Recensione: Deep Calleth Upon Deep

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Partiamo da un presupposto che dovrebbe essere un dogma quando si parla dei Satyricon: non devono più dimostrare nulla a nessuno. La storia di un genere è stata fatta, l’hanno fatta e di più non possiamo chiedere; la band che ci troviamo a recensire oggi è stilisticamente diversa e ha poco a che fare con quella degli anni ’90, figlia di un percorso evolutivo, o involutivo a seconda delle opinioni, che ha portato il duo norvegese verso sonorità più volte all’atmosfera che al black metal in senso più stretto. Il quanto paghi o abbia pagato questa scelta è sotto gli occhi e le orecchie di tutti, e i risultati discografici sono sempre stati tutt’altro che esaltanti. Deep Calleth Upon Deep viene accompagnato da presentazioni roboanti e da annunci di rivoluzione sonora di qualche tipo: tutta fuffa oseremmo dire, e senza paura di essere smentiti.

Cominciamo quindi con l’immaginare un disco ben prodotto e con dei gran suoni caldi, avvolgenti e dinamici in grado di soddisfare anche i palati più esigenti. Ci siete? Ecco. Ora mettete davanti alle casse che riproducono questo disco un cuscino e avrete un’idea ben chiara di come suona l’ultima fatica in studio dei Satyricon: clamorosamente piatta. Questi sono suoni pulitissimi ma che vogliono per forza di cose apparire sporchi e grezzi; sembra che si sia voluto fare tutto bene per poi voler portare la resa a una parvenza di anni ’90 e ai capolavori che furono fallendo miseramente. Per dirla tutta, questo disco registrato in maniera moderna avrebbe guadagnato punti; in questa maniera tiene un piede in 2 scarpe e non soddisfa né gli amanti del grezzo né quelli delle iper-produzioni. Il disco si apre con un buon pezzo, Midnight Serpent, che è in grado di offrire dei gran bei riff e una serie di partiture serrate ma non troppo. Dimenticate i brani veloci, per non parlare di quelli velocissimi; Deep Calleth Upon Deep sembra un vero e proprio trattato sui mid tempo e sulle sue sfaccettature e atmosfere. Qui fino al minuto 4, più o meno, va tutto bene, poi parte un’inspiegabile serie di riff a casaccio che va a rovinare tutto ciò che di buono è stato proposto nel brano. Questo è anche il più grande difetto che ricorrerà per tutta la tracklist: la prolissità e il voler allungare a tutti i costi dove non è per niente necessario. Sarebbe bastata una piccola scrematura generale e un paio di tracce in più per snellire e dare all’opera miglior fortuna. Blood Cracks Open The Ground possiamo classificarla come miglior canzone del disco e come quella in grado di tirarne fuori i momenti migliori. Si tratta di una traccia piuttosto articolata, con una partitura atipica per i Satyricon; l’esperimento qui paga eccome, dall’ottimo lavoro di Frost alle pelli passando per i riff, gli sprazzi progressivi e alcune derivazioni settantiane che vanno a costituire un piacevole quadretto. Non ci si schioda comunque dai mid tempo neanche a pagare, anzi, si rallenta addirittura con una To Your Brethren In The Dark che forse avrebbe goduto di miglior fortuna se sfruttata come finale dell’opera. L’atmosfera è comunque resa piuttosto bene col suo incedere malinconico e riflessivo; di primo acchito potrebbe risultare un brano olle e ripetitivo, ma col tempo migliora ed entra facilmente in circolo. Si accettano ora scommesse: ci sarà un altro mid tempo? Ovviamente si, la titletrack la conoscevate un po’ tutti e non è affatto male, ma siamo ben lontani da livelli di qualità assoluta. Il riffing a tratti lo si può persino definire solare; buone le aggiunte vocali di  Håkon Kornstad che qui funge da ospite e timidamente si affacciano anche gli archi.

The Ghost Of Rome francamente sa un po’ di tappo: è un black and roll abbastanza leggerino e insipido che scorre via in maniera dannatamente indolore. Ci sono buone progressioni di accordi sul ritornello ma poco altro; ovviamente è un altro mid tempo con alcuni passaggi in battere e nulla più, un pezzo a caso dei Tribulation prende questa traccia e se la mangia per colazione senza fare troppi complimenti. Dissonant ha un buon inizio, nel quale si sentono strumenti a fiato e, nel momento in cui ti aspetti un’esplosione, parte un altro mid tempo e viene quasi da piangere. Per fortuna dopo poco si accelera e il brano assume tonalità più arcigne, dipanandosi finalmente in una trama un po’ più sostenuta che flebilmente riesce a mantenere ancora la concentrazione dell’ascoltatore. Black Wings And Withering Gloom inizia in blast beat e sembra quasi di avere delle allucinazioni tipo assetati in mezzo al deserto; il riff in tremolo è abbastanza pacchiano, poi via che si rallenta, si allunga e si dilata arrivando a superare i sette minuti e pace all’anima loro. Il brano di per se non è male, ma contiene riff e idee adatti per farne tre! Rimane un grosso punto di domanda anche dopo parecchi e parecchi ascolti, traccia a nostro parere totalmente fuori fuoco e parecchio confusa. Conclude il lotto Burial Rite: un riff iniziale di puro rock‘ n’roll, l’ennesimo calo in favore dell’ennesimo mid tempo e un costrutto che, a questo punto, tedia, tedia, tedia e tedia ancora.

Ciò che, nonostante tutto, a nostro parere esce piuttosto sconfitta, è la prestazione al microfono di Satyr: anonima, monocorde e priva di ogni tipo di variazione. A tratti sembra che non ne abbia proprio e tutto questo fa un po’ male, anche alla luce della sua recente malattia che gli auguriamo con tutto il cuore di sconfiggere. Deep Calleth Upon Deep è un disco perfettamente rappresentato dalla sua copertina presa in prestito da un certo Edvard Munch: bianco e nero, senza sfumature o colori. E’ un disco timido, che difficilmente osa e che ci consegna una band che a livello compositivo appare piuttosto stanca e priva di sbocchi vincenti. La classe c’è ma a sprazzi e spara tutte le sue cartucce migliori nella prima metà del disco; la seconda è a nostro parere da rivedere e piuttosto prescindibile. Un piccolo passo avanti rispetto al disco precedente è stato fatto ma non basta; Deep Calleth Upon Deep è un’opera indolore, che nulla ha dell’urgenza e della pericolosità del black metal e probabilmente se ne vuole anche discostare. Se ai Satyricon chiedete un altro Dark Medieval Times o un altro Nemesis Divina mettete su gli originali e pace; oggi sono altra cosa e a livello sonoro non sono invecchiati piuttosto bene. Peccato perché talento, qualità e soprattutto capacità di osare sono caratteristiche che il duo norvegese ha sempre avuto e dimostrato. Brodino.

 

 
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