AOR

Intervista Transatlantic Radio (Victor Brodén)

Di Fabio Vellata - 21 Febbraio 2026 - 11:00
Intervista Transatlantic Radio (Victor Brodén)

Nati da un’idea maturata a cavallo tra due continenti e due mondi musicali, i Transatlantic Radio arrivano al debutto sulla lunga distanza con “Midnight Transmission”, un lavoro che profuma di AOR classico ma guarda dritto al presente. Dietro questo nome si nasconde un vero e proprio supergruppo internazionale con base a Los Angeles, che mette insieme l’esperienza di musicisti navigati della scena rock e pop moderna, al servizio di canzoni costruite su melodie immediate, grandi ritornelli e arrangiamenti curatissimi.

In occasione dell’uscita del disco, abbiamo raggiunto il bassista e fondatore Victor Broden per farci raccontare come è nata la scintilla che ha dato vita al progetto, cosa significhi oggi parlare di AOR nel 2026 e in che modo “Midnight Transmission” riesca a tenere insieme nostalgia, contemporaneità e una forte identità personale.

Intervista a cura di Fabio Vellata


Ciao Victor, partiamo dall’inizio: raccontaci com’è nato il progetto Transatlantic Radio.

Ciao Fabio, grazie mille per l’invito. Per noi è un onore, è un vero piacere conoscerti.
​Il progetto è nato nei primissimi giorni del lockdown globale del 2020.
​Il mio lavoro abituale come bassista turnista per artisti solisti si è fermato e ho deciso di sfruttare quel periodo per imparare a usare meglio il mio software di registrazione.
​Ho scritto velocemente un brano, senza pensare che qualcuno l’avrebbe mai ascoltato, solo per avere una canzone su cui esercitarmi con il software.
​La struttura di base è nata in modo molto rapido e naturale, e quel pezzo è diventato “That’s What You Get (For Falling in Love)”.
​L’ho mandato ad alcuni dei miei musicisti preferiti per farli suonare sulla traccia, ci siamo divertiti talmente tanto nel realizzarla che abbiamo deciso di comporre qualche altro brano e trasformare il tutto in una vera band.
​L’entusiasmo di tutti per la musica è stato l’elemento decisivo per fare del progetto una band, ma la cosa più importante, per qualsiasi gruppo AOR, è trovare il cantante giusto, cosa che abbiamo fatto con lo svedese Mattias Osbäck.

“Midnight Transmission” è stato presentato come una celebrazione dell’AOR classico con una sfumature contemporanee: quali aspetti del vostro sound senti più radicati nella tradizione e dove, invece, avete sentito il bisogno di “alzare l’asticella” verso qualcosa di più personale e moderno?

Domanda molto interessante.
​Penso che la celebrazione delle prime influenze sia abbastanza evidente: i grandi ritornelli, le corpose armonie vocali, gli assoli di chitarra veloci e pieni di pathos, i cori da cantare tutti insieme in coda a qualche brano, e così via.
​Per quanto riguarda l’idea di alzare l’asticella in direzione di qualcosa di moderno, abbiamo usato qua e là timbriche di tastiera che negli anni ’80 non erano affatto comuni, per fare un esempio.
​Dal punto di vista della scrittura, alcune melodie attingono più dal pop moderno in stile Max Martin che dal rock anni ’80, direi.
​Inoltre, nel lavoro di post–produzione abbiamo impiegato molte tecniche decisamente moderne per rendere l’album più incisivo e brillante, in un modo che all’epoca non era la norma.

Parlando di songwriting: come nasce di solito un brano dei Transatlantic Radio? Da un riff, da una linea vocale, da un’idea di arrangiamento in studio, oppure preferite partire da uno “scheletro” più semplice da costruire passo dopo passo?

