Recensione: Omniscient

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A volte ritornano…

infatti, a volte ritornano e le aspettative sono costrette parzialmente a naufragare, come nel caso di Omniscient degli Steel Prophet. Già, perché il come-back dello storico cantante Rick Mythiasin, a dodici anni di distanza dall’ultima sua presenza fra le file della band americana (Unseen del 2002) convince solo a metà.

Il combo di stanza a Los Angeles seppe ritagliarsi un posto di prestigio fra le orde dedite al Power Metal statunitense con album dignitosi quali Dark Hallucinations, Book of the Dead, Messiah e da dieci anni non dava più segni di vita a livello di incisioni in studio. Le cronache riportano come ultimo vagito l’album Beware, targato 2004, con alla voce Nadir D’Priest, apprezzato singer negli hard metaller London, autori, fra le altre cose, del pregevole Playa del Rock nel 1990.

Lecito quindi nutrire parecchie speranze nei confronti di un gruppo idealmente ricompattato intorno ai mastermind Steve Kachinsky Blakmoor (chitarra) e Vince Dennis (basso).

Dopo essersi sparati più volte le quattordici tracce componenti la colonna vertebrale del disco quello che delude probabilmente più di tutto è proprio la prova dietro al microfono del figliol prodigo Rick Mythiasin, senza dubbio il più atteso di tutta la line-up in un’operazione del genere. Non che il singer abbia disimparato a cantare, sia chiaro, certe sue tirate lasciano ancora il segno, quello che manca è il cuore nell’interpretazione, si instaura solo a sprazzi quel filo invisibile che deve necessariamente legare un cantante di musica dura con i “Suoi” pezzi. Gli altri Steel Prophet, poi, ci mettono del Loro per rendere ancora più in salita il gradito ritorno del Nostro, con alcune canzoni non proprio memorabili, per usare un eufemismo.

Episodi come Trickery of the Scourge e When I Remake the World (A Key Flaw), in sequenza, dicono comunque la Loro, con la prima a impennarsi da metà in poi e la seconda a sfoderare schitarrate di alto lignaggio metallico. Da segnalare i gran riffoni a sorreggere 911 e Funeral for Art ma non basta. La scelta di proporre, poi, con risultati non di certo esaltanti la cover di un brano che dovrebbe rimanere immacolato come Bohemian Rhapsody dei Queen non aiuta di certo l’economia generale di Omniscient, disco al quale manca il focus.    

Un vero peccato dover prendere atto di un album di transizione come questo, licenziato dall’italianissima Cruz del Sur Music, anche se va rimarcato che dal punto di vista del booklet gli Steel Prophet meritano un plauso, vista la cura con la quale sono state confezionate le ben ventiquattro pagine che lo compongono. Oltre a tutti i testi, infatti, i vari brani vengono accompagnati da dei bellissimi disegni, addirittura tutti delle potenziali copertine per album.     

Sarà per la prossima!                        

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

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