Recensione: Triptych

Di Daniele D'Adamo - 29 Aprile 2022 - 0:00
Triptych
70

Dischordia, uno dei più classici dei nomen omen, che in questo caso indica una band totalmente immersa nell’oceano della dissonanza, senza che ci sia alcuna possibilità di emergere dalle sue tempestose e caotiche acque.

Grazie alla collaborazione con il death metal “Triptych”, terzogenito degli statunitensi, si rivela sin da subito (‘Minds of Dust’) duro da masticare. Irto di accidenti musicali assimilabili a cocci di vetro incollati a un globo d’acciaio, nel suo veemente incedere esso tritura qualsiasi cosa trovi sul suo cammino. Compreso le povere membrane timpaniche degli incauti ascoltatori, le quali è come se s’addentrassero in un esteso campo di ortiche.

Davvero difficile da affrontare, questo lavoro, in virtù non solo di una stridente nonché caleidoscopica miriade di accordi che lacerano l’aria. Ma anche per via di una complessità che sfiora l’esoterismo, grazie alla preparazione tecnica di alto livello posseduta dai tre polistrumentisti che compongono il combo di Oklahoma City.

La presenza del flauto e del pianoforte, infatti, non ha come obiettivo quello di rendere meno ostico il sound dell’LP, giacché accade esattamente il contrario. Per citarne uno, il break centrale di ‘Bodies of Ash’ conduce a un ulteriore appesantimento del contenuto distonico, ottenendo spasmi mentali tali da poter indurre l’insorgenza dell’emicrania. Oppure, allucinazioni che hanno a oggetto, per esempio, improvvise aperture cerulee in mezzo a un sempiterno cielo adombrato di grigio.

Le chitarre, oltre a produrre un riffing possente, rabbioso e disarticolato, vicino a quello del technical death metal, con le corde più sottili lacerano l’etere a mò di lamette utilizzate per straziare le carni. Josh Turner nella veste di cantante appare l’elemento più… normale, limitandosi a interpretare le linee vocali con un roco growling dal tono classico che, giusto per variare la pietanza, a volte si modifica in direzione della scabrezza retaggio delle harsh vocals. Basso e batteria spingono pesantemente sul pedale dell’acceleratore, divergendo oltre i limiti dei blast-beats (‘The Wheel’) ma anche rallentando sino quasi a fermarsi (‘Le Petite Mort’). Anche in questo caso, verrebbe da dire ovviamente, poiché Keeno e Josh Fallin s’inerpicano con vigore, assieme al ridetto Turner, in direzione delle vette più alte che raffigurano la sublime discordia fra gli elementi che danno vita allo stile dei Nostri.

Stile senz’altro interessante, soprattutto se osservato all’interno del death metal, in genere piuttosto restio ad appoggiare soluzioni estreme che contemplino l’esagerazione quasi assoluta della disarmonicità. Riuscire a essere sempre intonati durante lunghe cavalcate ove mai, e si sottolinea mai, figuri uno spicchio di melodia, è davvero roba da pochi. Le note compresse nel platter sono innumerevoli, ma nessuna di esse non è mai fuori posto, mai sganciata dalle altre, mai irrispettosa dell’arcigno contesto testardamente voluto dal gruppo americano.

Se i primi ascolti si possono definirsi tremendi, resistendo alla tentazione di scappare via come palle da schioppo il cervello comincia, piano piano, a mettere a fuoco le singole canzoni. Esse all’inizio appaiono simili fra loro ma, a mano a mano che si prosegue con la… tortura, assumono una fisionomia propria, un carattere unico. Anche in questo caso significativa di una bravura che, stavolta, sottintende il songwriting.

Sicuramente nessuno riuscirà mai a fischiettare qualcosa che faccia parte di “Triptych”, tuttavia il fascino di un’opera così maledettamente astrusa non è da sottovalutare. Per il resto, i Dischordia si mostrano inequivocabilmente come una delle migliori realtà in ambito di dissonant death metal (così si dice, pare, per indicare i rarissimi act che osano l’impossibile).

Solo per gli impavidi, prodi, eroici super appassionati.

Daniele “dani66” D’Adamo

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Band: Dischordia
Genere: Death 
Anno: 2022
70