Recensione: Vulnera

Di Germano "Jerry" Verì - 23 Novembre 2020 - 12:05
Vulnera
65

Nuovo lavoro per i nostrani Mysteria Noctis che, dopo l’EP Quid Est Veritas? uscito per Areasonica Records, tornano all’autoproduzione. La band comasca propone un progressive rock pluri-contaminato che sa unire tecnicismi ad una costante ricerca melodica, in un viaggio che abbraccia la storia del genere degli anni ‘70-’80 e ‘90. Gli esordi black del primo album autoprodotto Higher Dimensions sono ormai lontani e la via nella sperimentazione prog sembra definitivamente tracciata (guarda caso ritengono gli Opeth una delle maggiori influenze). Nel loro percorso di crescita, diversi i palchi calcati del nord Italia, come il Legend Club, l’Alcatraz di Milano e la finale dell’Emergenza Festival 2016. A distanza di tre anni dall’uscita di Quid Est Veritas?, anticipato dal singolo “Thoughts”, Vulnera conferma l’anima “fantasiosa” della band, fatta di miscelazione di stili, di un’anima melodica e di una certa imprevedibilità compositiva. I testi si rifanno all’uomo, alla sua fragilità, alla sua ricerca inquieta di se stesso.

L’album si apre con “Am I Here?”, un pezzo che strizza l’occhio al power-prog (anche italiano) con un intro sinfonica, un ritornello orecchiabile e buona tecnica esecutiva. Molto gradevole, peccato per le chitarre sommesse e un po’ impastate, elemento negativo che caratterizza un po’ tutto il disco. Segue il singolo “Thoughts”, forse il brano più vicino al prog metal anni ’90: obbligati, cambi di tempo, ritornello accattivante ed un finale malinconico.  “A supplication” è certamente il passaggio più articolato e complesso di Vulnera, alternando momenti propriamente prog ad aperture melodiche. Il registro cambia con la ballad in italiano “Ultimo Canto”, che colpisce per la sua dolce e pacata tristezza. Una pausa dai ritmi serrati che conquista, gelida e maliosa come la morte a cui fa riferimento. “Night Light” dissolve il pathos creatosi, con riff rocciosi e un canto più aggressivo, per poi placarsi in una parte strumentale centrale davvero ben composta, introdotta da un basso Tool-oriented. “Nell’anima” è uno dei brani più melodici, anch’esso con testi in italiano. Si lascia ascoltare, ma le emozioni un po’ scendono. Il lavoro si chiude alla grande con “Red Sea” che, al netto di gusti personali, è l’apice del disco. Riprende ed esalta i tratti caratteristici dei Mysteria Noctis: l’inviluppo di tecnica e melodia, teatralità e narrazione.

In definitiva ci troviamo di fronte ad una band convincente che continua la crescita e messa a fuoco della sua identità, dando il giusto seguito a Quid Est Veritas?. Tuttavia è piuttosto evidente, anche rispetto al lavoro precedente e soprattutto nei passaggi più concitati, la difficoltà in fase produttiva nell’accendere i suoni dei singoli strumenti e di fonderli sinergicamente affinché i pezzi possano risplendere come meritano. Veramente un peccato vedere vanificata una buona vena compositiva e una certa cura negli arrangiamenti da una produzione non all’altezza. L’augurio è di vederli tornare presto con nuova musica, ma questa volta impacchettata a dovere, perché la band ha le carte in regola per far parlare di sé.

 

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Genere: Progressive 
Anno: 2020
65