Intervista Mindfeels (Italo Graziana)

C’è un filo ben preciso che unisce il passato Toto–oriented dei Mindfeels al presente di “2WO”: la volontà di far convivere eleganza AOR/Westcoast, gusto per il dettaglio sonoro e un approccio sempre più maturo alla scrittura. Il nuovo lavoro per Art Of Melody Music / Burning Minds non si limita a raccogliere l’eredità di “XXenty”, ma la rielabora con una produzione naturale, arrangiamenti ricchi ma mai ridondanti e qualche prezioso innesto “di famiglia” come quello di Michael Kratz e Kasper Viinberg. Partendo da queste coordinate, abbiamo scambiato qualche domanda con il batterista della band Italo Graziana, per entrare nei meccanismi – emotivi e tecnici – che hanno dato forma a “2WO” e al suo mondo sonoro.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao Italo, benvenuto su Truemetal!
Entriamo subito nel vivo: come avete affrontato la produzione di 2WO rispetto al debutto? Quali scelte tecniche – come microfoni, amplificatori o plugin specifici – hanno contribuito a definire un sound più maturo e stratificato?
Ciao Fabio! Innanzitutto grazie per averci contattato per questa intervista!
La produzione è sostanzialmente molto simile a “XXenty”, ma in questo caso anche la batteria è stata registrata nel nostro studio “DrumHouse”! Questo per poter lavorare con più calma senza avere limiti temporali dettati dai costi di uno studio esterno. Il disco è stato registrato “old style”, strumenti e microfoni, si è cercato di curare il suono partendo fin dalle prime fasi della registrazione, sperimentando sul piazzamento e la scelta dei microfoni per ottenere certe sfumature timbriche in modo naturale e non artefatto grazie all’uso della tecnologia. Non è stato fatto uso di quantizzazioni o griglie per sistemare eventuali imperfezioni ma si è cercato di curare tutto fin dalle prime fasi della registrazione e della esecuzione. Volevamo suonasse naturale, così come era stato fatto per il primo lavoro.
In che modo il processo di songwriting è cambiato per questo disco? Avete introdotto nuovi metodi collaborativi tra i membri, o c’è stato il ruolo predominante di un songwriter principale?
A differenza del primo disco in questo caso, pur sempre partendo da idee musicali già abbasta delineate c’è stata la possibilità di collaborare in modo più coeso ed approfondito in sede di scrittura con un confronto sempre costruttivo e migliorativo.
Qual è il filo conduttore narrativo che lega le canzoni? In che misura riflette esperienze personali o collettive della band, magari legate anche al lungo periodo trascorso dopo “XXenty”?
Non esiste un vero e proprio filo conduttore narrativo che lega i singoli brani. Le tematiche affrontate sono diverse tra di loro e spesso è la musica stessa che ci spinge ad affrontare un tema piuttosto che un’altro. I testi spesso parlano di esperienze di vissuto comune ma non necessariamente legate alla band. Spesso la musica offre l’occasione di svelare ciò che un artista sente nel proprio intimo e non riesce ad esprimere in altri contesti.
Parlami del brano di apertura: qual era l’intento emotivo e tecnico dietro la sua struttura, e come pensi che stabilisca il tono per l’intero disco?
Spesso ci piace creare dei momenti musicali che diano un senso di “attesa” al fine di incuriosire e catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Anche in passato (vedi il brano “The Number One” da “XXenty”) abbiamo voluto descrivere in modo quasi “cinematografico” la tematica trattata successivamente nel brano.
Quali album o artisti – italiani o internazionali – hanno influenzato direttamente la scrittura o l’arrangiamento di questo secondo lavoro, e in quali tracce pensi che queste influenze emergano con più evidenza?
Le nostre influenze sono davvero molto diverse così come il nostro background personale. Spesso vengono citati i Toto come nostra fonte d’ispirazione principale ma non solo loro. Tanti grandi artisti del passato hanno lasciato un segno indelebile che inevitabilmente si riflette nella nostra scrittura. Ci piace ricordare i Pink Floyd, gli Yes, i Genesis ma non solo, in passato abbiamo suonato anche parecchia musica fusion strumentale e adoriamo gli UZEB, i Los Lobotomys ecc ecc.
Quale canzone rappresenta il vostro momento più intimo o vulnerabile in questo album, e cosa vi ha spinto a condividerla con il pubblico proprio oggi, in questa fase del vostro percorso umano e artistico?
Quando pubblichi una tua opera, musicale o letteraria che sia, devi mettere in conto che ti esponi a critiche di vario genere. Per questo motivo la vulnerabilità fa parte del gioco e devi saperla affrontare. Probabilmente il brano più intimo del disco è “Again in the Wind” , che tratta una tematica delicata come la scomparsa di una persona cara. “ The wait” invece ci riconduce ai nostri esordi musicali come trio di matrice fusion.

