Recensione: Ultimate Demise

Di Vito Ruta - 2 Gennaio 2021 - 17:42
Ultimate Demise
Band: Wildness
Etichetta: AOR Heaven
Genere: AOR  Hard Rock 
Anno: 2020
Nazione:
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71

Lo studio project “Wildness”, intrapreso dal batterista Erik Modin con l’adesione dei chitarristi Adam Holmström e Pontus Sköld e del cantante Gabriel Lindmark, si trasforma nel 2014 in una band in carne ed ossa a cui si aggiunge, circa due anni più tardi, il bassista Marcus Sjösund.
Nel 2017 il gruppo svedese pubblica l’omonimo “Wildness”, ben accolto dal pubblico AOR.
A Lindmark, dipartito, secondo il criptico linguaggio dei comunicati ufficiali, per divergenze musicali, si sostituisce, nella primavera di quest’anno, Erik Forsberg, proveniente dai Blazon Stone, con il quale i Wildness presentano “Ultimate Demise”.

L’album, che riesce a coniugare bene passato e presente, è nella scia del precedente lavoro e mira a portare a casa il risultato della conferma delle potenzialità della band.
Nessuna sorpresa e nessuno scossone, quindi, in questo set di tracce, nel quale fanno un po’ fatica ad emergere, dalla generale gradevolezza delle composizioni, episodi più incisivi.
Lo strumentale “Call of the wild”, non privo di fascino, contrappone al senso di aspettativa creata dalle tastiere una rilassante linea di chitarra melodica ed introduce la movimentata, ma non eccessivamente originale, “Die Young” pezzo che trova il suo punto di forza nel veloce assolo di chitarra.
Nowhere Land”, al contrario, ha il suo perché, affiancando ad una impostazione hard rock un refrain che acchiappa.
Cold Words” è un ottimo pezzo che attinge a piene mani dalla tradizione classica AOR, proponendo il consueto, quanto efficace, binomio riff graffiante/chorus accattivante, formula che torna, anche se con risultati inferiori, nella successiva “Renegades of love”.
Falling into pieces” è una ballad che, nonostante un altro bel solo di chitarra, non riesce a fare grossa presa.
La briosa “Burning It down”, facendo l’occhiolino ai Survivor, è capace, invece, di ridestare l’attenzione.
Con “My Hideaway” si fa un piacevole tuffo nelle sonorità anni 80, che non guasta mai.
Denial” e “Borderline” rimangono poi a sguazzare beatamente nelle rassicuranti acque del rock melodico scandinavo.

L’ultimo brano, che dà il titolo all’album, si discosta dalle precedenti proposte. E’ un pezzo pianistico, di ampio respiro, che, puntati i riflettori sulla voce del nuovo frontman, partendo da un tema in stile “The Heart Asks Pleasure First” di Michael Nyman (colonna sonora del film “Lezioni di piano”) si apre ad influenze folk celtiche.
L’album, grazie alle sonorità catchy che lo contraddistinguono, riesce a centrare l’obiettivo prefissato, soddisfacendo gli amanti del genere e portando anche gli ascoltatori più smaliziati a riconoscere il valore della band con il cui sound la vocalità di Erik Forsberg si amalgama alla perfezione.

Personalmente, ho trovato l’ascolto di “Ultimate Demise” ideale per un momento di relax sul più comodo divano di casa, magari nel corso di queste festività tinte di rosso (mi riferisco non solo al tradizionale colore natalizio, ma anche alla misura restrittiva della zona unica nazionale), piuttosto che durante una sortita nella natura selvaggia.

 

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