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TrueMetalStories: Summoning, la musica degli Ainur

Di Francesco Gabaglio - 14 Dicembre 2016 - 18:00
TrueMetalStories: Summoning, la musica degli Ainur

TrueMetalStories: la rubrica in cui presentiamo band giovani e pronte a sfondare, o band di lungo corso che ancora non hanno ricevuto il successo che meritano.

 

summoning logo

 

 

Prologo

I Summoning sono una band piuttosto anomala, estremamente talentuosa ma tutto sommato di nicchia. In una carriera più che ventennale, è riuscita a sfornare una serie di capolavori di una qualità tanto alta da avere pochi termini di paragone, per lo meno in ambito black metal. Il loro segreto è apparentemente semplice: la loro è musica visiva. Essa riesce cioè a creare, in modo estremamente vivido, immagini meravigliose nella mente degli ascoltatori. Attraverso la loro musica e i loro testi, quasi tutti costituiti da poesie di J.R.R. Tolkien, i Summoning non solo parlano dei miti e delle leggende del Silmarillion, dello Hobbit e del Signore degli Anelli, ma riescono a ricreare vere e proprie immagini sonore di Arda, il mondo in cui queste storie hanno luogo. Del resto, che altro ci si può aspettare da una band chiamata letteralmente ‘evocazione’?

Tuffiamoci quindi nella loro storia, e cerchiamo di carpire i segreti che rendono i Summoning la band atmospheric black metal più grande di sempre.

 

Le radici – «Lugbûrz» (1993-1995)

 

Summoning&Trifixion

Da sinistra a destra: Protector, Silenius e Trifixion nel booklet di “Lugbûrz”

 

Nel 1993 tre austriaci s’incontrano in un pub e, tra una birra e un brezel, decidono di cominciare a suonare insieme. I loro nomi sono Silenius (Michael Gregor – voce, tastiere e basso), Protector (Richard Lederer – voce, chitarre e tastiere) e Trifixion (Alexander Trondl – batteria). Evidentemente affascinati dalla scena scandinava di quegli anni d’oro, mettono insieme due demo black metal che godono di una certa fama locale e valgono alla band, nel 1994, l’entrata nel roster di una giovanissima Napalm Records: è l’inizio di un profondo sodalizio che dura ancora oggi.

Nasce così anche il primo album vero e proprio del trio, intitolato «Lugbûrz» (1995). Musicalmente il disco è un prolungamento del black metal sporco, essenziale e diretto dei demo; nonostante contenga brani di qualità anche ottima (‘Grey heavens’, ‘Beyond bloodred horizons’, ‘Where winter forever cries’), verrà definito dalla band come un semplice «primo tentativo», piuttosto diverso da quanto verrà dopo.

 

Lugburz

 

Il momento decisivo per la carriera della band si situa infatti dopo la registrazione di «Lugbûrz», quando cioè dissidi interni alla band portano all’esclusione di Trifixion, che si sarebbe rivelato un «commercial thinking a**hole». Silenius e Protector, rimasti soli, compiono allora una scelta cruciale e decidono di non cercare un nuovo batterista: il ruolo che spettava a Trifixion sarebbe stato svolto, di lì in poi, da una drum machine. È la palingenesi dei Summoning e la nascita di un sound unico al mondo.

 

La rinascita – «Minas Morgul» (1995)

  Minas Morgul

 

Sound che si concretizza per la prima volta in «Minas Morgul», full length pubblicato quello stesso anno e universalmente riconosciuto come una delle punte di diamante degli austriaci, nonché come un disco storico. Con «Minas Morgul» i Summoning aprono infatti una nuova strada non solo nella loro carriera, ma anche nel black metal; una strada che li renderà celebri e che continueranno a percorrere, fino ad oggi. Volendo condensare il tutto in una descrizione, potremmo dire semplicemente che la musica degli austriaci, da questo album in poi, è black metal epico e allo stesso tempo atmosferico, cosa che nessuno aveva mai tentato prima di allora. Ma, concretamente, cosa c’è di così speciale in tutto ciò? Cosa c’è di così straordinario?

 

I Summoning e la musica circolare

Il primo elemento è il ruolo fondamentale dei suoni sintetizzati, che costituiscono spesso la spina dorsale e il motore dei brani. In tutta la grande famiglia della musica metal, sempre dominata da chitarra, basso, batteria o voce, questa è una caratteristica di straordinaria originalità.

