Recensione: Forward Into The Past

Di Orso Comellini - 29 Aprile 2017 - 8:00
Forward Into The Past
Band: Skyclad
Etichetta:
Genere: Folk - Viking 
Anno: 2017
Nazione:
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70

Sono passati otto lunghissimi anni da “In The… All Together” (2009). Album che aveva rilanciato le quotazioni dei padri del folk metal, gli Skyclad, dopo l’uscita di scena del loro storico bardo Martin Walkyier nel 2001. E, in seconda battuta, dopo un disco come “A Semblance Of Normality” (2004), che aveva raccolto dei responsi piuttosto controversi.  Otto anni, dicevamo, durante i quali, tuttavia, i Nostri non sono rimasti con le mani in mano. Specie quello che è da sempre l’asse portante del gruppo: il duo RamseyEnglish. La coppia chitarrista/bassista, infatti, si è riunita ai vecchi compagni d’armi (Brian Ross, Russ Tippins e Sean Taylor) per riformare la line-up originale dei Satan e dare vita così a un comeback in grado di superare le aspettative più rosee, grazie a due gioielli che rispondono al nome di “Life Sentence” (2013) e “Atom By Atom” (2015), seguiti dai rispettivi tour. Ed è la stessa Listenable Records, che ha prodotto i due album appena citati, a prendere sotto la propria ala protettiva anche l’ensemble di Newcastle Upon Tyne, per produrre quello che è il tredicesimo (escludendo per ovvi motivi “No Daylights Nor Heeltaps”) album sulla lunga distanza: “Forward Into The Past”.

Ma facciamo prima un altro piccolo, necessario passo indietro di circa tre anni, a giugno 2014, quando gli Skyclad sono di scena sul palco dell’Hellfest, per uno show speciale che si rivelerà episodio chiave per i futuri sviluppi della band. La scaletta, infatti, prevede una prima breve parte composta dai brani recenti, mentre per due terzi di setlist i Nostri pescano a piene mani dai primissimi lavori, riportando in scena nientemeno che Dave Pugh, chitarrista presente sui primi storici dischi (quelli del periodo Noise Records, tanto  per intenderci). Episodio che farà evidentemente scattare la scintilla in Pugh, che rientrerà negli Skyclad in pianta stabile. Lo show stesso e il ritorno del “figliol prodigo”, uniti alla lunga attesa, non avevano fatto che accrescere l’hype per questo “Forward Into The Past”. Anche perché il titolo stesso dell’album, la copertina con uno stile d’altri tempi, l’aver rispolverato il logo adottato dai tempi di “Jonah’s Ark”, facevano pensare a un ritorno a certe sonorità. Del resto Pugh è sempre stato l’animo più metallico del gruppo (senza nulla togliere a Ramsey, sia chiaro), vi basti guardare il filmato del concerto all’Hellfest per rendervene conto, con la band, tutta, vestita normalmente e Pugh coperto di nera pelle e borchie… 

 

 

Tuttavia, che ci siano elementi di discontinuità con i due album precedenti è indubbio, ma “Forward Into The Past” si collocata in linea con il percorso artistico della band. E forse non poteva essere altrimenti: è la storia stessa del gruppo, se si guarda alla discografia nella sua interezza, a suggerirci che  non vi siano mai state vere e proprie rivoluzioni stilistiche, sempre evoluzioni. Una carriera quindi all’insegna della coerenza, senza particolari colpi di testa. Ed è ragionando in quest’ottica che si finisce un po’ sviati dall’intro “A Storytellers’ Moon” e dalla opener “State Of The Union Now”, che ci riportano direttamente alle sonorità degli album immediatamente successivi a “The Wayward Sons Of Mother Earth”. Non tanto per l’aggressivo attacco iniziale quasi in blast beat, quanto per il rifferama dal retaggio heavy/thrash e quel bridge centrale in twin guitars da cardiopalma che precede un maestoso assolo di chitarra da applausi a scena aperta, che più di una volta – lo confesso – mi ha fatto venire la pelle d’oca. Ottima anche “Change Is Coming”, scelta a suo tempo, e con cognizione di causa, come singolo apripista. Straordinaria, infatti, è la forza evocativa di certe melodie dal fascino ancestrale che i Nostri riescono ancora a produrre, a dispetto della non più giovane età.  L’album poi procede senza particolari picchi, né in positivo né in negativo, mantenendosi però sempre su livelli più che discreti. Dalla più easy “Starstruck?”, dai fraseggi di chitarra tutt’altro che scontati, alla danzereccia “A Heavy Price To Pay”. Interessante poi la triste semi ballata “Words Fail Me”, con un bel finale in crescendo di thin-lizziana memoria. E meritano senz’altro menzione la title-track, che gioca sulla contrapposizione tra bordate metalliche e suadenti melodie, l’oscura e cadenzata “Black Summer’s Rain” e la thrasheggiante “The Measure”.

“Forward Into The Past” è un album che conferma lo stato di buona salute della band, anche se l’ascolto risulta abbastanza easy. I brani sono tutti ben differenziati e caratterizzati, però potevano essere sviluppati maggiormente, avere strutture un attimo più complesse e, invece, è stato puntato tutto o quasi su immediatezza e su canzoni che si stampassero quindi subito in mente. E sono state messe un po’ in secondo piano le melodie più cupe e oscure, così come quelle dal flavour orientaleggiante, da sempre marchio di fabbrica dello stile personale di Ramsey. Anche la stessa produzione gioca in questo senso, essendo estremamente bilanciata e pulita. Nessuno sbilanciamento o enfasi nei confronti di uno strumento rispetto agli altri (per esempio le chitarre) e nessun suono “sporcato”. Tutti espedienti che possono dare un’idea d’imperfezione, ma che spesso rendono in qualche modo “unico” un album. Questi aspetti pesano un po’ di più sul giudizio finale rispetto alle valutazioni sullo stile in sé. Anche perché in questo caso si entra nel territorio dei gusti personali. Paradossalmente questo ultimo lavoro finisce più per somigliare agli album pubblicati da “Irrational Anthems” (compreso) in poi, e quindi dall’uscita di Pugh, invece che ai lavori precedenti. Per cui, chi ha iniziato ad ascoltarli con quel disco e preferisce soprattutto le sonorità folk degli Skyclad, apprezzerà maggiormente questo disco di chi sperava invece in sonorità più ruvide e aggressive.

 

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