Recensione: Too Fast To Die
C’è aria di cambiamento e rinnovamento in casa Archspire nell’ultimo periodo. Difatti, dopo l’abbandono del batterista storico Spencer Prewett e la scelta da parte della band canadese di lasciare la Season Of Mist diventano a tutti gli effetti una band indipendente e “auto gestita”, con tuti i rischi e i punti interrogativi che porta questa strada, il cammino tracciato dalla band tech-death si apre a nuovi orizzonti, stimolanti ma sicuramente non privi di rischi.
Eppure lo status del five-piece canadese in questo momento storico è davvero ai massimi livelli contando il successo di dischi che hanno avuto un impatto importante sulla scena tech-death moderna come Relentless Mutation del 2017 ma soprattutto Bleed The Future del 2021, la vittoria ai Juno Awards, ma soprattutto la campagna di crowdfunding su Kickstarter che è stata un ennesimo successo, permettendo alla band di raccogliere oltre quattrocento mila euro e mostrando, come se ce ne fosse bisogno, l’incredibile attaccamento e devozione della fanbase.
D’altro canto gli Archspire sono una band che ha avuto il merito di ricreare un sound riconoscibilissimo all’interno del panorama tech-death moderno anche grazie allo stile vocale di Oli Peters, “L’Eminem del death metal”, come lo ha ribattezzato qualcuno, per la sua incredibili capacità di sputare parole a raffica, con una precisione ed un’efficacia da manuali. Oli è quel tipo di vocalist che rende gli Archspire non solamente appetibili ai nerd incalliti del tecnicismo e delle otto corde, ma è una voce che dona quel tocco di “machismo” e riconoscibilità che rende questa band abbastanza unica nel suo genere e probabilmente apprezzabile da una fetta di pubblico che si estende oltre il fan del technical death metal medio.
Per quanto riguarda questo nuovo Too Fast To Die che arriva a cinque anni dall’iconico Bleed The Future, la sensazione è che squadra che vince non si cambia. Sicuramente l’impatto del nuovo drummer Spence Moore si fa sentire nel disco ed è uno dei motori portanti di questo platter, ma per il resto non troppo viene cambiato rispetto al disco precedente. Sicuramente il nuovo album può essere visto come un disco un tantino più equilibrato rispetto a Bleed The Future, con svariate sezioni di chitarra che lasciano “respirare” l’ascoltatore, che siano questi momenti dove cadono dei riff più semplici o altri dove le linee di chitarra suonano pulite ed eteree con degli stacchi che potrebbero ricordare i Fallujah nella loro ricerca di quell’atmosfera che tanto bene si contrappone alle sezioni terremotanti di blast-beat e tecnicismi dirompenti, fatti di sweeping, tapping con tanto di “pinch harmonics” e molto altro.
Il basso come al solito in un album death metal risulta spesso sotterrato dai muri di chitarra, eppure ha un ruolo importante nei momenti in cui riesce ad uscire dal mix, tessendo delle linee melodiche che vanno ad arricchire e “costruire” su quanto suonato dalle chitarre stesse, sia nei momenti più ruvidi sia il quelli più celestiali, puliti e aperti (l’apertura di Lyminal Cypher nei suoi primi secondi ne è l’esempio).
Colpisce sempre la precisione chirurgica della band nelle sue sezioni più convolute e nei suoi tecnicismi più esasperati, per un terremoto di note e di parole sputate alla velocità della luce che assalgono l’ascoltatore dandogli però quello spazio per respirare in quei suoi stacchi più puliti che la band ama tirare fuori. La voce di Oli per quanto impressionante può essere un tantino monocorde nelle sue parti in cui sputa parole a mitragliatrice, ma il vocalist riesce comunque spesso ad andare su toni decisamente più bassi e gutturali come succede nell’opener dell’album, sfiorando addirittura il “Pig Squeal” in alcune occasioni.
Quelle atmosfere più eteree e riverberate compaiono per qualche secondo all’inizio di Red Goliath, prima che un growl gutturate e cavernoso protratto per vari secondi e un blast-beat di una brutalità incessante ci investa in pieno. Interessante lo stacco di pochi secondi di basso che come detto, quando è ben udibile nel mix, rappresenta la ciliegina sulla torta del disco assieme al drumming sempre dinamico, fluido e interessante, oltre che di una precisione chirurgica.
Carrion Ladder si apre un l’ennesimo show-off vocale di Oli. Il brano però riesce a respirare grazie a sezioni chitarristiche più semplici, immediate e dal sound più groovoso, accompagnate da delle “pinch harmonics”, prima che su di esse si costruiscano degli intrecci e virtuosismi chitarristici incredibili.
Brutalità , tecnica, velocità e frenesia danno il massimo all’inizio di Anomalous Descent con delle parti vocali nella canzone che sembrano quasi dei piccoli cori da stadio. Ancora una volta però, è nel bel mezzo della canzone che il sound si dilata con questi break puliti che sono decisivi nel rendere il sound del disco equilibrato senza eccedere troppo sul lato puramente brutale, iper-veloce ed iper-tecnico.
Sezioni sfumate e melodie delicate ci introducono a The Vessel che ben presto cambia pelle nell’ennesimo brano terremotante del lotto. Un plauso a questo punto va fatto anche al suono del disco che risulta incredibilmente pulito e cristallino per un’esperienza uditiva davvero notevole, dove tutto è ben equilibrato e dove il suono di basso suona corposo nei momenti in cui è più udibile, le chitarre taglienti e anche la batteria è davvero un piacere da sentire.
Limb Of Levitucus è davvero un brano eccellente, dove il lato tecnico della band viene spinto davvero al limite come se dovesse dimostrare ancora qualcosa e le sfuriate in blast-beat con tanto di scream viscerale ci hanno riportato in mente i migliori momenti degli ultimi dischi dei Cattle Decapitation. A questo punto però il fattore di stanchezza uditiva si incomincia a far sentire specialmente giunti all’ultima traccia del disco, la title-track appunto, che forse è il brano più monolitico e devastante del lotto, senza però portare particolari novità, anche se gli assoli al fulmicotone con tanto di sweeping e la solita mitragliatrice di blast-beat rimangono impressionanti. Una violenza e una cattiveria uditiva che lascia senza fiato ma che allo stesso tempo riesce a risultare complessa ed elegante.
In conclusione Too Fast To Die è un altro tassello ineccepibile della discografia degli Archspire che ci riporta un gruppo decisamente ispirato e ancorato alle sua fondamenta nonostante i cambiamenti attorno alla band e nella band stessa. Per i detrattori questo gruppo continuerà a suonare come un “flipper impazzito”, ma la verità è che il five-piece canadese ha tracciato un solco importante nella scena tech-death moderna negli ultimi anni e questo disco proseguirà di certo il loro successo. Certamente il fattore “stanchezza” può arrivare verso la fine dell’album nonostante i suoi non eccessivi trentanove minuti di durata, ma è anche vero che il disco lascia diversi momenti per far respirare l’ascoltatore in passaggi puliti e celestiali e che riescono, soprattutto in questo loro ultimo capitolo, a bilanciare bene le parti cervellotiche, brutali, iper-tecniche e virtuose del loro sound. Ancora una volta dunque, ben fatto!
