Recensione: New Day
Al metallaro medio il nome di John Corabi suona familiare soprattutto per la piuttosto breve militanza nei Mötley Crüe, con i quali pubblicò l’album eponimo del 1994. Periodo difficile quello per chi aveva passato gli anni Ottanta tra lustrini e girls girls girls sul Sunset Strip: il trionfo del grunge aveva spazzato metallari e glam rocker che, confusi, in molti casi aveva affannosamente cercato di rinnovare la propria proposta musicale andando a inseguire la moda del momento. I Mötley Crüe, da gran furboni quali erano e sono, reclutarono con Corabi un vocalist del tutto in linea con la tendenza che veniva da Seattle e Mötley Crüe si rivelò, alla fine, un disco di qualità, che, tuttavia, a distanza di decenni suona stridente nella discografia della band di Nikki Sixx.
Più centrate, seppur meno celebrate, furono le esperienze di John Corabi con i bravi The Scream e, recentemente, coi The Dead Daisies. E perfettamente adatto al timbro vocale del cantante di Philadelphia è quanto è contenuto in questo suo album solista, intitolato New Day.
Fin dalla copertina, infatti, New Day riporta ai primi anni Novanta, che, a propria volta, guardavano agli anni Settanta: ed è proprio un rock blues americano spalmato sui due decenni (ma saltando a piè pari gli Ottanta) quel che New Day propone. Volutamente retro, ora scanzonato, ora malinconico, New Day è il risultato del lavoro di un artista maturo che non ha proprio nulla da dimostrare, tra l’altro splendidamente supportato da una band di grande spessore, che vede nei propri ranghi il produttore Marti Frederiksen (uno che ha lavorato con Aerosmith e Ozzy Osbourne).
New Day apre le danze ed è subito groove caldissimo: una batteria bella picchiata supporta un ritornellone appassionato che resta subito in testa. That Memory è un rock decisamente settantiano ascoltato mille volte e meritevole di altri mille ascolti. Faith, Hope And Love è un piacevolissimo lamento blues con tanto di cori, mentre When I Was Young è un rock mid-tempo che più americano non si può: e Springsteen fa capolino.
One More Shot gira intorno a un riff rotondo a cui è difficile resistere. 1969 è un’allegra celebrazione della Summer of Love, mentre Laurel è un buon pezzo malinconico un po’ country. Good To Be Back Here Again è una gran bella ballad blues rock in 6/8 impreziosita dalla calda voce di John Corabi, così come la semi-acustica Love That’ll Never Be, dominata da uno spleen che ricorda una sera estiva in una grande prateria americana.
Lo scanzonato blues di Cosi’ Bella era già stato pubblicato come singolo nel 2021 e, a dire il vero, non meritava nuova visibilità. Egualmente, Your Own Worst Enemy è un singolo uscito nel 2022, ma ha uno spessore di tutt’altro livello, richiamando gli Aerosmith che furono e davvero non sfigurando (non è poco). Infine, Everyday People è un pezzo leggero leggero che chiude allegramente New Day.
Insomma, John Corabi ha pubblicato un bel disco solista: certo, bisogna sapere che i pezzi di New Day avanzano guardando indietro, perchè qui dentro non troverete poprio niente di minimamente innovativo, ma non vi mancherà il groove, un gran tiro, un songwriting di qualità e un’interpretazione vocale e strumentale che, in casi come questo, fa davvero la differenza.
