Recensione: Woodcut
Woodcut è il nuovo e raffinato album dei Big Big Train, band di polistrumentisti che incantano con la loro musica eclettica e dai testi profondi. Il vocalist Alberto Bravin in forze alla band dal 2022 ha riportato i BBT su livelli d’eccellenza e oggi parliamo a ragione di un altro signor disco.
Il tema centrale del concept è la creazione artistica intesa come scavo interiore, questa la metafora portante che percorre l’intero full length. L’atto dell’incidere (o dell’intarsio per meglio dire) richiede precisione, pazienza, silenzio; è qualcosa di irreversibile (ogni taglio è una “ferita” necessaria) e porta alla luce un’immagine mentale togliendo materia dalla matrice di base (o durame). I testi riflettono inoltre sulla natura paradossale dell’arte: il creatore, infatti, si sente diviso tra vocazione e sacrificio, vive il suo operato a tratti come una gabbia e si chiede se quello che crea non richieda troppa fatica privandolo di momenti importanti di vita, senza apparente ricompensa. A rendere il tutto più suggestivo c’è la cornice narrativa che vede la presenza del bosco, luogo “arcadico” che rappresenta la mente dell’artista, il suo inconscio tra luci e ombre, uno spazio di smarrimento ma anche di rivelazione, dove perdersi e ritrovare la via di casa.
Con queste premesse, è chiaro che siamo di fronte a un disco ispirato e musicalmente coinvolgente. Vediamo la scaletta dei brani. Woodcut si apre in modo poetico e struggente con la breve strumentale “Inkwell Black” (Calamaio nero) per violino e clarinetto che fa da introduzione a “The Artist”, pezzo più lungo in scaletta con i suoi sette minuti di durata complessiva. A colpire, oltre alle note di hammond, è il basso corposo di Gregory Spawton, che riecheggia lo stile del grande Chris Squire. Il sound dei BBT suona nel complesso rinvigorito, specie nella parte strumentale dell’opener che richiama a tratti l’eclettismo della The Neal Morse Band ma con un tocco in più per quanto riguarda gli arrangiamenti di trombe.
I testi del concept si focalizzano fin da subito sull’aspetto meta-artistico: cosa significa creare un’opera d’arte e qual è il ruolo dell’artista in questo processo “alchemico” ed esaltante? (Who’d have thought creation / Would take so much away? […] Heart to the hand / Hand to the blade / Dreams manifest / Glory displayed). La sublimazione rende l’artista un tramite attraverso cui si manifesta la potenza dell’immaginazione che connota l’essere umano e per certi versi lo rende onnipotente. Il rischio è di perdersi in questa consapevolezza sconfinata…
Frizzante anche la breve “The Lie of the Land”, una corsa tra i sentieri del bosco dal quale origina la materia che sarà poi lavorata dall’artigiano intagliatore. “The Sharpest Blade” vede alla voce anche Clare Lindley, che si alterna e duetta con il sempre bravo Alberto Bravin. Non manca una certa dose lisergica, ma anche momenti più tirati, specie nel finale. Spicca Nick D’Virgilio, invece, in “Albion Press”, pezzo ben ritmato aperto da due minuti strumentali da manuale: ci sembra di ascoltare i Transatlantic, ottima musica davvero. I testi tentano di descrivere la magia della mimesi che rende l’arte più vera della realtà (I never thought the colours could change / Right before my eyes / More real than reality). La natura naturata a volte non regge il confronto con la natura naturans e sta all’artista portarla a perfezione.
In un album bucolico come Woodcut non poteva mancare un momento idillico e allora la band inglese accontenta i fan con “Arcadia”, pezzo che richiama il tema edenico. È un piacere lasciarsi cullare dall’andamento di questa ballad, dove ogni nota è al posto giusto; le armonizzazioni, i sintetizzatori, il pianoforte, il violino s’intrecciano in modo sublime.
Il concept arriva, altresì, a una svolta importante, con il protagonista che trova la forza per rilanciarsi e iniziare il suo viaggio di ritorno verso la via di casa. Dopo l’interludio “Second press”, “Warp and Weft” (Trama e ordito) ci catapulta in un’altra dimensione, con i suoi tempi dispari accompagnati da sonorità spigolose e alienanti. Sembrano gli Yes più ruvidi e impegnativi, pane per i denti di ogni progster che si rispetti. I testi non a caso parlano del tempo della creazione che intrappola il creatore, il quale non riesce a fermare la mano che intaglia il legno. Del resto il tempo della creazione è infinito perché indefinito, chi ha provato a comporre, scrivere o dipingere un’opera sa che è in fondo è sempre così.
Si torna su sonorità più accessibili e melodiche con la successiva “Chimaera”, brano che contiene il risveglio dell’artista dal suo sogno dorato. Le strofe hanno un che di trascinante e visionario, ancora una volta viene in mente Neal Morse, ma non solo. Si tratta tuttavia di un climax effimero, perché già nella successiva “Dead Point” apprendiamo che le gabbie che si era costruito permangono nella loro indistruttibile insensatezza.
I BBT dipanano il concept in modo sapiente e, nel continuo saliscendi di emozioni proposte, arrivare a “Light Without Heat” è come conquistare un momento di puro refrigerio. Trattasi di soliloquio dai toni crepuscolari con note di chitarra acustica che sembrano materializzare degli strani raggi solari: non scaldano e non illuminano, infatti, la mente del protagonista e la chiarificazione definitiva sulla sua raison d’être resta ancora in sospeso. Da segnalare un bell’assolo di sintetizzatore e se ne volete uno di chitarra elettrica, invece, è il caso di ascoltare attentamente “Dreams in black and white”, altra traccia magnificamente concepita e arrangiata. Seguono due composizioni strumentali imperdibili, “Cut and run” e “Hawthorn White”. Pirotecnica la prima, elegiaca la seconda, uno dei momenti più alti di Woodcut.
Il concept di chiude con “Counting Stars” e “Last stand”. Il punto d’arrivo cui giunge l’intagliatore è l’accettazione della circolarità della vita e della natura, con l’obiettivo di una vita retta e fatta di degne aspettative (But aim for the heights/While you make good your words/Make all you touch seem right). In definitiva un carpe diem postmoderno che non può non commuovere nelle liriche ricche di pathos con la metafora finale dell’oro nel cielo che va trovato, per poi continuare ad andare avanti giorno dopo giorno.
Time to speak of love and hope
Life and death and letting go
Take each day not as it comes
Make it new and make it your own
Woodcut è un disco che affascina e sembra rivelare il senso di domande segrete e preziose per tutti noi, ma in fin dei conti ne descrive semplicemente l’enigmatica esistenza. Spiegare il mistero dell’uomo e dell’arte è impossibile, metterlo in musica e parole invece può essere fattibile e sfidante: i BBT si avvicinano alla perfezione con Woodcut e indagano il labirinto dell’arte in modo unico.




