Recensione: Sometimes The World Ain’t Enough

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L’estate è arrivata, siete pronti a godervela? Se la risposta è positiva, raggiungete la piscina più vicina, munitevi di occhiali da sole, bionda in bikini al vostro fianco, bibita o cocktail, e stendetevi al sole. Fatto? Bene, ora premete il tasto play del vostro dispositivo erogatore di musica preferito e abbandonatevi alle sue note. Quali note? In un ambiente come quello descritto, e se avete nostalgia di suoni (e delle estati della vostra gioventù) in cui i Boston, i Toto e gli Styx la facevano da padroni con suoni rock ma orecchiabili, vi consigliamo vivamente quelle della Night Flight Orchestra.
“Sometimes The World Ain’t Enough”, infatti, il nuovo platter della band, uscito qualche giorno or sono per Nuclear Blast, vi trasporterà  in una qualche nicchia spazio temporale a cavallo tra ultimi anni settanta e primi anni ottanta del secolo scorso, corroborandomi di suoni rock ma spensierati quanto basta per essere adatti ad una festa della corrente stagione.

La band, lo sapete già, nasce nel 2006 per opera di Björn Strid (voce) e David Andersson (chitarra) dei melodic metallers svedesi Soilwork. I due musicisti sono desiderosi, durante un tour americano, di creare nuove canzoni alternative ai suoni delle radio classic rock U.S.A., ma sulla stessa lunghezza d’onda (è proprio il caso di dirlo) delle stesse. Così, insieme ad altri signori musicisti (chi più chi meno di estrazione metal) come Sharlee D’Angelo (basso), Richard Larsson (tastiere), Jonas Källsbäck (batteria) e Sebastian Forslund (chitarre, percussioni), hanno dato vita ad un pugno di ottimi album. Tra questi, l’ultimo “Amber Galactic” ha riscosso grandi consensi di critica e pubblico (come si suol dire).
Il recentissimo album segue la scia dei precedenti, proponendo un rock melodico “revivalistico”, eseguito con gusto e maestria, il quale mischia in un solo calderone soft-rock, AOR, pomp, prog e tracce di disco-music e pop come se fossimo ad un party di quarant’anni fa.

Come avviene spesso, il brano d’apertura, This Time, è tra i più paradigmatici dello stile del disco: si apre in chiave prog, e prosegue in un pomp/AOR devoto a gente come Styx e Kansas. Le melodie sono irresistibili, i ritmi trascinanti e il piano si dà talora al jazz mentre le tastiere e le chitarra turbinano che è un piacere.
Turn To Miami è perfetta per essere ascoltata durante un viaggio su un’autostrada americana con la radio a tutto volume, grazie ad un suono soft rock/AOR corale e raffinato che accende il cuore dei nostalgici dei tempi che furono. Lo stesso dicasi della frizzante  Speedwagon, dal titolo non sappiamo quanto volontariamente evocativo.
Sometimes The World Ain't Enough spinge maggiormente l’acceleratore su un suono in chiave hard rock-AOR-fusion in chiave Toto e Styx, con tanto di iconico pianoforte  “alla Hold The Line”, riff rocciosi e assoli di chitarra con venature – appunto - quasi fusion.

Si sa che le band AOR erano e sono solite citare, in monicker e titoli di canzoni, nomi di città e di donna, e qui l’irrefrenabile Barcelona pare consentire alla NFO di prendere i classici due piccioni con una fava (fonti bene informate affermano che sia dedicata ad una ragazza che si chiama come una città!) nonché di omaggiare sia il melodic rock statunitense  che il pop dei connazionali Abba (gloria nazionale per lo scandinavo popolo) con risultati ragguardevoli.

Il lato più danzereccio e “discotecaro” del CD trova sua una pietra miliare in Paralyzed, funky tirato con tanto di tipici inserti orchestrali, che costituisce quanto di meglio per un elegante club in festa. Pretty Thing Closing In, invece, è sempre funky ma più sensuale e con tanto di recitato femminile in italiano e una chitarra limpida e – ancora una volta –dai vaghi profumi jazz-rock.
Da citare, ancora, Lovers In The Rain, midtempo dalle tastiere spaziali assai easy con una certa enfasi melodica più vicina a certo pop-rock contemporaneo delle altre tracce dell’album, e, infine, The Last Of The Independent Romantics, che si avvia con toni di ballata raffinata soft rock (come il titolo suggerirebbe) ma poi si s’invola verso ampie aperture strumentale dai toni  prog/pomp degne dei maestri del genere.

In “Sometimes The World Ain’t Enough”, insomma, la Night Flight Orchestra offre al proprio pubblico un revival “composito” di vari tasselli di musica di trentacinque - quarant’anni fa, ma ben lontano dal sapore stantio di certi altri pedissequi omaggi. Il fluire dei brani di questo platter, infatti, è naturale e fresco come se fosse stato realizzato proprio all’epoca alla quale fa riferimento, e rende il disco, a parere del vostro recensore, una delle migliori uscite del  genere di questo 2018 (che ha ormai oltrepassato il proprio giro di boa).

Francesco Maraglino

 
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