Recensione: To Drink From the Night Itself

Di Stefano Usardi - 18 Maggio 2018 - 9:16
To Drink From the Night Itself
Band: At The Gates
Etichetta:
Genere: Death 
Anno: 2018
Nazione:
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76

A quattro anni dal precedente “At War with Reality”, che sancì il loro ritorno sulle scene dopo un ventennio di latitanza dovuta allo scioglimento per raggiunti limiti di perfezione, gli At the Gates pubblicano “To Drink From the Night Itself”, il loro sesto album. Dopo la partenza di un membro del calibro di Anders Björler a  marzo dell’anno scorso (sostituito a settembre da Jonas Stålhammar, non certo il primo che passava da quelle parti e membro, tra gli altri gruppi che popolano il sottobosco scandinavo, dei Lurking Fear insieme agli stessi Erlandsson e Lindberg) il resto del gruppo non si è dato per vinto, e forte delle abilità compositive di Jonas Björler – gemello di Anders e principale compositore già del succitato “At War…” – è partito alla carica, lanciandosi nell’ambizioso progetto che quest’oggi è argomento di recensione.
To Drink from the Night Itself” nasce, almeno a livello concettuale, grazie alla monumentale opera di Peter Weiss, “L’Estetica della Resistenza”, che viene da molti considerato il lascito spirituale dello scrittore e drammaturgo tedesco. L’idea di base del gruppo era quella di catturare la disperazione di una resistenza platealmente destinata alla sconfitta e fare in modo che si incontrasse col concetto di arte descritto nel libro e, soprattutto, con gli scopi cui l’arte può essere indirizzata: sia come strumento di omologazione oppressiva che come arma di opposizione e, per l’appunto, resistenza ad essa. Tutto ciò si traduce in un album fortemente influenzato dal metallo classico, in cui gli elementi della NWOBHM tanto cara ai nostri vichinghi vengono filtrati dal gusto per il death melodico – che loro stessi hanno praticamente forgiato – fino a dar vita a un album strano, multiforme, ma di cui ammetto di non essere ancora venuto del tutto a capo nonostante le settimane di ascolti assidui e le ripetute pause di sedimentazione.

Facciamo un passo indietro: mi sono avvicinato a “To Drink from the Night Itself” con un certo sospetto, memore del risultato discreto ma sicuramente non esaltante del suo predecessore, e in un primo momento non posso negare di aver tirato un mezzo sospiro di sollievo. Nonostante una produzione piuttosto strana ma comunque efficace, infatti, le caratteristiche dei nostri ci sono pressoché tutte, dalle melodie arcigne alle feroci rasoiate dispensate sotto la supervisione di un “Tompa” sempre acido e abrasivo, ma ad esse si aggiunge una certa voglia di sperimentare soluzioni meno convenzionali e più oscure, sofferenti, inquiete. Ecco allora che riff gelidi e arpeggi ansiosi trovano posto accanto a ritmi meno frenetici, quasi blandi, dominati però da una sezione ritmica sempre puntuale e da atmosfere crepuscolari e decadenti, spezzate solo di tanto in tanto dagli squarci melodici improvvisi che i fan del gruppo conoscono bene. Ok, la rabbia c’è, anche se in forma un po’ diversa, e la melodia pure. Sembrerebbe tutto a posto, eppure… sì, c’è un eppure, perché se è vero che il disco cresce con gli ascolti e possiede più di un episodio capace di far drizzare i peletti del collo, è altrettanto vero che non tutto l’album si rivela all’altezza delle aspettative (beh, quantomeno delle mie). In più di un’occasione, infatti, ho percepito che mancava qualcosa, come se i nostri, di tanto in tanto, si limitassero al compitino, rimescolando la minestra in attesa di un’idea brillante che gli permettesse di far decollare il pezzo (un esempio su tutti, “The Chasm”), dando l’impressione di non essere sempre totalmente padroni della canzone. Non voglio parlare di riempitivi, intendiamoci, ma è a mio avviso innegabile che “To Drink From the Night Itself” sia un album dallo svuluppo mediato, figlio di un approccio fin troppo ragionato che, forse a causa del concept alla sua base, perde per strada un po’ dell’arroganza che ne avrebbe potuto fare un lavoro notevole per abbandonarsi, ogni tanto, a un certo manierismo: i pezzi ispirati – la title track e “Daggers of Black Haze”, giusto per dirne due a caso – ci sono, e non sono neanche pochi a voler ben vedere, ma si trovano accostati a brani comodi, ben fatti ma fin troppo canonici, e altri, diciamo così, un po’ anemici (pochi, per fortuna, ma ci sono). Certo, stiamo comunque parlando degli At the Gates, gente che anche sforzandosi difficilmente tirerebbe fuori un album brutto, e infatti se il nome sulla copertina non fosse proprio il loro starei forse tessendo le lodi di un album sopra la media, ma è altrettanto vero che gli standard a cui ci avevano abituato i nostri prima dello scioglimento erano di un altro tipo. Per dovere di verità va detto che la qualità media dell’album si innalza nella seconda metà, con i pezzi robusti che si fanno via via più fitti fino all’ottimo finale, giustamente siglato da “In Death they shall Burn”, che nonostante una certa prevedibilità assicura una sonora dose di bastonate senza troppi pensieri, e da “The Mirror Black”, la cui oscura e malinconica grandeur si amalgama perfettamente all’intro sinfonica che apre il disco, chiudendo il cerchio su “To Drink From the Night Itself”. Cosa resta alla fine di questo mio sproloquio? Beh, di certo un album non perfetto ma cionondimeno godibile che, nonostante qualche sporadico cedimento, si rivela comunque un passo avanti rispetto al suo più immediato predecessore e un altro tassello nella discografia di una band che, nonostante gli anni che passano, è ancora qui con qualcosa da dire, in un modo o nell’altro.

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Genere:
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75