Recensione: Black Dog Barking

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Gli Airbourne ritornano con il loro terzo lavoro, intitolato “Black dog barking”, e com'era facile intuire, non deludono nemmeno stavolta i fan dell'Hard Rock più becero e diretto.
Potremmo tranquillamente sottolineare una volta di più come il quartetto abbia ripreso in modo palese tutto il sound degli Ac/Dc - pur se con un attacco meno bluesy - riversandolo completamente nel proprio songwriting, ma non vogliamo essere così banali e cinici ne, dopo tutto, riferire qualcosa di già sin troppo noto ed assodato.
Ogni opera d'arte, infatti, non nasce dal nulla, ma è pur sempre figlia di qualche altra opera, reinterpretata in misura maggiore o minore. Ed è così del tutto evidente come gli Airbourne cerchino da sempre un sound crudo e grintoso proprio traendo ispirazione dalle band che li hanno appassionati e gasati, tirando dritto come un treno a tutta velocità, spinti dalla passione per il Rock, senza preoccuparsi delle eventuali critiche che potrebbero arrivare.
Non l’hanno mai fatto sinora. Perché dovrebbero iniziare proprio adesso…

Onestamente tuttavia è da notare un calo qualitativo rispetto alle due uscite precedenti, release che hanno contribuito a rendere il nome della band australiana tra i più seguiti della nuova generazione di rockers. Dopo “Runnin'Wild”, il primo album - accolto molto calorosamente da pubblico e critica - ed il secondo cd, “No Guts, No Glory” (quasi un sequel del primo), il terzo passaggio sulla lunga distanza si profila come decisamente meno ispirato e forse, leggermente più spinto dalla “corrente” che non da un vero impeto di passione verso il rock n’roll.
La musica degli Airbourne è come al solito energica, sanguigna e divertente, ma stavolta davvero troppo stereotipata tanto da rischiare di divenire prevedibile. Qualora anche nelle prossime uscite il gruppo di Warnambool dovesse rivelarsi schiavo degli stessi cliché, e come questa volta, meno ispirato del solito, è facile prevedere un ridimensionamento che sappia di flop, lasciando intravedere una potenziale caduta verso il dimenticatoio.

“Black Dog Barking” inizia in modo quasi scontato con la veloce “Ready to rock”, brano ripreso dall'EP del 2004 e moderatamente riarrangiato con un coro di voci teso a fornire maggiore orecchiabilità. Una riedizione tutto sommato evitabile che è parsa meno efficace dell’originale. Molto meglio “Animalize”, secondo pezzo in scaletta, che pare estratto direttamente da un disco degli AC/DC: non serve aggiungere altro per definire ogni dettaglio, nel bene (è pur sempre un’ispirazione di grandissimo livello) e nel male (parlare di “strasentito” è quasi superfluo).
“No one first me (better than you)” lascia invece trasparire un leggero cambiamento di rotta. Si distingue, infatti, un refrain melodico piuttosto riuscito, pur se, a dire il vero, un po' banale.

Con “Back in the game” raggiungiamo finalmente uno degli episodi meglio assortiti dell’ellepì: la base è rappresentata da un bel riff che con gli armonici artificiali prodotti dalla chitarra di Joel O'keeffe rimembra da vicino il classico e vitale sound degli anni '80. Da rimarcare anche il refrain orecchiabile e, questa volta, non scontato.
“Firepower” subentra con un approccio boogie tipicamente ACDC-iano, lasciandosi ascoltare piacevolmente, mentre “Live it up” -  primo singolo estratto – conferma uno stile ed un modo di far musica che ormai abbiamo imparato a conoscere da molto prima che gli Airbourne incidessero canzoni. Anche qui nulla di nuovo sotto il sole, anche qui tanta energia, sporca, vigorosa, alcolica e saltellante che però, non propone nemmeno un briciolo di originalità: non si può infatti non notare il forte richiamo ai fratelli Young, così netto, marcato ed evidente da rasentare più volte il limite del plagio.
La traccia successiva è “Woman like That”, brano che ancora una volta ricalca l'impronta più melodica di questa nuova uscita: molto easy listening, si presenta con un coro di sottofondo che quasi sembra fare il verso a “You Shook Me All Night Long” e “Thunderstruck”. Divertente senza dubbio, al punto da far sembrare l’operazione una sorta di “copia ed incolla” tanto sfrontato da risultare convincente.
Con “Hungry”, ancora il classico boogie dal ritmo incandescente si stampa su quello che si rivela essere uno dei pezzi migliori dell'album: chissà perché i rimandi a “Safe In New York City” compaiono luminosi come una lampada al neon. Beh, forse proprio perché parliamo degli Airbourne, una band che ha fatto della smaccata somiglianza con Angus e soci, una specie di vessillo che è motivo di vanto ed orgoglio assoluto.

Prima di arrivare all'ultimo pezzo, “Cradle to the grave” offre un riff iniziale ed un bell' assolo di chitarra di Joel O' Keeffe, elementi buoni ad impreziosire un album ed il songbook di un gruppo che, nel mostrarsi tanto tenace nel voler ricalcare le orme dei propri eroi, suscita persino un moto di simpatia ed approvazione, dando il la ad una considerazione quasi istintiva: proprio niente di nuovo, ma suvvia, divertente.
Ed infine ecco l'ultima traccia, la titletrack: una ulteriore sventagliata di hard rock ribelle ed assassino che non conferisce alcun valore aggiunto al cd, limitandosi a riassumere una volta di più, tutti quanti i pregi ed i limiti di una realtà come quella di questi quattro australiani, ottima “cover band” di pezzi mai realizzati da Angus Young e Brian Johnson

La conclusione è in linea con il profilo del disco, quindi un pelo scontata ancorché efficace: se amate gli Airbourne o l' Hard Rock più diretto e senza fronzoli, “Black Dog Barking” potrebbe un po' annoiarvi in alcuni frangenti, ma alla fine funzionerà alla grande e senza troppi problemi, piacendo un bel po’.
Se tuttavia cercate creatività e personalità a tutti i costi, inutile consigliare di starne lontani quanto possibile: rischiereste quasi di confondere le copie con gli originali…

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