Recensione: Violence Unimagined

Di Orso Comellini - 16 Aprile 2021 - 0:01
Violence Unimagined
Etichetta: Metal Blade Records
Genere: Death 
Anno: 2021
Nazione:
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78

Anticipato dal notevole video di ‘Inhuman Harvest’ e dalla opener ‘Murderous Rampage’, arriva in questo cupo inizio di primavera caratterizzato ancora dai frequenti lockdown, il quindicesimo album dei Cannibal Corpse: “Violence Unimagined”. Se i due brani citati avevano senz’altro innalzato il livello di hype per il ritorno della band originaria di Buffalo, chiamata ancora una volta a confermare lo status di gruppo fondamentale per la scena sviluppatasi in Florida, il motivo principale di attesa, da un lato, e incertezza, dall’altro, era senza dubbio capire come avrebbero reagito Webster e soci all’arresto di Pat O’Brien. Se la evidente labilità mentale del chitarrista fosse un sintomo di un malessere più diffuso e radicato nelle fondamenta di una cerchia ristretta oppure solo l’isolato atto di un folle. Oltretutto parliamo di un membro rimasto in pianta stabile fin dal lontano “Gallery Of Suicide” (1998), non dell’ultimo arrivato. Dubbi dissipati in un batter di ciglia dall’annuncio della conferma alla produzione, e soprattutto in veste definitiva di secondo chitarrista e compositore, di un’icona del Death Metal senza compromessi come Erik Rutan. Una scelta forte, quasi una dichiarazione d’intenti, eppure estremamente naturale: una soluzione interna. A conti fatti, con buona probabilità, la migliore che potessero fare. A lui, i Cannibal Corpse hanno affidato le chiavi della regia, con Webster bloccato sulla west coast a causa della pandemia, vincendo la scommessa più impegnativa. Gli attori principali, ad ogni modo, rimangono sempre Barrett, Fisher, Mazurkiewicz e Webster. Ai quali Rutan ha dato un contributo fondamentale, sì, ma mettendosi al servizio dello zoccolo duro della band. “Violence Unimagined” suona infatti al 100% un album dei Cannibal Corpse, in linea con le precedenti pubblicazioni. Non temiate grandi rivoluzioni, nel bene e nel male. Coerenza, abnegazione, ortodossia. Sono le parole chiave per descrivere i Cannibal Corpse in questo 2021. Come sempre, del resto.

Sì, perché appare lapalissiano a chiunque li segua da tempo che le migliori cartucce e le principali variazioni stilistiche le abbiano sparate nei primi album, nell’era-Chris Barnes. É evidente quanto sia più omogenea la seconda, e più lunga, parte di carriera con George “Corpsegrinder” Fisher. Fosse anche solo a livello di suoni e produzione. Più in generale, minori lampi di genio, minore follia creativa spinta all’eccesso. Più conformità, sempre ammesso che si possa usare questo termine per un gruppo del genere. Tuttavia sarebbe estremamente ingiusto ridurre tutto alla dicotomia tra le due “ere”, tra i due cantanti. Così come sarebbe miope non riconoscere la straordinaria caratura di album come “Vile” o “Kill”, la solidità dei vari “Bloodthirst”, “The Wretched Spawn” o “Torture”. In definitiva, non c’è più tempo per i rimpianti, per i “se”: “Violence Unimagined” arriva come uno tsunami, Barnes da anni non garantisce più neanche i basilari standard canori e Fisher si conferma come uno dei migliori frontman in circolazione. Inutile girarci attorno. Bastano poche strofe di ‘Murderous Rampage’ per metterci sopra una bella pietra tombale.