La maggior parte delle idee nasce da me che suono semplici riff di chitarra ritmica.
​Scrivo tutto con la chitarra, anche se sono un bassista.
​Mi piace pensare che i miei limiti come chitarrista possano aiutare a mantenere le canzoni semplici e accessibili quanto vogliamo che siano.
​Registro prima la chitarra ritmica, ancora prima di aggiungere batteria o qualsiasi altra cosa dietro.
​Poi cerco di scrivere la melodia, così che ogni altra decisione riguardo al brano possa basarsi su ciò che fa la linea melodica.
​Ogni tanto ci sono anche alcuni co–autori che contribuiscono alla scrittura delle melodie.
​Nell’AOR la melodia è sacra, e cerchiamo di tenerlo bene a mente mentre arrangiamo le parti sotto la voce.
​Alcune canzoni, comunque, sono nate in modo molto diverso: per esempio il nostro tastierista Fred Kron ha composto “All for You”, che è stato scritto al pianoforte/tastiera e lo mette in grande evidenza.

I singoli usciti prima dell’album, come “City of Angels” e “Wide Awake”, mostrano sfumature diverse del vostro stile: li avete scelti perché rappresentano al meglio l’intero spettro sonoro del disco, o perché esaltano un lato particolare della band che volevate mettere subito sotto i riflettori?

Il primo singolo è stato “That’s What You Get (For Falling in Love)”, che abbiamo pubblicato in autonomia prima di avere la fortuna di iniziare a lavorare con Frontiers in Italia.
​Quel brano rappresenta quello che definirei il cuore del nostro sound, la nostra “via di mezzo”, per così dire.
​Il primo singolo per l’etichetta Frontiers è stato invece “Wide Awake”, che è di gran lunga il pezzo più heavy del disco.
​Proprio perché è più pesante, abbiamo pensato fosse molto importante pubblicarne un altro che rappresentasse di nuovo il centro del nostro sound come secondo singolo per Frontiers.
​“City of Angels” è esattamente questo: un ritorno alle nostre coordinate di base.



Dal punto di vista produttivo, “Midnight Transmission” suona molto rifinito ma mai “freddo”: quali sono state le scelte chiave in fase di mix e mastering che vi hanno permesso di mantenere quell’equilibrio tra l’impatto radio–friendly e il calore tipico dei grandi dischi AOR degli anni ’80?

Devo dare moltissimo merito al mio co–produttore e nostro tastierista, Fred Kron, che ha anche mixato il disco.
​Ha preso migliaia di piccole decisioni che, sommate, hanno dato come risultato ciò che si sente sull’album.
​Il modo in cui è riuscito a separare i singoli strumenti all’interno di arrangiamenti talvolta molto densi è qualcosa da studiare.
​Soprattutto, ha donato al nostro album delle alte frequenze molto luminose e definite, che fanno saltare fuori ogni dettaglio anche da diffusori piccoli, come quelli di un telefono.
​Credo che la cosa più importante sia che, fin dall’inizio, avevamo ben chiara l’idea sonora generale che volevamo ottenere e quanto desiderassimo differenziarci da molte attuali produzioni AOR.
​Per me i nostri mix non solo suonano bene da un punto di vista tecnico, ma riescono anche a evocare romanticismo e dramma a livello sonoro, oltre a quanto è già presente in fase di scrittura.

Ci sono musicisti o strumentisti che ti hanno ispirato o influenzato in modo particolare nello sviluppo del tuo stile?

Ci sono poche cose di cui mi piaccia parlare più dei miei eroi del basso!
​I miei bassisti preferiti sono quelli che hanno suonato sulle canzoni che amavo da ragazzo: Garry Tallent della E Street Band di Bruce Springsteen, Hugh McDonald dei Bon Jovi e David Taylor della formazione anni ’80 della band di Bryan Adams.
​Amo molto anche il modo di suonare di Randy Jackson con i Journey e con Richard Marx, fra tanti altri.
​Dal versante più strettamente AOR, Bruno Ravel dei Danger Danger ha fatto cose fantastiche sui brani che ha scritto, e il mio amico Nalle Påhlsson (attualmente nei Treat) mi ispira per l’autorevolezza che trasmette nel suo modo di suonare.
​Sul nostro album ho cercato di riprendere un po’ del suono e dell’energia di Eddie Jackson con i Queensrÿche.
​I miei due primi idoli hard rock al basso però sono stati Peter Baltes degli Accept e Jimmy Bain dei Dio.
​Come bassista e autore traggo grandissima ispirazione anche dall’energia e dalle melodie dei chitarristi: Richie Sambora dei Bon Jovi, Keith Scott della band di Bryan Adams e Ronnie Le Tekrø dei TNT, per esempio.
​E come qualsiasi fan dell’AOR posso dire che la chitarra di Dann Huff nei Giant è ovviamente una fonte di ispirazione enorme.

