Recensione: Undead

Di Francesco Sorricaro - 21 Maggio 2012 - 0:00
Undead
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Anno: 2012
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65

Quattro anni per questo Undead. Quattro anni per un nuovo album di inediti dopo il controverso Death Rituals. Un lungo periodo intervallato solo dal terzo Graveyard Classics del 2010: tutto questo tempo per scoprire che, intanto, in casa Six Feet Under è cambiato quasi tutto. Via la storica ed, aggiungo io, usurata sessione ritmica composta da Terry Butler e Greg Gall; dentro Kevin Talley alla batteria, Jeff Hughell al basso e l’ex-Chimaira Rob Arnold ad una seconda chitarra. Le sonorità modello AC/DC vanno nel dimenticatoio e voilà: Chris Barnes riporta la sua creatura davvero sei piedi sotto terra!

Undead non sarà ricordato negli annali del death, ma ha il merito di riportare i Six Feet Under quantomeno sul loro terreno abituale, quello più congeniale ai loro fan meno intrigati dagli “esperimenti” estemporanei del suo leader.

Frozen at the Moment of Death è un’eccellente opener per questo disco che vuole scavare nel passato e lo fa con una produzione cavernosa ma molto curata dalle abili mani di Mark Lewis (Deicide, Devildriver). Il brano promette tantissimo a chi, come me, spera molto in questa nuova fase degli zombie floridiani: accellerazioni, cambi di tempo, l’incedere maestoso del refrain con un Barnes in grande spolvero, e quanto mai valorizzato dalla produzione del disco, viziano il palato ma, ahimè, devo dire subito che questo risulterà il masterpiece dell’intero lavoro.

Formaldehyde risale violento e fangoso direttamente dalla fossa e mette in luce la perizia tecnica di Talley, preciso nel suo compitino per tutto la durata dell’album e perfettamente a suo agio nelle trame ripetitive dei cinque. Comincia qui una discesa incessante nell’oblio del già sentito. 18 days e Molest Dead sono tracce di buon livello, anche divertenti per un certo verso grazie a qualche minima variazione, arricchite in particolare dalla corposità data dal suono di due asce (questa sì una piacevole novità), ma non aggiungono granchè al bagaglio musicale di un medio ascoltatore di certe sonorità.

A partire da Blood on my hands la mente comincia addirittura ad andare altrove: si arriva a brani che non rimarranno mai nella mente, se non per l’abbaiare fastidioso di Barnes in alcuni frangenti particolarmente infelici, senza un minimo di fuga creativa, di guizzo. Potrei citare Reckless per la sua vena rockettara un po’ vintage, ma bisogna giungere fino a Delayed Combustion Device per riavere un piccolo reale sobbalzo.

E’ il momento di un lieve ma fondamentale colpo di coda, fornito da una traccia dal chorus non riuscitissimo ma, per lo meno, dotata di un tiro diretto ed efficace dopo un introduzione pachidermica, buona per risvegliare improvvisamente e permettere di godere il dittico finale.

Vampire Apocalypse e la successiva The Depths of Depravity sono quello che ci voleva per permettermi di alzare un po’ il voto di Undead, oltre alla magnifica cover dell’album. La prima vive di un atmosfera spettrale da turbinio infernale di anime perse e sembra la vera ispirazione dell’immagine di copertina: un andirivieni di suoni distorti partono dalle chitarre per accompagnare il borbottante growl del singer in quello che sembra l’incessante e cadenzata recitazione di una preghiera malsana. Con la conclusiva The Depths of Depravity si ritorna ai livelli discreti di una traccia costruita con un minimo di progetto creativo. Un arpeggio di chitarra, di cui si era sentita l’eco solo in Blood on my hands, apre le danze per un pezzo che va crescendo, fino ad un corpo centrale spaccaossa culminante in un chorus anthemico (perfetto per essere scandito dal vivo); un solo al fulmicotone spazza via tutto e si ritorna ai ritmi sostenuti dell’inizio, fino alla chiusura forse un po’ misera del tutto.

I Six Feet Under sono tornati. E’ un bene? E’ un male? Giudicatelo voi. Quello che posso dire è che Undead, pur essendo passabile, non aggiunge assolutamente nulla di veramente corposo alla loro discografia, fatta eccezione per lievi integrazioni a livello di sound grazie alle due chitarre. Probabilmente i loro fan della prima ora tireranno un sospiro di sollievo, ma per quanto mi riguarda, mi sono quasi rassegnato nell’aspettare il nuovo Haunted. Spero solo, al prossimo, di non dover rimpiangere gli AC/DC….!

Francesco ‘Darkshine’ Sorricaro

 

Tracklist
01. Frozen at the moment of death  03:42
02. Formaldehyde  02:46     
03. 18 days  02:40       
04. Molest dead  03:13     
05. Blood on my hands  03:38    
06. Missing victims  03:58     
07. Reckless  03:04     
08. Near death experience  02:57     
09. The scar  03:28     
10. Delayed combustion device  03:08     
11. Vampire apocalypse  03:54     
12. The depths of depravity  03:50   
       
Durata totale  40:17
 

Line-up
Chris Barnes – voce
Steve Swanson – chitarra
Rob Arnold – chitarra
Jeff Hughell – basso
Kevin Talley – batteria

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