Intervista Fighter V (Emmo Acar)

Con il nuovo album “Deja Vu”, i Fighter V si confermano come una delle realtà più convincenti del melodic hard rock di scuola ottantiana, tra grandi cori, riff “da arena” e un gusto spiccatamente emotivo.
Ne abbiamo parlato con il cantante Emmo Arcar, voce e penna di questa “seconda vita” della band svizzera, per approfondire genesi, suoni e ambizioni di un disco nato per il palco.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao ragazzi, sono Fabio Vellata di Truemetal.it: benvenuti sulle nostre pagine e grazie per il tempo che ci dedicate in occasione dell’uscita di “Deja Vu” su Frontiers. Il nuovo album conferma la vostra identità di band svizzera dedita al melodic rock, profondamente radicata nell’epica tradizione dell’arena rock anni Ottanta, ma con una produzione attuale e una scrittura più matura: complimenti!Direi di entrare subito nel vivo dei dettagli.
“Deja Vu” arriva dopo un percorso già importante, da “Fighter” a “Heart Of The Young”: in che modo senti che questo nuovo capitolo rappresenti una vera evoluzione della band e non soltanto “il passo successivo” nella vostra discografia?
Pur non segnando uno strappo radicale rispetto ai brani che avevamo scritto in precedenza, questo disco ci dà davvero la sensazione di essere arrivati ad uno step superiore. Da quando abbiamo firmato il contratto con Frontiers sappiamo di avere a disposizione una piattaforma molto più ampia per far arrivare la nostra musica a più persone possibile.
Il titolo “Deja Vu” è piuttosto intrigante per una band che suona un hard rock/AOR dichiaratamente nostalgico: è una provocazione, una sorta di scherzo meta‑rock sul passato che ritorna, oppure descrive un sentimento molto concreto che avete vissuto negli ultimi anni?
Il titolo esprime l’idea che certi eventi nella vita tendono a ripetersi, e che tutto ciò che possiamo fare è accettare queste situazioni per quello che sono e trarne il massimo, facendo tesoro delle esperienze accumulate in passato.
Il vostro mix di riff “arena‑ready”, grandi melodie vocali e tastiere molto presenti resta il vostro marchio di fabbrica: qual è stato il compromesso più difficile da trovare tra l’istinto old‑school e l’esigenza di suonare attuali e rilevanti nel 2026?
Probabilmente è il compromesso più complesso in assoluto, quando si cerca di combinare vecchia e nuova scuola. Il rock anni Ottanta si regge su un’estetica sonora ben precisa (vecchie tecniche di mix e mastering, riverberi enormi, harmonizer, suoni ruvidi e così via), mentre oggi si tende a preferire una resa più asciutta e un suono organico e “reale”, che inevitabilmente va in collisione con l’impronta old‑school. Quindi la domanda è sempre quanto ci si possa spingere in una direzione senza risultare eccessivamente “cheesy”.
Sul piano del songwriting, cosa è cambiato nel vostro modo di scrivere insieme rispetto agli inizi? C’è stato un momento, lavorando su “Deja Vu”, in cui vi siete detti: “ok, adesso stiamo davvero andando oltre i confini di ciò che erano i Fighter V fino a ieri”?
Per quanto riguarda il processo di scrittura, questa volta è stato soprattutto un lavoro a distanza. Io ho prodotto l’album, questa volta in maniera ufficiale, e la band ha dovuto fidarsi di semplici demo basate su riff e hook, che alla fine si sono rivelate vincenti. Abbiamo comunque collaborato con altre figure, come Pulver dei Little Creek, che ha registrato le parti strumentali del disco. Io ho inciso le voci separatamente ai The Voice Finder Studios, con la coproduzione e il premix di Ronny Lang, il mio vocal coach.
Abbiamo inoltre lavorato con Victor Olsson (Gathering Of Kings, Sapphire), che aveva curato le tastiere sul precedente album. Questa volta, in collaborazione con me, ha suonato, registrato e co‑scritto tutte le parti di tastiera. In più lui e la sua partner Tess hanno registrato i cori, insieme a me (e a Ronny Lang su “Raging Heartbeat” e “For All This Time”). Avendo lavorato in remoto è stato difficile mantenere il controllo totale su ogni fase, ma il risultato ha dimostrato che il metodo funziona.
“Foolish Heart” è probabilmente il brano in cui l’eredità dei Whitesnake nel vostro DNA emerge con più chiarezza, sia nell’atmosfera generale sia nel modo in cui le linee vocali si adagiano sulle melodie e crescono fino al ritornello. Quanto c’era di deliberato in questa vicinanza alla scuola classica di David Coverdale e quanto, invece, è semplicemente il modo naturale in cui affronti questo tipo di ballad potente?
Uno dei primissimi idoli che mi hanno influenzato è stato proprio David Coverdale. Da allora ho iniziato a cantare in una tribute band, attività che porto avanti ancora oggi. Col tempo ho avuto anche la possibilità di entrare in contatto con membri originali dei Whitesnake, che hanno apprezzato il mio lavoro e il mio omaggio autentico allo stile di Coverdale. Da quel momento, e complice un timbro molto simile a quello di David Coverdale, è quasi automatico che in certi brani riaffiorino quelle vibrazioni e suggestioni.
