Recensione: Cobra Verde

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"Slavery is an element of human heart" 

Che la più grande schiavitù che l'uomo possa conoscere sia l'impossibilità di trovare un senso alla propria stessa esistenza è il filo conduttore di Cobra Verde, film del 1987 che segna la fine del sodalizio tra il cineasta tedesco Werner Herzog e Klaus Kinski, la coppia d'oro del "Nuovo Cinema Tedesco", che con Aguirre, Fitzcarraldo e Nosferatu avevano già esplorato i confini della follia umana. L'andare oltre, anche a costo di mettere a repentaglio la propria vita, vuoi per realizzare le proprie ambizioni, vuoi per la vana ricerca dell'infinito è, come spesso accade nel cinema di Herzog, l'elemento che spinge il protagonista nel baratro della pazzia, lasciando lo spettatore spiazzato, sia per gli scenari, tanto belli quanto disturbanti, sia per gli spunti di riflessione che dialoghi e personaggi regalano a più riprese. In questo caso Kinski veste i panni di Francisco "Cobra Verde" Manoel, il bandito che, in seguito ad un complotto, fu spinto verso morte certa dal Brasile ai territori dell'Africa Centrale, come mercante di schiavi in una zona dove la differenza tra la vita e la morte sembra essere puramente casuale. Contro ogni aspettativa, Cobra Verde riuscirà non solo nell'impresa di riattivare l'infame tratta in quel momento bandita, ma a farsi nominare viceré dal folle sovrano locale, il tutto in un contesto di violenza, sopraffazione e, allo stesso tempo, di ricerca introspettiva che porterà al controverso finale.  
Cinema impegnato, cinema di approfondimento, quindi. Scelta ambiziosa, dunque, quella dei capitolini Hideous Divinity che tornano con il loro secondo lavoro dopo l'acclamato Obeisance Rising del  2012 e che legano il concept del loro nuovo album proprio a Cobra Verde, continuando la strada della Settima Arte, dopo aver basato il loro esordio su Essi Vivono di John Carpenter. Se nel precedente lavoro il contesto cinematografico, oltre alle liriche, veniva descritto attraverso atmosfere opprimenti e disturbanti, questa volta lo sturm und drang del protagonista prende vita da un'esasperazione (in senso positivo) degli arrangiamenti, che rendono il death metal tecnico e brutale degli Hideous Divinity mai così ricco e sfaccettato. L'ascolto diventa un'esperienza unica, dove è difficile (tranne in qualche caso, come vedremo) separare i singoli episodi. Si ha l'impressione di affrontare un'opera "multistrato" strumentalmente parlando, dove ciascun membro sembra dare libero sfogo alla propria abilità e creatività, non tanto in termini edonistici, ma per fornire un illimitato bagaglio di elementi stilistici, oseremmo dire di esperienze musicali all'ascoltatore. Così come un film d'autore può dare vita ad un dibattito tra chi l'ha visto, così l'album dei Romani si presta a diverse prospettive di ascolto e di analisi: la tecnica dei singoli, gli arrangiamenti, la compattezza di insieme, la forza di impatto così come la ricchezza compositiva. Nonostante i moltissimi ascolti, riserva ancora molte sorprese e risulta ancora difficile, a diversi mesi dall'uscita, trovare quella quadratura del cerchio che di solito permette di descrivere con semplicità gli elementi portanti di un album. Il tutto, sia chiaro, in un'accezione estremamente positiva, in quanto si tratta, appunto, di qualità che rendono Cobra Verde un lavoro estremamente longevo in termini di permanenza nel player. 
Per invogliare il lettore all'ascolto e dargli dei punti di riferimento, si potrebbe prendere in considerazione The Somber Empire, che contiene sostanzialmente tutti gli elementi tipici degli attuali Hideous Divinity: un lavoro impressionante in termini di riffing a cura di Schettino e Poletti, il fenomenale apporto della base ritmica che vede in Giulio Galati e Stefano Franceschini due "top player" dei rispettivi strumenti, l'instancabile passaggio dallo scream al growl di Enrico Di Lorenzo. Ma, appunto, al di là dell'apporto dei singoli, ciò che stupisce è la sinergia che viene a crearsi, al servizio di un songwriting che è imperativo definire semplicemente ricco e di categoria; il tutto, ottimizzato dalla solita eccellente produzione di Stefano Morabito dei 16th Cellar Studios. Se The Somber Empire è un trionfo di rallentamenti e ripartenze (un po' come la title track, del resto), Sinister And Demented descrive al meglio gli Hideous Divinity più furiosi e inarrestabili (meravigliosa tra l'altro la parte solista, dall'attacco a tutto lo svolgimento), proprio come The Alonest Of The Alone, arricchita dall'ospitata di lusso di Dallas Toler Wade (Nile) che duetta alle vocals con Di Lorenzo, in un vero e proprio duello di brutalità. Prima della bonus track finale (The Last And Only Son, dei Ripping Corpse, scelta originale e sfidante in termini di tecnicismi e scarsa orecchiabilità), Adjinakou chiude la parte strettamente "cinematografica" dell'album e in questo caso, in coerenza con le immagini quasi iterative che a questo punto scorrono sullo schermo, il tema musicale è trascinato, esasperato e sembra non avere soluzione, nonostante la relativa brevità del pezzo. 
Grazie ad un lavoro ricco e completo come Cobra Verde, gli Hideous Divinity, benché solamente al secondo album, entrano con prepotenza nel gotha del death tecnico italiano, posizionandosi forse sul gradino più alto del podio. Paradossalmente, però, compiono un passo estremamente rischioso, alzando l'asticella invero molto in alto: sarà una grande sfida riuscire a mantenersi sui livelli qualitativi dei due precedenti lavori, nel futuro. E sarà difficile farlo soprattutto rimanendo nei confini del death metal considerando anche il percorso evolutivo che la band ha intrapreso. Ai posteri l'ardua sentenza, a chi è arrivato in fondo a questa disanima l'unico consiglio spassionato che si può dare è quello di procurarsi immediatamente quest'album.                                                                                                                                                                                 
Vittorio "Vittorio" Cafiero

 
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