Recensione: Unum

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Dev’essere dura la vita di un vero viaggiatore. Un vagabondare incessante che porta lontano da casa, attraverso terre e persone sconosciute, alla ricerca di qualcosa che sovente non può neppure manifestarsi nel lussureggiante mondo esterno o nei suoi bizzarri abitanti, verso una pace interiore da risvegliare attraverso una catarsi errabonda e raminga. 
I toscani Vexillum, alfieri di un power metal con forti influenze folk, hanno iniziato il loro viaggio con un discreto “The Wandering Notes” (2011), per poi replicare l’anno successivo con il convincente “The Bivouac” (2012). Tanta attività live negli ultimi anni ha portato i ragazzi ad acquisire una notevole esperienza sul campo, attraverso spettacoli decisamente coinvolgenti e pezzi di grande presa, condividendo il palco con band come Rhapsody (“of Fire” e “Luca Turilli’s”), Orden Ogan e Freedom Call

Giunti al terzo capitolo della storia dei Vexillum, con Unum” è tempo per i giovani di raccontarci una storia, in un vero e proprio un concept album. Cinque guardiani da trovare, un destino da sciogliere, un unico emblema diviso in cinque parti da ricostruire, ecco spiegato il senso della cover del disco, che in maniera circolare sembra ricordarci che: all is one.
Il protagonista della fabula è interpretato dalla voce di Dario Vallesi, che si confronterà con i guardiani, interpretati da veri e propri pezzi da novanta della storia del metal, capaci di trasformare il disco in una piccola metal-opera con regia tutta italiana.
Partenza. Incipit. “The Departure: Blow Away the Ashes” ci ricorda sin dal principio lo stile che i Vexillum hanno fatto proprio e consolidato in questi anni: cornamuse, ritornelli corali, cavalcate nelle valli del power e solos ariosi.
Il primo personaggio incontrato dal giovane avventuriero in “The Jester: Over the Clouds” è un giullare, ma anche il re dell’happy metal teutonico: Chris Bay dei Freedom Call. Le voci dei due dialogano senza soluzione di continuità, in un pezzo allegro e su tonalità alte, come insegnano i “guerrieri della luce” di Norimberga. Scelto come primo singolo, il brano è disponibile su youtube con un video goliardico.
Si apra di nuovo il sipario, si prepari la forca per il condannato. Un condannato davvero prezioso. Si tratta infatti del leggendario Hansi Kürsch, voce del gruppo power più famoso della storia. “The Condamned: Fire and Blood”, si parva licet componere magnis, può essere considerato un po’ il pezzo che manca all’ultimo capolavoro dei bardi di Krefeld: un brano immediato e di forte impatto sin dal primo ascolto. Un pezzo di cui ti innamori a prima vista, grazie ai cambi di ritmo e mood che hanno fatto lo stile unico e inconfondibile dei Blind Guardian, forte del suo contrappunto raffinato nel ritornello in un continuo botta e risposta tra Dario ed Hansi. Notevole anche il drumming potente del talentuoso Efisio Pregio. Epico.
Attenzione alla ladra di “Lady Thief: What We Are”, con un gradito ritorno dopo “The Oak and Lady Flame” del disco precedente: stiamo parlando di Maxi Nil dei Vision of Atlantis. Altro pezzo interessante che non inventa nulla ma che si impone con un ottimo incrocio di assoli ed un ritornello di facile presa, complice la solita cornamusa che fa un po’ la tastiera della situazione. Sempre molto versatile il timbro di Dario, per certi versi fuori dal comune, molto giovane e graffiante ma al contempo evocativo…
… come nell’attacco del brano successivo: “The Hermit: Through the Mirror”. Alla sua domanda iniziale risponde un eremita: il signor Mark Boals (Ring of Fire, Iron Mask, ex-Malmsteen), tra l’altro nuovo acquisto in casa Labyrinth dopo la dipartita di Roberto Tiranti. Di nuovo pezzo azzeccatissimo col solito ritornello catchy, bellissima la chiusura ad alta velocità, che ci pone dinanzi al quinto guardiano svelando il segreto che si cela dietro di esso. Chi sarà mai?
Ancora melodie di forte impatto in: “The Way Back: The Clash Within”, in cui terminata la ricerca dei guardiani giunge l’ora di intraprendere un ultimo viaggio, tra canti etnici e cori gravi ed oscuri.
Chiusura corale con l’epilogo “Standing as One”, durante il quale i guardiani tornano in scena per cantare una piccola parte a testa. Durante la penultima strofa (“The road you search is just all beneath you…”) Chris Bay spara un vibrato che ricorda molto da vicino il buon Fabio Lione
Conclusosi il concept, compatto ed organico, i ragazzi ci deliziano con due cover: “Spunta la Luna dal Monte” (1991) dei Tazenda e l’allegra “Run Runaway” (1985) degli Slade. In entrambi i casi la band riesce a arrangiare e reinterpretare i brani con grande personalità, vexillumizzandoli col proprio marchio di fabbrica, come già fatto egregiamente in passato con “Il Giocatore di Biliardo” (1998) di Branduardi.

Unum” è il degno coronamento di quanto dimostrato dai Vexillum in questi anni, la prova della raggiunta maturità artistica di questa band, capace di fondere con allegria, potenza e solennità folk e power metal; come ripeto spesso, è bello sentire una band che innanzi tutto, al di là di qualsivoglia pretesa, si diverte a suonare e trasmette questa piacevolezza all’ascoltatore.
Peraltro nella recensione del precedente album lamentavo una certa omogeneità ed eccessiva prolissità del lavoro, in un ascolto che sul lungo si faceva forse un po’ troppo pesante, qui invece il concept è più organico, misurato e strutturato, con una trama composta di parti che si completano l’un l’altra per formare l’unum, il tutto, valorizzato dalle due cover che aprono a nuovi generi musicali. Una piccola perla, ascolto obbligato per gli amanti del genere, magari incuriositi anche dalle numerose presenze che impreziosiscono l'opera con le loro scintillanti performance. 
Si sollevino di nuovo in alto i vessilli, con le parole della band: be part of the change, you are unum!
 

Over the mountains
After the climb
Where all the beaten paths blend with the sky
Where knaves are astray
There I will find my way...

 

Luca “Montsteen” Montini

 
80