Recensione: Clear [EP]

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Come i Protest The Hero, anche i Periphery fanno parte del ristretto novero di giovani band di cui si è fatto (e si continua a fare) un gran parlare in ottica di “ricambio generazionale”. Reduci dal fantastico “Periphery II: This Time It's Personal”, un deciso passo in avanti rispetto al già più che rispettabile debut album omonimo, i sei ragazzi del Maryland, in barba ai riflettori puntati addosso, inaugurano il 2014 dando alle stampe un EP destinato a far discutere.
 
Pur rimanendo nel solco di quel percorso evolutivo che ha portato i Periphery dal Disco Azzurro a quello Rosso, “Clear” propone, infatti, una serie di novità tutt'altro che trascurabili. Prosegue, da un lato, il processo di snellimento del sound (con l'ovvio, ulteriore, ridimensionamento delle sezioni più violente e meshugghiane), mentre dall'altro si fa strada con sempre maggiore insistenza l'incorporamento di elementi riconducibili di volta in volta al progressive, al rock e addirittura al pop.
 
La spettacolare “Overture” apre come meglio non si potrebbe, lasciando ad un pianoforte a dir poco “umorale” il ruolo di protagonista assoluto. Dai toni drammatici dell'incipit, tosto sfumati nel  tipico rifferama rugginoso e distorto, si passa quindi con estrema disinvoltura a inserti allegri degni di un film muto e la riuscita è a dir poco mirabolante. Sulla coda di questa piccola grande instant classic si innesta “The Summer Jam”, brano atipico in cui le tre chitarre, questa volta più levigate, sorreggono alla grandissima il camaleontico vocalismo di Spencer Sotelo, qui alle prese con un irresistibile ritornello corale di marca sfacciatamente pop/AOR. Stessi ingredienti ma differenti proporzioni danno poi vita alla successiva “Feed The Ground”, un brano a tratti melodico ma dal taglio globalmente più estremo, in cui si distingue il solito cantato eclettico e multisfaccettato. 
 
Con “Zero” ed “Extraneous”, tra le quali si insinua la divertente ma fin troppo ammiccante “The Parade Of Ashes”, si apre il capitolo dedicato ai brani strumentali e va sottolineato che i Periphery superano a pieni voti l'esame. La prima, con i suoi oltre cinque minuti di commistione tra sonorità djent e derive progressive più "classiche", regge più che bene dall'inizio alla fine pur senza l'appoggio di strofe o ritornelli melodici, mentre “Extraneous” abbassa il minutaggio ed eleva il voltaggio per un brano dai toni futuristici valorizzato in via definitiva da un finale veramente apocalittico. La chiusura in grande stile viene, infine, affidata alla splendida “Pale Aura”, forse la canzone più puramente Townsend-iana mai scritta da Misha e compagnia: a partire dalle atmosfere rarefatte per giungere alle vocals di Spencer, davvero davvero vicinissime a quelle di Devin, un'altra piccola perla di grande valore. 
 
Un EP potenzialmente controverso, si diceva, vista l'ulteriore marcia data al processo di addomesticamento del sound dei Periphery; è, tuttavia, doveroso ammettere che pur essendo i pezzi meno estremi non si tratta comunque di musica di facile ascolto. Le partiture vocali in growl (seppur ridotte all'osso) così come le notevoli accelerazioni ritmiche continuano, infatti, a conferire  al tutto un sapore decisamente pesante e metallico e pure i frequenti sconfinamenti in territori prog/rock/pop più che “addolcire la proposta per le masse” contribuiscono, al contrario, a renderla più particolare e ricercata. Certo, ascoltando “Clear” i tempi di “Periphery” sembrano più lontani di quanto non siano realmente, ma ciò non deve essere necessariamente considerato un male: a prescindere dalla durezza del suono, nel nuovo EP c'è infatti di che godere in attesa del più volte annunciato “Juggernaut”, full length che dovrebbe vedere la luce entro fine 2014.

Stefano Burini

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