Questo fatto permette inoltre ai Summoning di utilizzare un procedimento particolarissimo nella costruzione dei loro brani: l’idea che sta alla base è quella di musica circolare. Si parte da una melodia semplice, eseguita dalla chitarra o dal sintetizzatore, e la si mette in loop, creando un tappeto sonoro costante. Ad ogni giro si aggiunge poi un nuovo strato, cioè una nuova melodia o un nuovo ritmo, che va a sovrapporsi a quelli già esistenti, creando infine così un’ampia polifonia circolare. È uno dei più importanti segreti della magia dei Summoning: la circolarità e la ripetizione, tipiche della musica rituale, creano infatti un effetto ipnotico. Allo stesso tempo, eliminando il concetto di «inizio» e «fine», danno l’illusione dell’infinito. I pezzi si sviluppano cioè verticalmente, strato dopo strato: non c’è progressione orizzontale lineare, non c’è una direzione. Tutto gira infinitamente su sé stesso. L’ascoltatore viene quindi fatto entrare nel brano, dove ne viene circondato e, una volta al centro, perde l’orientamento. A questo punto c’è un’unica possibilità: arrendersi all’evidenza, accettare di essere fuori dal tempo come dimensione lineare e, semplicemente, godersi lo spettacolo di decine di circuiti sonori che pulsano, compaiono e scompaiono, sviluppandosi in altezza e troneggiando fino a sfiorare maestosamente il cielo.

 

‘The passing of the Grey Company’

 

L’esempio più lampante in «Minas Morgul» è costituito da ‘The passing of the Grey Company’, brano nel quale questa struttura è particolarmente evidente: prima uno strato di synth che tesse una (stupenda) melodia; poi un secondo, ancora di synth, che costituisce la prima armonizzazione; poi un lieve pattern di percussioni, il primo elemento ritmico; poi la batteria insieme alla chitarra elettrica; e, infine, la voce. Raggiunto il numero massimo di strati, le possibilità sono varie: si può ad esempio procedere per graduale sottrazione fino alla fine del brano o, se lo si vuole prolungare (come in questo caso), si ferma tutto e si ricomincia da zero, con una nuova melodia di base simile alla prima, alla quale vengono aggiunti nuovi strati.

Il procedimento, che si può individuare chiaramente in vari brani dell’album, non viene ovviamente usato in modo sistematico; tuttavia diventerà un elemento chiave nella discografia dei Summoning e darà vita a molti dei loro brani meglio riusciti.

 

Verso la perfezione – «Dol Guldur» (1997)

 

Dol Guldur

 

L’album successivo, pubblicato nel 1997 (ma composto l’anno prima) col titolo di «Dol Guldur» porta a maturazione tutto ciò che in «Minas Morgul» era ancora acerbo ed è infatti considerabile formalmente perfetto. La qualità di registrazione e di missaggio viene migliorata e la costruzione circolare dei brani viene perfezionata e impiegata qui in modo più esteso dando vita, tra gli altri brani, ad ‘Elfstone’, vera e propria gemma.

 

‘Elfstone’

Lo scarto più evidente rispetto al disco precedente riguarda l’atmosfera che traspira dai pezzi, ora più fantasy e meno oscura rispetto a «Minas Morgul». È l’inizio di una tendenza che verrà protratta anche nei due dischi seguenti: la componente cupa del black metal scemerà gradualmente lasciando sempre più spazio a quella melodica. Il disco viene accolto in modo entusiastico dall’underground e i Summoning acquisiscono così lo status di band culto: il loro seguito è ancora ristretto ma già affezionatissimo.

 

Su nuovi sentieri – «Stronghold» (1999)

 

Stronghold

 

Che fare dopo un album del genere? Come continuare in modo da non cadere nel monotono? Il duo, messo di fronte a queste domande e stanco per lo sforzo compositivo prolungato, decide di fermare tutto per un po’. Poi, come se niente fosse, nel 1999 esce «Stronghold», che stravolge tutto.