Durante le sessioni di registrazione, qual è stata la sfida tecnica più grande – nel mixaggio, nel mastering o negli esperimenti sonori – e in che modo l’avete superata senza snaturare il vostro approccio melodico?
La sfida più grande è sempre cercare di non ripetersi nella scrittura per non cadere nei soliti cliché compositivi. Ci piace sperimentare e ricercare per poter dare all’ascoltatore sempre nuovi elementi.
Forse la fase più delicata del lavoro è l’arrangiamento, spesso si corre il rischio di suonare troppo, aggiungere troppi elementi musicali che poi tolgono respiro alla musica quando invece è necessario creare i giusti spazi sonori per dare più dinamica ai brani.
La fase di mix è il punto cruciale, il disco può essere completamente stravolto da un mix piuttosto che da un’altro. Noi volevamo un disco che suonasse cristallino presente ma al contempo naturale, volevamo che la nostra personalità ed il nostro suono di band venisse valorizzato. Spesso molti dischi di recente produzione suonano tutti uguali per via dell’utilizzo fin troppo esagerato di sample. Siamo davvero molto soddisfatti del risultato!
Dopo il primo album, quali lezioni apprese avete applicato per rendere questo disco più autentico e fedele alla vostra identità musicale, mantenendo però vivo il legame con le radici AOR e Westcoast che vi contraddistinguono…?
Alla luce delle esperienze passate si è cercato di migliorare di più certi aspetti e di curarne di più altri. Per esempio è stata prestata una maggior attenzione alle melodie ed alle strutture, ma abbiamo anche sperimentato muovendoci verso territori più “prog” e fusion in alcuni “brani”. Tutto questo cercando però sempre di mantenere un focus ben preciso e coeso per tutto il disco.
Prendendo alcuni brani chiave dell’album, come “The Other Side Of You”, “Passengers” o “Something New” che storie volevate esplorare, e come avete lavorato sugli arrangiamenti per esaltarne il messaggio?
I testi affrontano temi come l’amore, le esperienze che si hanno nel corso del proprio percorso, in alcuni casi più personali in altri casi più generiche considerazioni su ciò che accade quotidianamente nel mondo e che si riflette sul proprio vissuto.
Come si diceva prima l’arrangiamento, così come la scelta dei suoni, deve arricchire e creare il giusto piano sonoro ai vari momenti cercando di valorizzare il brano senza snaturarne il messaggio ed il carattere. Non è facile, a volte si passano le ore a cercare il giusto timbro per una parte di tastiere, non sempre si centra l’obiettivo al primo colpo.
Proprio in “The Other Side Of You” avete coinvolto due figure fortissime come Michael Kratz e Kasper Viinberg, che con voi avevano già incrociato le strade in passato. Come è nata concretamente l’idea di affidare a loro una parte così centrale del brano – tra linee vocali, tastiere e percussioni – e in che modo la loro sensibilità artistica ha cambiato la direzione iniziale della canzone rispetto a come l’avevate immaginata in sala prove?
Il brano “The other side of you” è stato uno degli ultimi pezzi scritti per questo disco e fin da subito abbiamo sentito che potesse essere il giusto brano da proporre a Michael e Kasper, questo perché lo sentivamo vicino alla loro sensibilità artistica ed eravamo sicuri che loro potessero dare un grosso contributo musicale a questa canzone.
Con Michael e Kasper c’è un legame che nasce dalla compresenza dei nostri progetti nella stessa etichetta discografica, la Art Of Melody Music, alla quale siamo sempre molto grati per il costante supporto e per il lavoro estremamente professionale che dedicano a tutte le band del proprio rooster.
Nel 2017 l’etichetta ci chiese se ci avrebbe fatto piacere essere la backing band di Michael per la promozione del suo album “Live your life”. Da lì si è instaurato un legame di amicizia e stima che ci ha portato a collaborare rispettivamente negli album di ognuno è da qui l’invito di collaborare nel brano “The other side of you”.
Avete coinvolto produttori o ingegneri del suono esterni? In che modo il loro contributo ha inciso sul risultato finale, tra freschezza delle soluzioni e continuità con lo stile che i fan si aspettano da voi?
Il disco è prodotto da Luca Carlomagno, il nostro chitarrista, perché è sempre stato lui a proporre le idee dalle quali partiva poi la collaborazione per la scrittura dei brani.
Poi ovviamente ognuno di noi ha dato il proprio apporto su arrangiamenti, scrittura dei testi o soluzioni musicali.
Per questo secondo lavoro, su suggerimento di Pierpaolo Monti, il mix è stato affidato a Roberto Priori (presso il “PriStudio” di Bologna) che abbiamo conosciuto qualche anno fa condividendo il palco durante un festival. Inizialmente Roberto ha mixato un brano, appartenente alle stesse session di registrazione, che è stato pubblicato all’interno della raccolta “We still rock…the world” nel 2025 e siamo rimasti stupefatti dal suo lavoro. Tutto suonava come avremmo sempre voluto, suoni naturali, cristallini e ben definiti, così abbiamo deciso di affidargli l’album! Ha fatto un lavoro straordinario!
