Report: Necrodeath a Scordia (CT) 07/05

Rilassatevi per qualche istante, allontanandovi dallo stress quotidiano, e provate a ricordare cosa facevate diciassette anni fa: noi eravamo studenti della scuola media inferiore, il nostro unico contatto con una forma di hard rock/heavy metal era ancora “Paradise City” dei Guns’n’Roses, e di certo non sfiorava la nostra mente l’idea che un giorno avremmo scritto un articolo. Questo preambolo, oltre a farci riflettere sull’inesorabilità del trascorrere degli anni, legge della vita che alcuni incoscienti (sia maschi che femmine) della nostra generazione continuano a trascurare, ci dà la portata del tempo passato tra la prima e la seconda data siciliana dei Necrodeath, e ci fa constatare come la Sicilia abbia per anni ignorato l’heavy metal (e viceversa), e quanto sia storico per la nostra terra il periodo che oggi viviamo, così ricco di concerti.
Diciassette anni, dicevamo, cambiano la vita, com’è ovvio: molti dei presenti alla serata del 7 maggio 2005 non erano ancora nati, mentre altri erano piuttosto piccoli. Anche se, per motivi anagrafici, neanche noi c’eravamo (come probabilmente tutti quelli sotto i trent’anni), il fatto che all’epoca i Necrodeath suonarono al Teatro Grotta Smeralda di Catania, e che quindi il problema storico della mancanza dei locali fu affrontato e superato, provoca oggi in noi un moto di rabbia, dato che per tanti anni lo stesso handicap è stato preso come pretesto per tenere la Sicilia in un limbo di arretratezza musicale, mentre in tutta Europa fioriva una grande scena metal, prima solamente anglo-germanica, poi scandinava, infine anche mediterranea.
Colpa degli affaristi siciliani, probabilmente: non li chiamiamo neppure “organizzatori”, vista la loro sconfinata ignoranza musicale e il loro smisurato amore per il profitto, e non per ciò che è cultura e aggregazione sociale; parte di colpa va anche attribuita a molti degli organizzatori nazionali, che però hanno altre scusanti, come i costi elevati. Queste vergognose scuse, legate a problemi purtroppo reali, ma non certo insormontabili, vengono stavolta superate grazie all’organizzazione della Mondocaneventi, ed il secondo concerto dei Necrodeath in Sicilia ha finalmente luogo, in un Krossower riempito da circa 700 cuori battenti all’unisono.
Si inizia dopo le 23 con i Belfacore, gruppo metal/hardcore: una discreta esibizione di circa mezz’ora, molto variegata, caratterizzata dall’uso di campionamenti un po’ eccessivi per noi puristi, e di effetti interessanti; il gruppo oscilla tra metal e alternative, riuscendo a spaziare da momenti di forte impatto ad istanti più dilatati e di maggior cura tecnica.
Tocca quindi ai calabresi Zora, side-project death metal di alcuni membri dei Glacial Fear, che dedicano lo spettacolo a Rosario Modica, collaboratore di Wild’Zine, deceduto prematuramente il 29 marzo: pur non avendolo conosciuto di persona, riteniamo doveroso che la band e il pubblico ricordino il contributo da lui apportato alla causa heavy metal in una sede importante come questo concerto e gli tributino un sentito, riconoscente e commosso applauso. Gli Zora, in formazione chitarra – basso – batteria, sono purtroppo penalizzati da una pessima resa sonora, che migliora soltanto alla fine, restando comunque sotto la soglia della mediocrità. Possiamo apprezzare solo la pesantezza e la brevità relativa dei pezzi, che però arrivano a noi come se fossero tutti uguali: speriamo, pertanto, di rivedere il gruppo in un’altra occasione, non inficiata da intoppi acustici.
I Necrodeath appaiono poco prima dell’una, accompagnati da un’intro efficace, seguita da due pezzi molto veloci, che non riusciamo a distinguere per i problemi audio di cui abbiamo parlato (una canzone sembra “The Creature”, ma non possiamo garantirvelo). Siamo invece sicurissimi nello scrivere che la primordiale “Mater Tenebrarum”, certamente ispirata alle creazioni del Maestro Dario Argento, infiamma gli spettatori, grazie anche al miglioramento del suono.
Al grido di “Errare è umano… Perseverare è diabolico!” passiamo alla recente “Perseverance Pays”, semplicemente devastante, quindi “Process of Violation”, che narra di una suora che, rinchiusa a forza in un convento di clausura, scopre piaceri saffici (blasfemia? Non proprio: piuttosto, faccende realmente avvenute ed occultate per ovvi motivi). Si torna alla storia con “The Flag of the Inverted Cross”, dedicata ad un’altra leggendaria band, gli Schizo, ed in particolare ad Alberto Penzin.
Riconosciamo subito la cover di “Black Sabbath”, leggermente diversa dall’originale, ma senza dubbio molto valida: non del tutto capìta dal pubblico, forse perché non conosciuta, almeno dai più giovani, ci riporta ai tempi in cui Ozzy non era ancora sfruttato come fenomeno da baraccone per MTV. Si passa poi a “Red as Blood”, brano martellante tratto da “Black as Pitch”, quindi il tanto atteso medley “At the Mountains of Madness/Hate and Scorn”.
“Church’s Black Book” contiene la registrazione di un lungo elenco, comprensivo di date e riferimenti storici, delle stragi compiute nei secoli dalla Chiesa cattolica contro quanti non la pensavano alla stessa maniera: la lunga lista, che parte dai tempi di Carlo Magno, comprende Catari, Ungheresi, Romani, Valdesi, uomini massacrati per volere dell’Inquisizione e donne bruciate sul rogo perché accusate di stregoneria. Anche in questo caso, si tratta di vicende che molti preferiscono tener nascoste: invece, è giusto che si conoscano, perché la storia non si sfrutta a proprio uso e consumo, tagliando i capitoli che non convengono, specie nel nostro tempo, dove si arriva a bombardare la gente per giorni interi con speculazioni televisive sulla salute del Papa, e con la successiva spettacolarizzazione mediatica della morte a fini di lucro!
Lasciando da parte le polemiche, prima di diventare anche noi vittima dell’inquisizione di bigotti che ci toglierebbero perfino il saluto, pur essendo noi lontani dal satanismo, dato che non lo condividiamo, ricordiamo la vecchia “Necrosadist”, seguita dalla più recente “At the Roots of Evil” e dalla storica “Internal Decay”. La chiusura, intorno alle due, è dedicata ad un’altra band seminale, i Venom, con due riuscitissime cover di “In League with Satan” e “Countess Bathory”, ed è seguita da applausi calorosi e meritati.
Anche stavolta parecchie persone mancavano, ma i Necrodeath non se ne sono di certo accorti, vista la presenza massiccia all’evento e la notevole risposta dei defenders.
Un concerto di grande spessore, in definitiva, sperando che non debbano passare di nuovo diciassette anni per rivedere la formazione genovese in Sicilia: meglio non pensare a quel giorno, sia perché è impossibile prevedere il futuro, sia perché vengono i brividi all’idea che, ferma restando la nostra eterna fedeltà all’immortale heavy metal, potrebbe capitarci di venire al concerto insieme ai figli che, con una buona educazione e con l’esempio, ci auguriamo non crescano modaioli e discotecari…
Giuliano Latina