Recensione: March of the Venus 5
Raramente riesco a farmi catturare dalle voci femminili, con l’unica, eccezionale esclusione di Annie Lennox, che con questo genere ha ben poco a spartire, eppure c’è qualcosa di magnetico nelle Venus 5. Vedere cinque artiste così diverse, provenienti da ogni angolo d’Europa, unirsi per scardinare i cliché del metal al femminile è un’esperienza ipnotica. Con “March Of The Venus 5”, uscito il 20 marzo per Frontiers Music, la band non si limita a un semplice sequel dell’omonimo debutto del 2022, ma spalanca le porte di un universo dove la forza bruta del riff e la grazia della melodia si fondono in un abbraccio perfetto.
Oltre l’indubbia caratura tecnica delle frontwomen, ciò che impressiona in questo lavoro è l’alchimia profonda che permea ogni singola nota, merito anche di una sezione strumentale di altissimo profilo. Il motore ritmico è affidato al basso di Andrea Buratto e alla batteria decisa di Marco Lazzarini, che insieme tessono una trama pulsante e dinamica. Su questo tappeto sonoro si innestano le chitarre affilate di Gabriele Robotti e le architetture sonore di Antonio Agate, le cui tastiere rifiniscono ogni brano con eleganza e modernità.
Accanto alle solide certezze rappresentate da Karmen Klinc, Jelena Milovanovic ed Erina Seitllari, il disco ritrova due figure che trascendono il ruolo di semplici guest star per rivelarsi autentiche anime affini del progetto: il carisma di Herma (Sick N’ Beautiful) e la determinazione di Tezzi Persson (Hell in the Club). L’interazione tra queste cinque interpreti evoca una conversazione poliglotta ma armonica, sostenuta con vigore dal quartetto strumentale in un unico, battito rock.
L’album si distingue per il coraggio di osare. Se la title track e la graffiante “Like a Witch” colpiscono per un impatto hard rock viscerale, dove le sei corde di Robotti richiamano sonorità crude, è nei passaggi più intimi che il disco si sedimenta nell’ascoltatore. Ne è un esempio “Far Away”, una ballad dalla forza magnetica, mentre episodi come “Satellite” e “Invincible” proiettano la band verso un’estetica moderna e quasi futuristica, in un perfetto equilibrio tra le rifiniture elettroniche di Agate e riff metallici d’impatto.
In particolare, “Satellite” colpisce per un’introduzione che evolve rapidamente in una struttura ruvida e imponente, sorretta dal rullante di Lazzarini, pur mantenendo una spiccata fruibilità melodica. Lungo tutta la durata dell’album, l’architettura vocale appare magistralmente bilanciata: le cinque voci si intrecciano in un dialogo serrato dove nessuna prevale mai sulle altre.
Questa sinergia raggiunge vette di raro lirismo in tracce come “Set Me Free”, dove la vulnerabilità di testi carichi di pathos si sposa con una sezione ritmica serrata guidata dal basso di Buratto. Il contrasto tra la spinta del comparto strumentale e la dolcezza delle armonie vocali crea un chiaroscuro sonoro di straordinaria efficacia.
“March Of The Venus 5” è un album selvaggio, elettrico, quasi impossibile da contenere. Canzoni come “Stereotypes” o la conclusiva “Winter On My Skin” dimostrano che le Venus 5, supportate da una band d’eccezione, non vogliono essere incasellate. Questo lavoro dimostra che quando il talento individuale incontra una produzione impeccabile e una reale unità d’intenti, il risultato è un’esplosione di energia inarrestabile. Il progetto torna sulla scena con un piglio deciso, pronto a rivendicare il proprio ruolo di primo piano nel genere senza scendere a compromessi.

