Recensione: Vehicle of Spirit [DVD]

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Come annunciato più volte, il 2017 che si fa sempre più vicino sarà un anno di pausa per i finlandesi Nightwish. Un anno sabbatico necessario alla band per rifiatare e ripartire con ancor più vigore l’anno successivo. La carismatica Floor Jansen si dedicherà alla famiglia ed alla maternità, mentre gli altri ragazzi svilupperanno progetti paralleli di varia natura (Holopainen è addirittura alle prese con un libro), come rivelatoci dalla stessa Floor in una nostra recente intervista. Ma per chiudere in bellezza il lungo tour mondiale che ha fatto seguito alla release di “Endless Forms Most Beautiful”, ottavo disco della band, i Nightwish hanno rilasciato un live-DVD estremamente rappresentativo per la loro carriera: “Vehicle of Spirit”.
Un titolo emblematico, nato da una citazione di un amico di Troy Donockley, che ha definito la musica della band, appunto, un “veicolo dello spirito che rifugge banali categorizzazioni”, suggestione scaturita dalla poliedricità della proposta musicale dei Nightwish, in una perenne tensione tra influenze folk nordiche (ancor più accentuate anche sul palco proprio dalla presenza del neoentrato Troy) e power metal, alle redini del geniale mastermind Tuomas Holopainen. Il live-DVD (disponibile ovviamente anche in versione blu-ray) si compone di tre capitoli: tre differenti punti di vista per una band che ha diviso i fan nel giudizio sull’ultimo album “Endless Forms Most Beautiful” (2015), ma che grazie all’ingresso in lineup di Floor Jansen vive fuor di dubbio uno dei periodi migliori nella sua intera carriera ormai ventennale per quanto riguarda le performance dal vivo. Peccato per l’assenza del batterista storico Jukka Nevalainen, temporaneamente fuori dalla band per problemi di insonnia e sostituito da Kai Hahto degli Wintersun.

Il sipario si leva col primo disco, con lo spettacolo alla Wembley Arena, il 9 dicembre 2015, dinanzi a 12.000 fans galvanizzati. Uno show che è come un grande tributo alle grandi menti scientifiche britanniche, da Charles Darwin a Richard Dawkins, presente tra il pubblico e protagonista al termine di “The Greatest Show on Earth” in un ultimo, commovente monologo sul palco. A giudicare dalle immagini dei fan commossi, la mossa si è rivelata vincente. La suite è proposta nei sui tre capitoli principali anche nel disco successivo, sempre in chiusura, in maniera speculare alle opener “Shudder Before the Beautiful”/”Yours is an Empty Hope”; impossibile restare impassibili di fronte alla bellezza di uno tra i brani più riusciti dell’ultimo disco, al netto delle parti ambient che sono state prevedibilmente tagliate, con quel “we were here” in chiusura da cantare a squarciagola uniti nella nostra umanità, oltre che metallarità.
La corposa setlist, composta da 17 brani, è ovviamente dominata dall’ultimo disco, ma non mancano i brani più classici attinti dalle due ere precedenti: “Ever Dream”, “Nemo”, la tanto attesa “Stargazers” e “Ghost Love Score” dai tempi di Tarja e “Storytime”, “While Your Lips are Still Red” (con un ottimo Marco Hietala sugli scudi), “7 Days to the Wolves”, “The Poet and the Pendulum”, “I want my Tears back” e “Last Ride of the Day” dalla Anette-era.
Il concerto si svolge in un’arena chiusa, pertanto le riprese video sono state interamente effettuate in uno scenario illuminato esclusivamente dal potente impianto illuminotecnico sul palco; il risultato è comunque ottimo, e lo stesso si può dire del missaggio, forte certamente di un grande investimento da parte della band e della label.