Si tratta di un disco che per certi versi costituisce sia una parentesi sia un punto di ripartenza nella carriera della band; un disco che viene immediatamente percepito come diverso rispetto ai precedenti, e che rimane ancora oggi il più eccentrico. È meno oscuro rispetto ai predecessori, certo, ma è anche il più guitar-oriented nella carriera della band, presenta brani più brevi e abbordabili e persino influenze gotiche (vd. ad esempio ‘Where hope and daylight dies’, con il cantato lirico di Tania Borsky). Ogni pezzo, a partire dall’ottima intro ‘Rhûn’, è immediatamente riconoscibile e cattura l’ascoltatore al primo ascolto: è merito anche dell’utilizzo di ritornelli orecchiabili, elemento che per i Summoning è nuovo e costituisce un parziale allontanamento dal concetto di ‘musica circolare’ dei precedenti lavori. Una mossa tanto rischiosa quanto coraggiosa. Ma l’avvicinamento alla forma-canzone tradizionale non ha alcuna ripercussione negativa per la band, che anzi si dimostra estremamente capace anche in questo territorio, allargando così per la prima volta in modo significativo il proprio pubblico. E brani come ‘Long lost where no pathway goes’ o ‘Like some snow-white marble eyes’ diventano così amatissimi dai fan, catturati da ritornelli che entrano immediatamente in testa senza però mai scadere nel facile o nel banale. Altra importante particolarità di questo album è relativa allo stile delle chitarre: esse suonano ora prevalentemente non più in tremolo ma con la tecnica dell’arpeggio staccato, e dominano decisamente sulle tastiere, le quali invece per la prima volta si situano decisamente sullo sfondo.

Il risultato fu un disco particolare e originalissimo che, per la sua (relativa) lontananza dalla classica forma-Summoning, funse paradossalmente da facile via di accesso alla band per molti ascoltatori, intimiditi dai dischi precedenti.

 

‘South away!’ – «Let Mortal Heroes Sing Your Fame» (2001)

 

LMHSYF

 

Il 2001 vede arrivare sulle scene un nuovo album, un’altra vera e propria perla. S’intitola «Let Mortal Heroes Sing Your Fame» ed è un disco forse particolare quanto «Stronghold» ma per ragioni completamente opposte. Se infatti il disco precedente era estremamente guitar-based e costituiva quindi (insieme a «Lugbûrz»), l’album più ‘metal’ nella carriera del duo, «Let Mortal Heroes (…)» è completamente synth-based, impiega spesso e volentieri la tecnica di liriche recitate ed è insomma l’album più fiabesco e melodico dei Summoning.

Dal disco precedente, questo eredita elementi come lo stile arpeggiato/staccato delle chitarre, la vicinanza alla forma-canzone con l’impiego di ritornelli memorabili, e infine la (molto relativa) brevità dei brani. Tuttavia essi vengono questa volta abbinati ad abbondanti suoni sintetizzati, ora molto più complessi, polifonici, vari e, a tratti, più realistici: questa la vera particolarità del disco. Timpani, trombe e trionfali strumenti a fiato dominano l’album, colorandolo di un’epicità cristallina dal registro decisamente high fantasy. Ed è proprio per questa ragione che le opinioni su «Let mortal heroes (…)», proprio come quelle su «Stronghold», sono sempre state bipolari; da una parte chi critica la sovrabbondanza di tastiere, dall’altra coloro la cui fantasia viene stimolata come non mai da tale tripudio sonoro. Ma c’è sempre stato un punto ad accomunare i due schieramenti: synth o non synth, si tratta di un disco di ottima qualità che, come nessun altro prima, è riuscito a dare una forma sonora alla parte meno malvagia (ma altrettanto misteriosa e affascinante) della Terra di Mezzo.

 

‘A new power is rising’ e ‘South away’

 

A new power is rising’ si aggiudica a mani basse la palma di migliore introduzione scritta dal duo austriaco, mentre la successiva ‘South away’ riceve invece il premio di ‘canzone più solare’, sfoggiando un ritornello di quelli che suscitano la pelle d’oca ad ogni singolo ascolto. E, a proposito di pelle d’oca, è alla fine dell’album che Silenius e Protector calarono l’asso, presentando all’ascoltatore un brano ambiziosissimo: ‘Farewell’. La sua particolarità sta nell’utilizzo, nel ritornello, di un coro, espediente mai utilizzato prima dal duo. Piccola curiosità proprio relativa al coro: Silenius e Protector, non potendo (ma soprattutto non volendo) utilizzare un vero insieme di voci, ricorsero ad un espediente tanto semplice quanto particolare: cantarono e registrarono la parte più e più volte, ciascuna con un’interpretazione lievemente diversa, e sovrapposero poi tutte le versioni, creando di fatto un ‘coro’ composto da due soli timbri vocali.

