Recensione: Eternal

inserito da

A quindici o sedici anni la musica che si ama aiuta ad affrontare la vita in modo decisivo, nonostante in pochi se ne rendano conto seriamente. Per il nuovo rientro tra i banchi di scuola, quest’anno gli adolescenti metallari hanno di che consolarsi: in questi giorni vengono pubblicati The book of souls degli Iron Maiden ed Eternal degli Stratovarius, due band che hanno segnato la Storia.
Non era difficile pronosticare l’ennesimo buon lavoro dei finnici, al loro quarto full length con una line-up rinnovata, il secondo con il giovane Rolf Pilve alla batteria. Polaris ha fatto ben sperare, con Elysium e Nemesis le aspettative dei fan sono lievitate esponenzialmente. Eternal è un centro completo, con qualcosa in più dei precedenti album, ma non ancora ai livelli dei classici composti nei ruggenti anni Novanta. Basterebbero l’opener e la suite finale per consigliare l’acquisto del platter, ma andiamo con ordine.
Il titolo (la Finlandia ha una passione per l’eterno… e per la doppia cassa!) è come da tradizione una singola parola, pochi fronzoli, lo stesso Kotipelto parla, in sede d'intervista, di una certa prevedibilità di titolatura. L’artwork (pronto più di un anno fa), presenta una sorta di pantheon cosmico-pagano, le tinte sono quelle degli Stratovarius 2.0. La scaletta, infine, è anch’essa “quadrata”, dieci brani, minutaggio medio attorno ai cinque minuti e una traccia finale più ambiziosa.

L’opener “My Eternal Dream”, dicevamo, è una bomba e inizia con un tiro epico, non ha niente da invidiare a “Deep Unknown”, “Darkest Hour” e “Abandon”. Il  pezzo parla delle aspirazioni di un ragazzo a realizzare i propri sogni. Tastiere pompose, inserti di clavicembalo e svolazzi barocchi, ben accostati a chitarre droppate che svecchiato e modernizzano il sound dei finlandesi. Un’iniezione power metal di pregevole fattura, con un ritornello catchy e parentesi solistica gratificante nei suoi barocchismi che danno ancora un senso a un moniker sinonimo di qualità.
Il singolo “Shine in the dark è un pezzo prevedibile, manierato, ma si salva per un refrain corale che valorizza il range di Kotipelto, oltre che per i synth “dance” di Johansson. Le liriche si riferiscono alla morte di un amico perduto da bambini, ma ancora vivo nel ricordo. Attacco mozzafiato, invece, per la seguente “Rise Above It”, hit degna di nota, con tremolo a iosa e Kupiainen sugli scudi. L’album trasuda potenza e la produzione è meritoria. Vorremmo sentire anche i Sonata Arctica comporre ancora brani di tal fatta.
Lost Without a Trace” rievoca certe sonorità di Polaris, forse è il pezzo meno riuscito del lotto ma non è un filler. Il basso indiavolato di Lauri Porra dona spessore alla successiva “Feeding the Fire”, che presenta ancora arrangiamenti pomposi, ma staglia per un ritornello solare su tappeto di doppia cassa compassata.
Dopo un finale trascinante, note di pianoforte aprono “In My Line of Work”; prima strofa senza chitarra, poi Kupianen subentra sicuro di sé e nel refrain propone power chord che ricordano “The best of Times” dei Cain’s Offering. L’assolo tra terzo e quarto minuto e gli unisoni sono una delizia sonora, tra abbellimenti e pulizia totale.
Dopo le tinte positive di “In My Line of Work”, con calibrato cambio di atmosfere, troviamo “Man in the Mirror”, pezzo tirato che sembra tratto da Elements part II.
Gli ultimi tre brani in scaletta regalano ancora emozioni. “Few Are Those” attacca con una melodia di pianoforte che suona Nightwish, poi prosegue riproponendo la personalità inconfondibile degli Stratovarius (cui devono molto, semmai, i primi Nightwish). La forma canzone è sempre la stessa, ma sono proprio i refrain a convincere: questa volta il ritornello è vicino a quello di “Feeding the fire”.
Pianoforte mesto all’avvio di “Fire in Your Eyes”, un minuto di sola voce-pianoforte. Non una ballad canonica, bella come quelle intramontabili (“Forever”, “Before the Winter”, “Years go by”, ecc…), i nuovi Stratovarius non regalano un altro classico così come manca una strumentale.
Quella che non manca, invece, è una suite. “Lost saga” ha tutte le carte in regole per diventare un cavallo di battaglia dei finnici. Inizio ed epilogo con cori a cappella, un main-theme semplicissimo, ma ficcante, con una scala sbarazzina a percorrere come leitmotiv il lungo brano, che vive di una vitalità sorprendente nella sezione centrale strumentale, acme dell’intero disco: una batteria in levare thrash sorregge un dialogo tra chitarra e tastiera al cardiopalmo e anche Porra mette del suo. Ascoltando il brano si fatica a restare seduti, per un momento pare di ascoltare addirittura i Dream Theater! La seconda parte è in crescendo, come un albeggiare artico, il finale epico. Parlare di vichinghi aiuta, come confessa Kotipelto, il quale aggiunge che i testi del brano possono benissimo dirsi "StratoMaideniani".

Nonostante quanto affermato da Jens Johansson, Eternal non è un disco più power-oriented dei precedenti. Resta forte il lato “sinfonico” del gruppo, spiccano alcune hit, le prime tre canzoni su tutte. L’album, inoltre, ha il pregio di convincere al primo ascolto, cosa non facile di questi tempi. Manca, è vero, certa sperimentalità di Nemesis, un’altra “Halcyon Days” qui sarebbe impensabile. La produzione, come già detto, è quella tipica dei finnici, il lavoro di Jani Liimatainen, in fase di backing vocals e nella registrazione delle linee vocali di Kotipelto, non è da sottovalutare.
Eternal sarà amato da tutti gli stratofan, inclusi i  liceali che la sanno lunga sulla buona musica. Buon rientro a scuola!

 

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

 
86