Recensione: Spirit of Desert

Di Elisa Tonini - 28 Novembre 2025 - 8:30
Spirit of Desert
Band: Ulytau
Etichetta:
Genere: Folk - Viking 
Anno: 2024
Nazione:
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80

Diciotto anni dopo il più che ottimo “Jumyr Kylish“, i folk metallers kazaki Ulytau hanno rilasciato “Spirt of Desert”, il loro secondo album. In tutti questi anni, si vedeva spesso la band esibirsi live in trasmissioni locali, così come alcuni video di canzoni inedite e singoli su Spotify, anche in collaborazione con altri artisti. Finalmente, nel 2024 si sono decisi a “raccogliere” i loro brani in un album, con alcune novità. Ne sarà valsa la pena sperare ed aspettare ?

Una contestualizzazione

Molte delle canzoni presenti in “Spirit of the Desert” circolavano già nel web e su You Tube da anni, anche un decennio buono o più, spesso suonate live. Qui ci sono le versioni in studio, alcuni singoli, più l’inedita title-track.
I Nostri, sono noti per proporre essenzialmente un folk metal strumentale, che combina la dombra ed il violino con un gusto prog e virtuoso. In un certo senso, un connubio tra Rondò Veneziano e Steve Vai condito con una selvaggia salsa kazaka. Tutto ciò poggia su una base luminosa ed atmosferica, a tratti new age.

La recensione di “Spirit of the Desert”

Il nuovo capitolo esplora proprio il lato sperimentale, magico, new age, new wave e tecnologico, pur mantenendo chiaramente il concetto di fondo selvaggio, combattivo ed elegante. Quelle “sonorità tamarre” menzionate nel nostro articolo dedicato alle 5 canzoni folk metal dal Kazakistan abbondano in “Spirit of Desert” sfumate nelle chitarre e nei due strumenti tradizionali (da menzionare specialmente la bellissima “Turk” in tal senso).

Una luminosità che attraversa vari stati d’animo, dal battagliero, alla malinconia, al dramma fino alla più rara allegria. In poche tracce figurano vocalizzi femminili o cori maschili.

E’ un risultato che intriga e seduce nelle sue gradazioni e gli 11 brani (per un totale di 40 minuti circa) scorrono fluidi dall’inizio alla fine, con un paio di “cali”.

Tra i pezzi migliori si possono indicare “Champion”, “Wind”, “Aqsaq kiik” e “Korogly”. Il primo pare riassumere perfettamente l’unione delle varie anime. Un pezzo scandito da percussioni, e cori guerrieri maschili, che si dipana tra sinfonie e stacchi dance metal di epica classe.

“Wind” incanta con il suo tiro trascinante, tra asperità e battito tecnologico. Undici anni fa gli Ulytau avevano postato su You Tube un video di “Wind” eseguita dal vivo, in cui le chitarre parevano maggiormente enfatizzate  e la versione in studio ha un po’ sorpreso in tal senso. Ad ogni modo, una sorta di “Riding on the wind” d’Asia.
La poderosa “Aqsaq kiik” coinvolge per un animo colmo di grazia, puntellata da un violino inusualmente grave nel suono, più un kyl-kobyz, strumento tradizionale kazako.

“Korogly” travolge con la sua cavalcata compatta e dinamica, in cui la dombra scorre libera, in un’insieme irrefrenabile e senza compromessi.

Da segnalare “New Day”, sorta di semi-ballad speranzosa e sognante eppure colma di orgoglio.

Se dobbiamo indicare i punti bassi, la title-track – molto Dream Theater nelle tastiere e nelle chitarre – pare meno ispirata rispetto alle altre, seppur ci siano dei punti notevoli. “Sary-Arqa” pur essendo molto buona ha il difetto di essere forse un po’ troppo “lineare” e meno definita nel suono.

Conclusione

Con “Spirit of Desert” gli Ulytau propongono – al netto di un paio di “sbavature – un ottimo lavoro a livello compositivo e la produzione ne valorizza adeguatamente la proposta. Un’opera che conferma i kazaki come band di punta del loro Paese ma di rilievo anche nel folk metal mondiale.
Per il resto, speriamo di non attendere altri vent’anni per un nuovo disco.

Elisa “SoulMysteries” Tonini

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