Recensione: Where Fear and Weapons Meet

Di Daniele D'Adamo - 24 Dicembre 2021 - 0:00
Where Fear and Weapons Meet
Band: 1914
Etichetta: Napalm Records
Genere: Death 
Anno: 2021
Nazione:
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79

1914. L’inizio della Grande Guerra.

1914. Chi la racconta con i testi e la musica, anche nel nuovo nonché terzo full-length in carriera, “Where Fear and Weapons Meet”, in virtù di una rappresentazione curata nei più minimi dettagli. A partire dai singoli racconti, passando per il death metal e quindi le divise impeccabili vestite dai cinque soldati ucraini.

Anche per loro un discorso analogo a quello che è stato ripetuto più e più volte per gli heavy metaller svedesi Sabaton. La volontà di narrare episodi bellici non deriva da una diffusa propaganda volta a inneggiare della guerra. No, assolutamente. Deriva da una fame di sapere che viene calibrata, volenti o nolenti, sui due accadimenti più importanti del ventesimo secolo. La I e la II Guerra Mondiale, cioè.

Detto questo per fugare ogni dubbio di possibili distorsioni politiche, il parallelo fra i 1914 e i Sabaton finisce qui. Giacché i primi, come accennato, praticano il death metal. Un death metal non convenzionale poiché racchiude in sé altri componenti come il blackened, lo sludge, campionamenti orchestrali e tutti quegli inserimenti ambient come le marcette militaresche. In grado di rendere il disco come una sorta di colonna sonora per quanto accaduto ai soggetti delle liriche (‘Vimy Ridge (In Memory of Filip Konowal)’, ‘Don’t Tread on Me (Harlem Hellfighters)’) o durante le furibonde, sanguinosissime battaglie (‘Pillars of Fire (The Battle of Messines)’).

Elemento vincente del sound proposto dai cinque immaginari militari, è proprio l’incrocio con lo sludge. Il cui stile impastato fa sì che l’ascoltatore possa addirittura immaginare l’odore delle trincee, la fatica dei soldati nel vivere a perenne contatto con il fango, la suprema fine della sofferenza. La morte. Però, attenzione. Malgrado questi stimoli negativi, a differenza dei lavori precedenti l’LP non parla della morte ma della vita. La maggior parte dei protagonisti delle canzoni sono difatti sopravvissuti alla guerra, diventando eroi una volta tornati a casa. È chiaro che tale percorso ha implicato una grande resistenza al dolore, sia fisico, sia psicologico, per cui anche in questa sorta di lieto fine non può che aleggiare il timbro dei Nostri, timbro che identifica il loro stile in maniera univoca. Uno stile piuttosto originale, che rende il gruppo facilmente riconoscibile in mezzo alla mota, è proprio il caso di dirlo, in cui si rivoltano le migliaia di act che praticano il metal estremo.

E, a proposito di canzoni, si può rilevare una loro più che buona consistenza, nel senso che ciascuna di esse è dotata di una propria autonomia funzionale. Un gradito pregio, questo, in quanto allontana, e di parecchio, il rischio di noia. Peraltro, i singolo episodi sono ben più lunghi dei canonici quattro minuti. Una sorta di suite minori, insomma, anche se la vera suite c’è: ‘The Green Fields of France’, splendida rivisitazione di un brano di Eric Bogle, cantautore scozzese naturalizzato australiano. C’è da sottolineare, anche, che sono proprio queste tracce a meglio descrivere gli accadimenti nei campi di battaglia. Parti lente scandite da mid-tempo intervallate a parti veloci, sino ad arrivare a oltrepassare la soglia dei blast-beats. Come a riprodurre coraggiose avanzate contrapposte a prudenziali ritirate (‘… and a Cross Now Marks His Place’; coadiuvata dalla voce di Nick Holmes, vocalist dei Paradise Lost.). Se invece si vuole volare alla velocità del suono, allora ‘FN .380 ACP#19074’ e ciò che ci vuole. Anche in questo caso, tuttavia, l’addendum atmosferico non è di poco conto e, davvero, scatena immaginarie visioni in cui ci si sente davvero parte integrante dell’album.

Insomma, da qualsiasi parti lo si giri, il platter mostra sempre lati interessanti, potenti emozioni di chi vive un’esperienza traumatica come la guerra, un qualcosa da assorbire a occhi chiusi per correre indietro nel tempo a vivere la Storia in prima persona.

Niente da dire: i 1914 sono fra i migliori interpreti dell’atmospheric death metal. Perché, alla fine, è questo che è “Where Fear and Weapons Meet”: un mezzo invisibile per trapassare la superficie della musica sì da entrare nel reame dell’immaginazione.

Daniele “dani66” D’Adamo

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