Complessivamente “Violence Unimagined” prosegue sulla falsariga del precedente “Red Before Black”: un assalto sonoro all’arma bianca senza soluzione di continuità. Eppure vi sono alcune sostanziali differenze. I suoni delle chitarre sembrano meno distorti e corposi, sono più secchi e affilati. Più in generale la produzione tende a graffiare meno, è un po’ più “moderna”, ma non perde niente in termini di potenza. Il basso si distingue meglio. Le composizioni sembrano pensate meno per un assalto frontale: non ti azzannano al collo, ma s’insinuano sotto pelle pronte a corroderti dall’interno. L’attacco è meno diretto e sfrontato, più ragionato e insidioso, pur con le dovute eccezioni. I brani propongono una maggiore alternanza tra parti riffeggiate, mid tempo e sezioni anche estremamente veloci. Su undici brani, almeno la metà non viaggia costantemente sui 200 bpm. Quasi tutti si dipanano presentando diverse sfumature e accorgimenti. ‘Follow The Blood’ è probabilmente la canzone più rappresentativa, in questo senso, con la sua mutevole forma. Poi, ovviamente, ci sono i tre brani composti da Erik Rutan: ‘Condemnation Contagion’, ‘Ritual Annihilation’ e ‘Overtorture’; nei quali, pur essendo riscontrabile la volontà di scrivere dei pezzi che si sposino al sound dei Cannibal Corpse, lo stile del leader degli Hate Eternal è comunque evidente. Il primo poggia su una dura serie di riff con una veloce parte centrale, il secondo è uno dei più intricati tecnicamente del lotto e ‘Overtorture’ punta tutto sull’aggressività: breve, fulminea e letale. Infine l’album richiede qualche ascolto in più per essere assimilato. Non perché sia più ostico o complesso del normale, semplicemente perché alcune sezioni tendono ad andare maggiormente a segno dopo alcuni passaggi. È il caso, per esempio, di ‘Inhuman Harvest’, con quel clamoroso mid tempo centrale che tende a passare un po’ inosservato ai primi ascolti, salvo poi ritrovarsi a scuotere la capoccia a tutto spiano e ad essere assaliti dal desiderio di rimettere il brano dall’inizio per poterlo riascoltare.

Al contrario, tutti gli elementi che hanno permesso ai Cannibal Corpse di confermarsi come realtà ultradecennale credibile sono sempre lì, a fare bella mostra di sé. Non è un caso se i tanti fan sparsi per il mondo, in tutti questi anni, non abbiano mai voltato loro le spalle. Webster e Barrett si confermano dei compositori di tutto rispetto. L’ispirazione, seppure un po’ affievolita, non è mai venuta meno. ‘Surround, Kill, Devour’, ‘Bound and Burned’, la già citata ‘Follow the Blood’ o l’atipica e sinuosa ‘Slowly Sawn’. Tutti brani che ci ricordano la loro abilità di mediare tra il gusto per la melodia e la furia cieca. Parte del merito va senz’altro anche a George “Corpsegrinder” Fisher, sempre a suo agio a cantare a una velocità quasi disumana e a cambiare registro vocale a suo piacimento, il tutto riuscendo anche a scandire molto bene le parole. Condizione necessaria il più delle volte per far imprimere in testa ritornelli e passaggi più ostici. Un vero mattatore. Che dire poi dell’abilità di Alex Webster al basso che non sia già stato sottolineato ampiamente? I suoi pattern su ‘Follow the Blood’ non fanno che accrescere la stima nei suoi confronti, quelli di ‘Ritual Annihilation’ da crampi alle mani anche solo a sentirli… Poi ci sono due solisti d’eccezione come Barrett e Rutan, che hanno curato molto quest’ultimo aspetto, regalandoci una massiccia dose di assoli: tirati, melodici, dissonanti. Ascoltare ‘Murderous Rampage’ o ‘Bound and Burned’ per credere. Infine Paul Mazurkiewicz, che non sarà uno dei più tecnici batteristi in circolazione, forse non del tutto a suo agio sulle sfuriate di ‘Overtorture’, per esempio, ma che ha saputo imprimere il proprio stile al sound dei Cannibal Corpse come elemento tipico e riconoscibile. Difficile immaginarseli con una differente sezione ritmica. Una colonna portante, assieme a Webster. Costante, inoltre, il suo impegno in fase compositiva, specie per quanto riguarda i testi.

Perciò, tanto di cappello ai Cannibal Corpse per l’ennesimo centro messo a segno con “Violence Unimagined”. Ben pochi possono vantare tale forza e costanza, anche tra gli altri gruppi storici. La speranza è, una volta di più, quella di poterli vedere dal vivo con la nuova line-up il prima possibile, anche se ragionevolmente dovranno passare ancora diversi mesi. È certo, però, che non mancheremo.

La copertina non censurata di Vincent Locke

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