Guardando al live, quali brani di questo album vedete già come momenti centrali della scaletta, magari con arrangiamenti differenti rispetto alla versione in studio, e come immaginate la loro resa sul palco?
In realtà noi cerchiamo di riportare sul palco ciò che abbiamo registrato perché poi l’ascoltatore possa ritrovare le stesse emozioni e sonorità che lo hanno appassionato fin dal primo ascolto di questo album. In un mondo musicale in cui sempre più spesso si abusa della tecnologia a supporto della fase di registrazione, riteniamo importante mostrare l’autenticità del nostro lavoro anche sul palco. Fermo restando che certe sfumature subiscono modifiche a seconda dell’emotività del concerto.

Riflettendo sul salto dal primo al secondo album, qual è il messaggio personale che sperate i fan colgano da questo lavoro, e in che modo la realizzazione di “2WO” ha cambiato la vostra visione futura dei Mindfeels?
Ma in realtà non c’è stato nessun grosso cambiamento se non la presa di coscienza che c’è una bellissima realtà musicale anche qui in Italia dedicata al nostro genere musicale. Grazie al grande lavoro di persone appassionate e professionali come Stefano Gottardi e Pierpaolo Monti di “Art Of Melody Music” e “Burning Minds Music Group” si riesce ad uscire dai confini italiani portando la nostra musica ad orecchie che mai saremmo stati in grado di raggiungere con le nostre forze. In questo mondo saturo di informazioni è fondamentale trovare il giusto supporto da realtà serie e professionali. Tutto questo però ha sicuramente rafforzato la volontà di dedicarsi a questo progetto, lasciare un segno nel tempo e avere la possibilità di condividere con i fan un po’ della nostra arte è sicuramente una sensazione che ci rafforza e ci da enormi soddisfazioni.
Partendo dalle origini come cover band Toto con il nome Dejanira, qual è stato il momento “eureka” in cui avete deciso di passare a materiale originale, e come ha influenzato il nome “Mindfeels” ispirato a “Mindfields”?
In realtà non c’è mai stato un vero e proprio momento di passaggio perché la realtà “Dejanira”, inizialmente come trio fusion strumentale e poi come Toto Tribute, è una band che esiste tutt’ora ed è attiva.
Già nella seconda metà degli anni ‘90 iniziammo a scrivere materiale originale strumentale, successivamente nei primi anni 2000 era stato completato un album AOR con una voce femminile ma per una serie di ragioni quel materiale non ha mai visto la luce. Credo però che il momento in cui c’è stata davvero una presa di coscienza che qualcosa di concreto si stava per realizzare sia stato l’incontro con Stefano Gottardi e l’etichetta. L’album “XXenty” era praticamente finito e da lì è partito il tutto.
Avremmo voluto inizialmente mantenere il nome “Dejanira” che sentiamo nostro fin dalle origini ma su consiglio dell’etichetta si è optato per un nome che richiamasse anche una delle nostre principali fonti d’ispirazione perciò da lì la scelta di “Mindfeels”. Ora a posteriori ci pare sia stata una buona scelta quella di mantenere le due realtà distinte, questo anche per evitare di creare confusione.
Immagina un Toto “what if”: se Steve Lukather entrasse in studio con voi per un jam su “Passengers” (con synth di Aldo Bulgheroni), quale riff di Luca Carlomagno lo sorprenderebbe di più?
Sorprendere un gigante come Steve Lukather è sicuramente cosa non facile. Sinceramente mi viene difficile immaginare cosa potrebbe catturare la sua attenzione. Come molti altri grandi musicisti della sua generazione Luke è una persona molto umile e sensibile nei confronti dei propri fans e sicuramente esprimerebbe apprezzamenti al nostro lavoro. Mi piace pensare così…
Com’è essere una band AOR / Westcoast in una città assolutamente aliena al genere come Biella?!?
Ma, credo che sia un po’ tutto il nostro paese ad essere alieno a questo genere musicale. Biella è una città ricca di artisti e di ottimi musicisti, ospita uno dei più vecchi Jazz Club d’Italia tutt’ora attivo e con un calendario spesso ricco di artisti internazionali; in passato abbiamo ospitato per una decina d’anni un club musicale, il Babylonia, nel quale hanno suonato artisti internazionali incredibili proponendo qualsiasi genere musicale. Noi stessi abbiamo avuto la bellissima opportunità di aprire, nel lontano 1996, un concerto dei Lost Tribe (Grandissima formazione di jazz/fusion newyorkese). Purtroppo oggi la realtà musicale è molto differente, sono rimaste davvero poche le realtà in cui potersi esprimere, pochi i locali per la musica live, un progressivo abbassamento del livello culturale rende il tutto ancora più difficile.
A presto e congratulazioni ancora!!!
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