Recensione: Palindromia

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I Fatal Destiny sono un gruppo veronese nato nel 2012 da un’idea del vocalist Andrea Zamboni e del batterista Nicolò Dalla Valentina; negli ultimi anni i due amici si sono dedicati alla ricerca di altri musicisti per completare la formazione e dedicarsi in seguito alla stesura di brani inediti, arrivando a pubblicare nel 2015 il loro primo album in studio, Palindromia. La band ha di certo lavorato sodo perché il debutto si rivela da subito un prodotto curato e professionale, a cominciare dall’artwork per poi passare alla produzione dai suoni chiari e definiti.
La proposta musicale dei Fatal Destiny si può inserire a colpo sicuro nel filone multiforme del progressive metal, segnalando comunque qualche influenza anche da parte del power nei momenti più epici. Se escludiamo un breve intro e un outro ci troviamo di fronte a sei tracce molto tirate, dove melodia e riff massicci si compensano e rimangono gli ingredienti fondamentali per tutto l’album, lasciandoci solo pochi momenti per riprendere fiato. Largo spazio è riservato anche alle tastiere di Alessandro Bertoni che, pur non essendo un membro ufficiale, ha svolto un ottimo lavoro di arrangiamento, dando colore a ogni brano.

Meno di due minuti introduttivi per la title track e si parte con “Beyond Dreams”: la sezione ritmica è possente e abbastanza complessa, mentre archi e organi avvolgono il tutto per coprire più frequenze possibili. Andrea Zamboni si inserisce su una strofa dal ritmo più cadenzato, e dimostra subito una notevole estensione vocale, risultando a proprio agio anche sulle note più alte; niente male, poi, l’ultima parte del brano, con uno scambio di assoli fra tastiera e chitarra nella migliore tradizione prog metal. Il suono caldo ed espressivo di Bertoni ricorda molto da vicino quello di Derek Sherinian, e in effetti leggendo il libretto si scopre che le tastiere sono state registrate proprio nello studio del musicista americano, a Los Angeles. “Leave Me Here” si sposta su sonorità più aperte, grazie a un intro di piano e un accompagnamento acustico nella strofa, pur mantenendo un forte impatto; la successiva “The Gate of Time” resta più o meno sulle stesse coordinate dei brani precedenti, ma riserva nel finale carico di pathos ed energia uno dei momenti migliori di tutto l’album. “Feel Alone” è una power ballad che mostra un buon lavoro sulle linee vocali e lascia spazio anche a qualche parentesi strumentale, mentre con “Dear Amy” il ritmo accelera, anche per adattarsi all’umore più positivo del brano, che, tuttavia, risulta un po’ meno convincente.
Avvicinandoci alla fine della tracklist ritroviamo l’atmosfera epica che aveva caratterizzato l’inizio del disco: “Human Factory” è, assieme a “Beyond Dreams”, l’episodio più riuscito, soprattutto per merito di un ritornello efficace, che riesce a imprimersi nella memoria. La conclusione è affidata a “NO DeviL LiveD ON” (titolo palindromo, per restare in tema) che in poco più di un minuto e mezzo svolge un ruolo simile a quello della traccia d’apertura, mescolando rumori, suoni misteriosi e voci contraffatte.

Un potente muro di suono e un’ottima tecnica sono senza dubbio due vantaggi sui quali i Fatal Destiny possono puntare, e di conseguenza i momenti migliori arrivano proprio quando i musicisti partono alla carica: da un lato basso e batteria sottolineano i passaggi più duri di una chitarra che si avvicina volentieri al registro grave, dall’altro gli acuti della voce e i tappeti di tastiera si spingono nella direzione opposta, con un risultato finale sempre d’effetto. Per contro, va detto che a volte le idee sembrano non incastrarsi perfettamente le une con le altre, e alcuni passaggi sembrano un po’ insicuri nonostante un arrangiamento discreto. Bisognerebbe trovare il modo di mettere in risalto le intuizioni migliori, che rischiano di passare in secondo piano o di non essere preparate in modo adeguato, il che non è semplice, ma ci si può lavorare.  
In ogni caso si tratta di difetti che si possono riscontrare nella maggior parte degli album d’esordio, quindi è probabile che col tempo la band riesca a limarli: le capacità ci sono, l’esperienza forse farà il resto.

 

 
70