Il timore che il secondo disco risultasse una fotocopia del primo era molto forte in me, prima di addentrarmi nel vivo della performance a Tampere, Finlandia, tenutosi il 31 Luglio 2015 dinanzi a ben 20.000 persone, stavolta all’aperto, al Ratina Stadion. Un vero e proprio record per la band che stavolta gioca in casa. Di nuovo 17 brani in playlist.
Lo show inizia con una Tampere ancora parzialmente illuminata dalla luce diurna, seppur coperta da torreggianti nubi. La produzione scenografica è mastodontica, arricchita oltre che dai monitor anche da effetti pirotecnici (in chiusura anche i fuochi d'artificio) e da una passerella che consente agli artisti di immergersi tra la folla, come accade durante “The Islander” con il solo Marco ad affrontare l’abissale platea. La band sembra più rilassata che nello spettacolo precedente, dinanzi al proprio pubblico, ed il risultato è di nuovo uno show straordinario, estremamente impattante a video (anche grazie a riprese HDR) e con un lavoro equilibrato sui suoni. Anche il timore della setlist-clone viene abilmente aggirato con equilibrio, includendo brani come “Amaranth”, “Dark Chest of Wonders”, un altro grande classico come “She is My Sin”, la gelida “Sleeping Sun”, la sbarazzina “Amaranth” e la già citata “The Islander”.

Il terzo disco è una sorta di bonus disc con delle tracce attinte da vari spettacoli, capace di mostrare, per volontà della band, la capacità multiforme dei Nightwish 3.0 di adattarsi ad ogni circostanza e su qualsiasi palco; si passa da un’interessante versione acustica di “Edema Ruh” (che lascia fuori la ballad “Our Decades in the Sun” e “The Eyes of Sharbat Gula” come uniche assenti dall’ultimo full-lenght) in crociera al Nightwish Cruise, alla “Last Ride of the Day” suonata al Rock in Rio assieme a Tony Kakko (Sonata Arctica) e “Sahara” (Tampa Bay), proposta unicamente in questo disco. 10 brani, più una breve intervista a Richard Dawkins prima dello show di Wembley.

Vehicle of Spirit” supera in qualità della proposta il predecessore “Showtime, Storytime”, andando a posizionarsi a fianco dell’altra pietra miliare “End of An Era”, con quest’ultimo chiaramente svantaggiato da un punto di vista meramente tecnico e quantitativo; impossibile ricusare i segni del tempo di fronte alla versione blu-ray. Si potrebbe obiettare ragionevolmente bollando questo disco come un prodotto prettamente commerciale per fare cassa in vista dell’anno sabbatico, ma alla prova dell’ascolto, con ben 25 brani diversi proposti ed un totale di 44 tracce in giro per il mondo (a fronte dei 16 e 18 dei due diretti predecessori), non si può che restare affascinati dalla potenza di fuoco della band, dal talento di Floor sia nei pezzi della prima era (“Ghost love Score” e “Stargazers” da brividi) che della seconda (interessante l’interpretazione di “Storytime” e devastante la sua “Last Ride of the Day”), con un Marco Hietala in gran spolvero, supportato anche col suo basso da un missaggio che gli rende dovuta giustizia, allo spazio riservato a Troy Donockley nei suoi interventi folk a vivacizzare l'offerta. Potente e preciso Kai alla batteria, grande al solito l’apporto del simpatico nanetto saltellante Emppu Vuorinen coi sui plettri scagliati verso il pubblico. Sempre dietro le righe il timido “Master of Puppets” Holopainen, più incline a vivere la sua personalissima esperienza emotiva che interessato a gettarsi tra il pubblico esaltato.
Consigliamo caldamente quindi “Vehicle of Spirit” a tutti i fan della band finlandese: si tratta di un lavoro massivo verso il quale si può provare una ragionevole diffidenza in principio, ma che ascolto dopo ascolto riesce a rapire ed ammaliare col fascino ed il carisma di una tra le più rappresentative metal band di sempre: il veicolo continua a condurre lo spirito verso un nuovo aufhebung in forme ed evoluzioni sempre differenti e speciali. We were here. Arrivederci al 2018!

Luca “Montsteen” Montini
 

 
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