 

Su pianure sconfinate – «Oath Bound» (2006)

 

Oath Bound

 

Il tanto atteso (e poi amatissimo) seguito si presenta sotto il nome di «Oath Bound», uscito nel 2006, a ben cinque anni di distanza dal lavoro precedente. E si può immaginare che questi cinque anni siano davvero serviti a Silenius e Protector per partorire questo disco. Perché «Oath Bound» è l’album più ambizioso del duo; un album mastodontico sotto tutti i punti di vista. Basta canzoni brevi: tutti i brani durano dagli otto ai tredici minuti. Basta ritornelli, si ritorna alla forma circolare. Basta chitarre suonate in staccato: ora gli arpeggi sono lasciati vibrare il più possibile. Synth, chitarre, percussioni, voci, e cori: tutti i suoni vengono fortemente riverberati. In «Oath Bound» tutto, dai dettagli sonori più insignificanti alla struttura stessa del disco, concorre a creare un senso di vastità.

I pezzi migliori? ‘Mirdautas vras’ ci porta in mezzo al campo di battaglia, tra le schiere di Mordor che avanzano; il suo testo, prima e unica composizione originale della carriera dei Summoning, è scritto in Linguaggio Nero, la lingua di Sauron, e dà voce alle schiere di orchi che scendono in guerra. E come non menzionare l’imponente ‘Might and glory’, che è semplicemente uno dei pezzi migliori scritti dal duo.

 

Dor Firn-i-Guinar

Ma il meglio dell’album, la vera perla, viene ancora una volta riservata per la fine. Chiedete a chi volete, non importa: tutti vi risponderanno allo stesso modo. «Qual è il pezzo migliore dei Summoning?». Oppure ancora, «Cosa sono i Summoning?». La risposta è ‘Land of the Dead’.

 

 

Un brano in cui c’è tutto; un brano lungo, difficile, estremo, proprio come questo disco. Ma proprio per questo capace di regalare tantissime emozioni.

Tredici i minuti di durata; una sola la melodia portante, che pian piano esce allo scoperto fino ad esplodere; e i cori, anche questa volta registrati con la tecnica della sovrapposizione di due voci, che la fanno emergere in modo straordinario. Ma chitarre, voci, cori, percussioni e synth vari, effettati e riverberati all’estremo, non sono tutto. Perché in mezzo a questa meravigliosa imponenza sonora, l’espressione più alta della melodia portante, dopo il coro, è affidata ad un singolo strumento: un flauto.

Ora, bisogna tenere a mente che, se si esclude la chitarra elettrica, tutti gli strumenti che si sentono in tutti dischi dei Summoning da «Minas Morgul» in poi sono sintetizzati. Tutti quanti. Qui, per la prima e unica volta dal 1995, viene utilizzato uno strumento vero. Un flauto, per l’appunto. Uno stupido flauto dolce, di quelli che s’imparano a suonare alle scuole medie. E, in mezzo all’imponenza e alla vastità di questo brano, è proprio uno stupido, piccolo, vero flauto dolce ad avere la meglio. La distanza tra i due mondi sonori è tanto ampia da creare un abbinamento tanto perfetto quanto fuori da qualsiasi logica. Verso il termine del brano poi tutto tace e il flauto ritorna a duettare, da solo, col coro. E i Summoning entrano così nella storia.

È evidente che, dopo aver composto un brano del genere, un musicista con un minimo di autocoscienza sa di aver raggiunto il proprio apice, e sa che cercare di ripetere l’impresa sarebbe stupido. Potrebbe anche pensare di porre fine alla propria carriera, ed è proprio quello che Protector e Silenius decidono di fare. Non danno alcun annuncio ufficiale, ma di fatto la band viene abbandonata. Nel 2007 uscì un lussuoso cofanetto contenente alcuni dischi pubblicati fino ad allora: come se tutto fosse finito, e non restasse altro che voltarsi indietro ad ammirare la strada percorsa.

