Recensione: Rise

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Ricordiamo perfettamente e con piacere il buon valore di quanto espresso nel disco d’esordio. 
Era il 2007 ed il progetto Two of a Kind vedeva la luce con il consueto patrocinio di Frontiers Music, promotrice di una band costruita attorno a Fred Hendrix, mastermind dei notevoli Terranova, che insieme a Gesuino Derosas, Hans in't Zandt ed al fratello Ron – compagni di vecchia data – aveva assoldato le cantanti Esther Brouns e Anita Craenmehr per metterle al centro di un progetto che aveva proprio nel dualismo di una coppia di voci femminili una peculiarità singolare e diversa dalla consuetudine.

Esiti interessanti per un album che pur non dicendo – dopo tutto – nulla di così inconsueto o rivoluzionario, aveva saputo distinguersi per la classe delle composizioni, tutte quante riferite all’epoca d'oro dell’AOR che ricercava in Boston e Heart i capisaldi primigeni del proprio stile.
Un buon disco che però, in tutta onestà, sin dal suo palesarsi avevamo dato per “estemporaneo”, destinato cioè a non avere seguito. L’idea, in effetti, era più quella di un semplice divertissement che non quella di una band “vera e propria”, destinata a costruirsi una carriera a suon di uscite discografiche costanti ed esibizioni live in giro per l’Europa.

Eppure, un altro giro sulla “giostra" è sempre possibile, soprattutto quando alle spalle c’è la forza motrice di una label come Frontiers. Ed è così che, in mezzo alle tantissime novità devote al genere, in questo 2018 c’è un po' di spazio anche per il come back dei Two of a Kind, nuovamente in pista con il capitolo secondo del side project imbastito una dozzina di anni or sono.

La line up, elemento parecchio bene augurante, è rimasta invariata, lasciando così presagire una continuità con quanto espresso in precedenza. L’approccio, in effetti, così come il taglio stilistico ed il songwriting delle canzoni è il medesimo: l’affiliazione al melodic rock costruito con un occhio di riguardo verso la melodia orecchiabile e l’hookline immediata, un dato di fatto.
Cio che, tuttavia, rende “Rise” di qualche tacca inferiore al debutto, è la mancanza di pezzi realmente definitivi e graffianti, capaci sin dal primo contatto di accattivare ed incidere concretamente.
Intendiamoci: non ci si annoia, ne si animano disappunti, quel che però si respira al passaggio degli undici brani confezionati è un che di “routinario" e “normale”. La risultante emozionale di un album consistente, "robusto”, ben costruito, ma scevro da sorprese o lampi di genio in grado di scolpirne in maniera duratura i contorni.
Si ascolta, insomma, con piacere e facilità, i musicisti non perdono un colpo e le due cantanti si confermano esempi di bravura, talento e abilità espressiva. Tuttavia, alla fine, non si può dire di aver trascorso altro che un buon tre quarti d’ora di godibile hard rock / AOR. Tradizionale nella forma, con qualche ottimo ritornello (l'iniziale "Here is the Now" e le seguenti "Naked" e "Higher" per citarne qualcuna), senza però che si possa rilevarne all’interno suggestioni tali da renderlo del tutto imprescindibile.
Non male, infine, il sapore volutamente vintage conferito ad alcuni brani, a metà strada tra appunti settantiani e riflessi Hi-Tech AOR (netto il riferimento di un pezzo come "Ain't Over").

Nulla che possa dirsi destinato a rimanere inciso negli annali del rock quale termine di paragone per il futuro: moltissimo mestiere e nessuna particolare sorpresa. Tuttavia, pur nel suo evidente aspetto semplice ed “informale" un cd molto solido, ben suonato ed interpretato.
Nemmeno poco, dopo tutto…

 

 
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