Recensione: Four Sides to Every Story
Comeback discografico a distanza di circa un anno per i Fatal Vision: “Four Sides to Every Story” è un disco che chiude un cerchio più che aprirne uno nuovo. Quattordici canzoni messe in fila come capitoli di un unico diario, pur con la consapevolezza che oggi l’attenzione media raramente regge un ascolto così esteso. Con tutti i rischi che ne derivano in termini di fruibilità.
Attivi originariamente nella scena di Ottawa alla fine degli anni ’80, i Fatal Vision nascono come progetto AOR pienamente calato nell’immaginario classico del genere, figlio di ascolti che vanno da Journey e Survivor fino a Bad English e Asia. Dopo un lungo periodo di oblio durato tre decenni, la band è riemersa nel 2021 riportando in superficie un bagaglio di idee rimaste sospese nel tempo e riadattate a una produzione contemporanea. La formazione odierna ruota attorno alla voce di Simon Marwood, affiancato dal chitarrista Juan Miguel Gomez Montant, dal bassista Andrew Burns, dal batterista Alex Wickham e, a seconda dei contesti, dal tastierista Scottie Irving o Deniz Lim‑Sersan, a conferma di un nucleo ormai ben rodato. “Four Sides to Every Story” rappresenta inoltre il loro primo passo per Escape Music, dopo i lavori pubblicati con altre etichette che hanno sancito il rientro stabile sulla mappa del melodic rock internazionale.
Il quadro è chiaro fin dalle prime note. Melodie AOR di scuola classica, produzione lucida curata da maestri del settore come JK Northrup, Ron Nevison, Ale Del Vecchio e Michael Shotton. Ed arrangiamenti che non lasciano nulla al caso, con un equilibrio calcolatissimo tra chitarre elettriche e tappeti di tastiere che rimanda a una certa idea di rock “adulto”. È un disco pensato per chi quel linguaggio lo conosce già, lo frequenta da anni e pretende che certi riferimenti restino al loro posto, più che per chi cerca una porta d’ingresso immediata o una scossa fuori dai luoghi comuni.
In questo contesto, il lavoro di Simon Marwood al microfono merita una nota a parte. La sua impostazione è pulita, intonata, perfettamente allineata al canone AOR classico, con un timbro che lavora più di sfumature che di graffi e concede qualcosa in termini di personalità e riconoscibilità immediata. Non è certo un cantante “problematico” o fuori fuoco – anzi, regge con mestiere linee vocali spesso impegnative – ma il modo prudente con cui affronta i climax emotivi fa sì che, a conti fatti, resti un gradino sotto rispetto alla caratura delle ospitate e delle firme coinvolte in studio. È un elemento che non mina la tenuta complessiva del disco, ma che contribuisce a quella sensazione di affidabilità più che di autentico scatto d’orgoglio che accompagna diversi passaggi chiave. Insomma, tocca ammetterlo: non è sicuramente tra i nostri preferiti.
Aspetto significativo dell’album è il fatto che ogni brano sia accompagnato da un video. Non è un vezzo, ma una dichiarazione di intenti. I Fatal Vision cercano di costruire un percorso coerente, quasi episodico, dove ogni canzone è un frammento di storia più che un singolo potenziale. È un’idea ambiziosa, sorretta da una cura evidente per i dettagli, i climax, gli incastri vocali. Allo stesso tempo, la scelta di mantenere sempre la stessa grammatica con un songwriting spesso molto “omologato” rende più difficile distinguere, a freddo, quali episodi restino davvero impressi.
La scrittura privilegia la solidità all’effetto sorpresa. Ritornelli costruiti per durare più che per esplodere al primo ascolto, armonie vocali dosate con attenzione, progressioni armoniche che si collocano esattamente dove l’orecchio dell’appassionato si aspetta di trovarle. È una coerenza che fa emergere una band matura, ben piantata entro le proprie coordinate, ma che paga dazio quando il minutaggio complessivo supera abbondantemente lo standard di molti album contemporanei, chiedendo allo stesso pubblico di settore uno sforzo di concentrazione non banale.
L’elemento più interessante non è tanto la ricerca di “hit” evidenti, quanto il tentativo di costruire un percorso emotivo affidato anche alle molte collaborazioni di peso coinvolte. L’elenco è lungo: Phil X (Bon Jovi, Triumph), David Forbes e Mark Holden (Boulevard), Harry Hess (Harem Scarem), Jeff Scott Soto (Journey, Trans‑Siberian Orchestra), Paul Laine (Danger Danger, The Defiants), Alessandro Del Vecchio (Edge Of Forever, Hardline), JK Northrup (King Kobra, XYZ), Michael Shotton (Von Groove), Marc LaFrance (Loverboy, Mötley Crüe), David Cagle (Silent Tiger) sono artisti coinvolti a vario titolo nei brani e aggiungono sfumature senza stravolgere l’impianto. Il rovescio della medaglia è che, nella seconda metà del disco, l’effetto familiarità rischia di prevalere, soprattutto per chi è cresciuto con i riferimenti storici del genere e riconosce subito la provenienza di certe soluzioni.
In questo contesto, “Four Sides to Every Story” funziona meglio se affrontato come un lavoro da metabolizzare nel tempo, più che come una sequenza di singoli ad alto impatto. È un album lontano da applausi facili ed entusiasmi istantanei che si gioca tutto sulla credibilità di una band che preferisce costruire, strato dopo strato, una propria idea di continuità all’interno del melodic rock, ora supportata da un’etichetta specializzata come Escape Music che ne consolida la collocazione nel settore di riferimento. Accettando però il rischio che qualcuno, lungo il percorso, possa perdersi per strada falcidiato da un paio di sbadigli di troppo.
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