Gli anni passarono, e pian piano sembrò chiaro a tutti che i Summoning non sarebbero tornati.

 

Bianche sponde – «Old Mornings Dawn» (2013)

 

Old Mornings Dawn

 

Tuttavia, nel 2011, accade il peggio: Silenius è improvvisamente colpito da un infarto. Il musicista è a tanto così dalla morte ma, fortunatamente, sopravvive. E, non appena uscito dall’incubo, si mette a scrivere nuova musica, di getto, dopo anni di silenzio. Si consulta con Protector e i due, presi da un rinato entusiasmo, decidono di infondere nuova vita alla band.

Ed è così che nel 2013 esce quello che, ad oggi, è l’ultimo disco della band, «Old Mornings Dawn». La pubblicazione di un nuovo album da parte di una band ormai leggendaria, dopo sette anni di silenzio, è percepita dai media e dal pubblico come un grande avvenimento. La Napalm Records dà il via ad una campagna pubblicitaria senza pari e il disco viene pubblicato in un tripudio di versioni differenti e di edizioni speciali. Ma la musica?

Ora, «Lugburz» era un disco black, «Minas Morgul» era fantasy oscuro, «Dol Guldur» era magico, «Stronghold» era gotico, «Let Mortal Heroes (…)» era high fantasy, e «Oath Bound» era guerra su larga scala.

Questo «Old Mornings Dawn» è, invece, ancora diverso: è un disco nostalgico. Per la prima volta l’epicità è convogliata attraverso il filtro della malinconia, del ricordo. Il mito e la leggenda non sono cioè più vissute in prima persona, ma sono come osservate a posteriori, molto tempo dopo la loro fine. Il che, se si pensa a quanto si è detto poco fa sulla carriera del duo dopo «Oath Bound», ha un suo senso.

Il disco è caratterizzato da una produzione estremamente pulita e cristallina, molto lontana dal quella del suo predecessore. Vi trovano inoltre spazio varie punte di originalità, come la voce più melodica di Protector, il sound quasi irlandese dell’ottima ‘Caradhras’, o le voci spettrali di ‘Of pale white morns and darkened eves’. La ricezione dell’album è piuttosto buona, sia da parte del pubblico che della critica: nonostante molti riconoscano che si tratta dell’album meno riuscito del duo, le capacità compositive dei Summoning sembrano ancora ottime e ancora capaci di dar vita a brani francamente stupendi, come ‘The wandering fire’.

E arriviamo così ai giorni nostri. Al momento della stesura di quest’articolo i Summoning sono latitanti. La loro pagina web è offline e non abbiamo alcuna notizia relativa al futuro della band: ancora una volta, ci toccherà aspettare. Anche se forse, con un passato del genere, il futuro non è poi così importante.

 

Epilogo

Nei secoli molti hanno tentato di definire a che cosa serva l’arte. Tra le risposte che sono state tentate, personalmente, ce n’è una che mi piace di più. Ed è «niente». L’arte non serve a niente. L’arte vera, quella più pura, non è servile, non ha alcuna funzione. Non viene creata con un fine, ed è per questo che non ha nemmeno una fine. L’arte più pura è un fatto estetico, è bellezza che avviene e si esaurisce in sé stessa, e che in sé stessa trova la sua ragion d’essere. Ed è gratuita, nel senso che si dà come grazia. Ciò fa in modo che l’artista sia concettualmente simile a quello che alcuni chiamano Dio, in quanto l’opera d’arte è il prodotto umano più vicino ad un miracolo.

 

summoning omd

 

Quello che i Summoning sono riusciti a fare, dal 1993 ai giorni nostri, è proprio questo. Musica gratuita, totalmente svincolata da occasioni e dalla realtà. Musica che anzi crea una realtà alternativa, partendo dal nulla. Estetica pura, se vogliamo; bellezza senza un senso, senza una necessità. Un miracolo dopo l’altro. E lo hanno fatto con un talento, una visione e con un’integrità unici. Il che significa anche impiegare suoni sempre, palesemente e orgogliosamente finti; significa non utilizzare mai un’orchestra o un coro vero; significa non esibirsi mai dal vivo, nemmeno una volta.

Perché l’arte, per emozionare e smuovere la fantasia, non ha bisogno del realismo, né tanto meno della realtà.

 

Francesco Gabaglio