Nelle note promozionali vengono citati nomi come Foreigner, Toto, Danger Danger e Starship: al di là di questi riferimenti piuttosto ovvi, quali sono le influenze magari meno evidenti – anche al di fuori dell’ambito rock – che hanno lasciato un segno su “Midnight Transmission” e sul tuo modo di approcciare il melodic rock?

Un’altra domanda splendida, grazie.
​Durante la lavorazione del disco ascoltavo tanta Synthwave quanta altra musica AOR.
​Credo che oggi venga prodotta una quantità enorme di musica nuova, da parte sia di giovani che di meno giovani, nel mondo elettronico, che suona molto anni ’80.
​The Midnight, LeBrock, Ollie Wride, Prizm, Timecop1983… troppi nomi da citare tutti.
​Il lato onirico di questa musica e i suoi paesaggi sonori così avvolgenti si sposano benissimo con l’AOR. Spero davvero che questa influenza si percepisca lungo tutto l’album, ma soprattutto in brani come “Fever Dream”.
​Vorremmo esplorare ancora più a fondo questo stile di scrittura in futuro. Un intervistatore/podcaster scandinavo ci ha detto di recente che sente un’influenza da boy band nelle nostre canzoni, e per noi è stato un grande complimento.
​Penso, ancora una volta, che l’influenza di Max Martin sia molto presente sotto questo aspetto. Secondo noi quel tipo di melodie si combina alla perfezione con chitarre e basso più pesanti.

L’album dà spesso l’impressione di essere stato costruito attorno a una sezione ritmica molto solida e “cantabile”: quanto sono importanti per voi basso e batteria nel definire il carattere di ogni brano, e in che misura partite dal groove per assicurarvi che ritornelli e melodie funzionino davvero?

Negli anni ’80 molta musica, soprattutto pop, aveva linee di basso quasi memorabili o “orecchiabili” quanto la voce principale.
​Alcune nostre canzoni seguono proprio questo approccio più melodico nella parte bassa dello spettro, come “Against All the Odds” e “Born to Rise”. Altre invece adottano un’impostazione più “dritta in faccia” alla AC/DC.
​A proposito di AC/DC, le parti di batteria di Chris Reeve e il programming dei drums sul disco hanno entrambi un approccio molto semplice ma potente. Se la batteria diventa troppo elaborata o “fusion”, rischia di intralciare la comunicativa di una grande canzone, soprattutto in questo genere, e cerchiamo sempre di tenerlo presente.
​Se spinge forte e sostiene il cantante, per noi è una buona sezione ritmica.

Dopo il vostro debutto dal vivo e i primi riscontri, quanto pensi che l’esperienza sul palco abbia cambiato o cambierà il modo in cui scriverete i prossimi brani rispetto a quanto ascoltiamo su “Midnight Transmission”? C’è già un pezzo che “vive” in modo diverso in sala prove rispetto alla sua versione in studio?

Abbiamo fatto solo due concerti dal vivo, un anno e mezzo fa, in Scandinavia.
​Per noi è stato illuminante vedere quanto i fan dell’AOR fossero estremamente rispettosi e predisposti ad ascoltare molti brani che non avevano mai sentito prima. Ci siamo sentiti onorati e ispirati da questo atteggiamento, e credo che abbia fatto venire a tutti noi ancora più voglia di suonare dal vivo ogni volta che sarà possibile.
​I pezzi sono sicuramente creature da studio “larger than life”.
​Ricreare fedelmente dal vivo molti di quegli elementi è semplicemente impossibile, per cui le canzoni sono scritte soprattutto per suonare alla grande in studio, ma ogni tanto teniamo in mente anche l’energia live, come nel caso di “The Good Times”, per cui il nostro chitarrista RJ Ronquillo ha portato la traccia di base, o di “Wide Awake”, che ha un’energia chiaramente diretta e immediata, perfetta per il palco.

Il titolo “Midnight Transmission” evoca immediatamente immagini notturne, luci di città e storie in bilico tra realtà e sogno: quanto è stato importante per voi costruire anche un filo conduttore a livello di testi e atmosfere? C’è una canzone che consideri in particolare il “manifesto” narrativo del disco?

