Recensione: No Way to Surrender

Di Fabio Vellata - 2 Gennaio 2026 - 8:00
No Way To Surrender
Band: Magic Dance
Etichetta: Autoprodotto
Genere: AOR 
Anno: 2025
Nazione:
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75

No Way To Surrender” è il nuovo album del progetto Magic Dance, creatura del polistrumentista John Siejka che negli anni si è reso protagonista di alcuni ottimi esempi di AOR ottantiano di radice synthwave.
​Il disco è uscito in forma autonoma ed indipendente sul finire del 2025 e segna di fatto il ritorno del moniker dopo alcuni anni di silenzio discografico, riallacciandosi al filone musicale già esplorato più volte ed a cui Siejka è da sempre ancorato.
Dopo una solida apparizione su Frontiers Music, label per cui sono usciti gli ultimi due album (“New Eyes” – 2018 e “Remnants” – 2020), un autentico ritorno alle origini, con tutti i pro ed i contro del caso.
Senza dubbio, una dimostrazione coerente di quanto il musicista americano sia rimasto fedele ad un’ottica profondamente autonoma e ad un concetto di musica del tutto svincolato da interventi o controlli esterni.

La scaletta si compone di dodici brani e predilige strutture snelle, ritornelli a presa rapida e un massiccio utilizzo di synth e tastiere come motore melodico principale. Un menù insomma, assolutamente tipico dello stile dei Magic Dance.
L’opener “Don’t Give Up” ad esempio, imposta subito il mood su versanti più carichi ed urgenti. Mid tempo incalzante, ritornello ampio e quell’aura motivazionale che tornerà come filo conduttore in diversi passaggi del disco.

La title-track “No Way To Surrender” cambia registro con tinte più scure e una vena quasi dark synth che la avvicina, per atmosfere, a certo metal tastieristico moderno, risultando uno dei momenti più peculiari e memorabili del lotto.
​“I’m Gonna Fight (Still Breathing)”, “Bigger, Stronger, Faster, Wilder” e “Point Of No Return” incarnano al meglio il lato adrenalinico e anthemico dell’album, fra ritmiche più sostenute, cori molto immediati e assoli di chitarra ben costruiti pur restando al servizio del brano.
​“Back To The Sun” stempera l’enfasi bellica in una dimensione più malinconica e riflessiva, lavorando su melodie vocali ariose e un finale in crescendo che suggella con coerenza il percorso narrativo del disco.

I pezzi conclusivi accentuano l’anima intimista dei Magic Dance. “Feels Like Goodbye” è una ballad malinconica dalle tinte AOR, giocata su atmosfere nostalgiche e ritornello molto melodico, mentre “The Dead Boys” è un pezzo dal taglio più oscuro e cinematografico, con forte impronta melodica ed un mood drammatico.
​Il testo richiama immagini notturne e decadenti, enfatizzate da arrangiamenti synthwave.
Ancora tempi medi con “The Loveless Game“, brano elegante, incentrato su tematiche di relazioni in crisi e disillusione sentimentale in un clima sospeso e leggermente amaro.
​Infine “Blue Lights, Black Skies” è una chiusura atmosferica e quasi “filmica”, costruita su synth e linee vocali ariose.
​Un epilogo crepuscolare che lascia una sensazione di spazio e di attesa.

​La scelta di riportare le tastiere in primo piano rispetto alla chitarra recupera lo spirito più “classico” dei primi Magic Dance, con arrangiamenti stratificati e una cura particolare per il tappeto armonico.
​Al tempo stesso, chi aveva apprezzato i lavori precedenti per la maggiore incisività delle chitarre potrebbe percepire un certo ammorbidimento del suono, con alcune sezioni che avrebbero beneficiato di un guizzo elettrico più deciso.
​Anche l’ordine dei brani, con la concentrazione dei momenti più introspettivi nella seconda parte, tende a spezzare un po’ la tensione costruita dai pezzi più combattivi, generando una sensazione di “lato A” e “lato B” non sempre perfettamente bilanciata.

No Way To Surrender” è un disco pensato con evidente passione per l’AOR e il rock melodico, dotato di una forte identità autoriale e di alcuni brani che hanno tutte le carte in regola per restare in scaletta a lungo.
​I difetti sono ascrivibili ad una certa omogeneità di stile, la minore centralità della chitarra e un track order discutibile. Elementi che non affondano il lavoro ma lo tengono un passo indietro rispetto al potenziale massimo che la scrittura lascia intravedere.

In un’ottica imparziale, si tratta di un ritorno solido, consigliato in primis agli appassionati di AOR a forte trazione tastieristica e ai fan storici del progetto, più che a chi cerca soluzioni particolarmente innovative o spigoli hard rock marcati.
Un AOR iper-melodico e molto tastieroso, che alterna slancio combattivo e tensione cinematica, ma paga qualcosa in termini di varietà dinamica e impatto chitarristico globale.

Nel complesso resta però un rientro più che dignitoso per la creatura di Jon Siejka, capace di piacere tanto al fan della prima ora quanto a chi ama le derive più nostalgiche del genere.

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