La tracklist alterna pezzi molto diretti come “Raging Heartbeat”, “Made For A Heartache” e “Break Those Limits” a momenti più emotivi come “Foolish Heart” o “For All This Time”: come avete costruito il flusso emotivo dell’album e c’è un brano che considerate il vero “cuore” di “Deja Vu”?
Abbiamo cercato di costruire un arco di tensione con brani che permettessero transizioni naturali dal soft all’hard e viceversa. Dato che questa volta l’album abbraccia una grande varietà di stili, è difficile scegliere un unico filo conduttore, ma “Foolish Heart” è un po’ il “figlio” emotivo del disco, mentre “Raging Heartbeat” riassume al meglio lo stile complessivo della band.
Per una band come la vostra, il suono è quasi una dichiarazione d’intenti: quali scelte di produzione, timbriche di chitarra, approccio alle tastiere e al mix hanno fatto davvero la differenza nel dare a “Deja Vu” quell’impatto “da stadio” senza perdere calore e dinamica?
Dietro queste decisioni ci sono state diverse persone. Innanzitutto le parti strumentali sono state prodotte ai Little Creek Studios con l’obiettivo dichiarato di suonare “anni Ottanta”, anche attraverso l’uso di effetti tipici dell’epoca. Questo è stato poi combinato con le mie idee ed indicazioni assieme a quelle della band.

“Raging Heartbeat” e “Victory” sembrano scritte per aprire un concerto e incendiare subito il pubblico: quando lavorate sui brani, quanto pensate in anticipo al loro impatto dal vivo rispetto alla loro dimensione puramente da studio?
Curiosità: in questo momento le suoniamo davvero in apertura dei concerti, a dimostrazione che le nostre intenzioni sono state comprese. Pensiamo molto a come i pezzi suoneranno sul palco, in macchina, perfino in palestra, ma soprattutto in una grande arena, per restare fedeli allo spirito del genere.
I cambi di line‑up ed il tuo arrivo al microfono hanno segnato chiaramente una nuova fase per i Fighter V: in che modo questa “seconda vita” della band emerge nei testi, nei cori e nel modo complessivo in cui affronti le parti vocali lungo l’album?
Il primo cantante, Dave Niederberger, aveva definito uno stile preciso nella scrittura, nelle melodie e nei testi motivazionali, dando vita a quel carattere “anthemico” tipico dei Fighter V. La band non vuole perdere questa impostazione e la mantiene tuttora, almeno in parte. Dall’altra parte ci sono brani scritti da me e Roman che portano un’atmosfera più emotiva, seria e dal sapore un po’ più old‑fashioned, cosa che il pubblico continua ad apprezzare. Tuttavia io canto sempre a modo suo, scrivo il 90% dei testi e imprimo anche alle melodie il mio stile, pieno di soul e di sfumature blues.
Lavorare con un’etichetta come Frontiers significa entrare a far parte di una famiglia affollata di band di melodic rock e hard rock di altissimo livello: quanto vi ha spinto, questa consapevolezza, durante la scrittura e le registrazioni di “Deja Vu”?
È chiaro che la band ha sentito una certa pressione e ha voluto dare davvero il massimo, il che è positivo, perché i fan se lo meritano.
Siete una band svizzera con un sound fortemente internazionale: c’è qualcosa della vostra quotidianità, della scena locale, dell’atmosfera “di provincia” o delle vostre radici che è finito, magari in modo nascosto, dentro le canzoni di “Deja Vu”?
Siamo tutti persone molto ricettive e, da musicisti, si finisce sempre per riversare le proprie esperienze personali nelle canzoni, che diventano anche un modo per elaborarle.
Il tour “Bite And Fight” con gli Snakebite vi porterà su diversi palchi in Germania e Svizzera: che tipo di set state preparando, come bilancerete il materiale nuovo con i brani più datati e quanto sarà importante testare subito l’impatto dei pezzi inediti dal vivo?
Era fondamentale riportare sul palco gli inni che il pubblico ama ascoltare ancora oggi. Allo stesso tempo, per noi era importante mettere subito alla prova i pezzi nuovi, per capire come la gente reagisse e si lasciasse coinvolgere al primo ascolto. Anche perché, durante il tour, l’album non era ancora uscito.
Se dovessi convincere qualcuno che non ha mai ascoltato i Fighter V a dare una chance a “Deja Vu”, quale sarebbe la promessa che faresti come band del 2026? Cosa garantisci che troverà premendo play, dall’attacco di “Raging Heartbeat” fino alle ultime note di “Victim Of Changes”?
Poche parole ma sincere: una delle band di melodic hard rock più autenticamente “ottantiane” in circolazione, con grandi inni e una voce che oggi si sente davvero di rado.
Grazie di cuore per il tuo tempo e per aver condiviso il vostro mondo con i lettori di Truemetal.it; in bocca al lupo per l’uscita di “Deja Vu”, per il tour “Bite And Fight” e per tutto ciò che verrà.
A presto, ci vediamo sotto il palco!
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