Sì, quel titolo e la copertina del CD immersa nell’oscurità sono sicuramente un richiamo alla nostalgia e a tutte le dreamscape Synthwave di cui parlavo prima. La nostra speranza è che, quando il pianoforte dell’outro dell’ultima canzone del disco sfuma, l’ascoltatore abbia davvero la sensazione di aver intrapreso un viaggio verso un luogo in cui ci si può allontanare completamente dalla vita di tutti i giorni.
​Pura fuga dalla realtà.
​Questo è il filo conduttore principale dell’album, dichiaratamente e senza vergogna. E se c’è un manifesto di tutto ciò, è senza dubbio “Fever Dream”.
​Siamo molto orgogliosi di quel brano e del relativo video: se non l’hai ancora fatto, dagli uno sguardo.



Le prime reazioni descrivono un lavoro capace di parlare sia ai fan nostalgici dell’AOR classico sia a chi si sta avvicinando solo ora al genere: quale tipo di risposta da parte del pubblico ti sta colpendo di più, e c’è qualcosa che ti ha sorpreso nel modo in cui ascoltatori e stampa stanno interpretando il disco?

Finora è stata un’esperienza estremamente positiva ricevere messaggi da persone in parti del mondo che sembrano lontanissime dai nostri piccoli home studio in cui abbiamo realizzato il disco.
​Il messaggio più bello da ricevere è quello di chi ci dice che riesce ad ascoltare tutte le canzoni senza saltarne nessuna.
​Era uno dei nostri obiettivi più ambiziosi mentre lavoravamo a questa musica.
​È anche molto interessante sentire come alcuni ascoltatori percepiscano chiaramente una certa influenza, mentre altri ne individuano o evidenziano una completamente diversa.
​Se ami il melodic rock e l’AOR, speriamo davvero che in questo album ci sia qualcosa per tutti.
​È un disco fatto da fan per i fan, senza dubbio.
​La stampa, finora, si è presa il tempo di ascoltare attentamente le copie promozionali prima di porre le domande, e di questo siamo molto grati.

Che cosa pensi dell’attuale tendenza alla nostalgia e del revival di certi stili musicali delle decadi passate?

Risposta semplice: più AOR, Synthwave e rock/pop dal sapore retrò ci sono, meglio è.
​Le future generazioni scriveranno musica migliore e sapranno infrangere le regole in modo più interessante se prima studieranno con attenzione il passato e le regole del passato.
​Questo porterà, sul lungo periodo, a nuova arte originale di qualità superiore, e in più molti di noi appartenenti alla Generazione X sono i primi colpevoli di desiderare la nostalgia, e ci piace crearla.

“Midnight Transmission” viene presentato come un punto di partenza più che come un semplice esordio: avete già una direzione in mente per il prossimo capitolo dei Transatlantic Radio, o preferite lasciare che siano le canzoni, man mano che nascono, a suggerire la futura evoluzione della band?

Abbiamo già iniziato a buttare giù alcune idee per il prossimo album.
​Questo disco era decisamente sostenuto nei tempi, quindi credo che stiamo pensando di inserire qualche brano più lento in più la prossima volta.
​Spero che, con tutti i membri maggiormente coinvolti nella scrittura, il prossimo album suoni un po’ diverso da questo primo lavoro, ma comunque abbastanza simile da mantenere intatta l’identità dei Transatlantic Radio.
​Sarà un percorso interessante di esplorazione, anche perché i primi brani di questo “nuovo” album hanno già sei anni di vita.
​Stiamo facendo tutto questo per divertimento, e l’augurio è di divertirci ancora di più nel realizzare il prossimo.

Grazie per il tuo tempo e congratulazioni per l’album: l’ho apprezzato davvero molto.

A presto, e grazie ancora, Fabio, a te e ai tuoi colleghi di Truemetal.it per esservi presi il tempo di ascoltare davvero l’album e di parlare con noi.
​Apprezziamo molto la vostra gentilezza.
​Non vediamo l’ora di incontrare tutti i nostri nuovi amici in Italia a maggio, al Frontiers Rock Festival.
​Venite a salutarci e a bere una birra con noi!!!

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