Torment In Hell, e si sente pure questo. Disco carino nel complesso, ora speriamo nel prossimo. Ammesso che arrivi.

Alberto ‘Hellbound’ Fittarelli

Tracklist:

1. The Beginning of the End 03:39
2. Till Death Do Us Part 04:14
3. Hate of All Hatreds 03:53
4. In the Eyes of God 04:42
5. Worthless Misery 05:00
6. Severed Ties 04:01
7. Not As Long As We Both Shall Live 05:05
8. Angel of Agony 03:29
9. Horror in the Halls of Stone 06:23
10. The End of the Beginning 01:41

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