Live Report: letlive. + Ravine + Load Rejection @ Legend Club, Milano – 12/06/2026

Milano, 12 giugno: al Legend Club va in scena la data warm up del LOW-L Fest 2026 con letlive., Ravine e Load Rejection in attesa della tre giorni a Piacenza, dal 19 al 21 giugno, per un weekend hardcore all’insegna del DIY.
L’apertura iniziale della serata è affidata ai Load Rejection, band nata tra le province di Lodi e Piacenza. Il loro è un crossover alternative anni ‘90 fortemente influenzato da numetal e grunge, evidenti sin dalle prime canzoni come Substance, Drop In Wave e Reality Script. Due EP all’attivo, rispettivamente Never Known e Spitting Sand, concludono il loro set con Breakdown Song e Mouth Wide Shout. Le chitarre ci sono, la voce pure: perfetti per settare il mood della serata, partita già con alte aspettative.
La seconda apertura è affidata ai padovani Ravine: per una fuorisede come me è sempre incredibile immergermi nelle scene che non sono casa mia dal punto di vista logistico, ed è incredibile rendermi conto di quanto Padova e la scena hardcore italiana in generale sia piena di talento e, ancor più, di voglia di fare, disfare e suonare.
A cavallo tra il metalcore e l’hardcore melodico, anche loro hanno all’attivo due EP, dal titoli Era: Brighter Days e Second Chance, da cui tirano fuori Sacred Mother, Rebirth, Petals, Glare e Until It Breaks. Fortissimi, convincono a primo ascolto alzando sempre più l’asticella dell’evento.
Niente e nessuno però ti prepara davvero a quel che abbiamo il privilegio di assistere poco dopo: i letlive. tornano su un palco italiano per la prima volta dopo dieci anni, lo staging è minimal ridotto davvero all’essenziale, che è praticamente la postazione della batteria, acqua qua e là e spazio libero il più possibile.
Sale la sezione ritmica e solo dopo, all’ultimo, Mr. Jason Aalon Butler alla voce: in assoluto non solo tra le voci più potenti del post-hardcore, ma anche uno dei frontman più assurdi e azzeccati che una band possa avere. Mi si spezza il cuore al pensiero di non essere mai riuscita a vederlo con i Fever333 originali, a maggior ragione dopo aver assistito a un live degli House Of Protection: forse raramente, nel mondo delle band di oggi, è possibile trovare persone così in sinergia tra loro.
C’è da dire che anche i letlive. rientrano comunque tra queste band: a distanza di dieci anni l’armonia tra loro è forte e chiara, ed il concerto gode di una infinita dose di imprevedibilità che solo chi è davvero libero da tutto riesce a creare. L’inizio è affidato al trio Le Prologue/The Sick, Sick 6.8 Billion/Renegade 86’, tutte da Fake History datato 2011. Si prosegue con A Weak Ago, That Fear Fever, Banshee (Ghost Fame) e White America’s Beautiful Black Market, manifesto di denuncia contro il sistema sanitario statunitense che miete ogni giorno sempre più vittime.
Il tutto accade tra un circle pit, il festeggiamento del compleanno del chitarrista Jeff Sahyoun, una videochiamata mancata da parte di Jason ai figli per far vedere loro cos’è che tiene papà impegnato dall’altra parte del mondo e un’invasione di palco da parte di qualcuno dei presenti, fino ad arrivare a un momento davvero magico: la band suona Muther con l’aggiunta di una seconda voce, quella di Alice, tra i presenti nel pubblico. La vedo nel bel mezzo della realizzazione di un sogno e mi emoziono come se quel sogno fosse il mio.
Si ritorna alla realtà più tribale possibile con Good Mourning America, mentre la cassa della batteria viene smontata e l’asta del microfono suonata come plettro gigante per la chitarra, si sale sul palco e si arriva letteralmente al soffitto su 27 Club e non finisce mica qui perché il pubblico ne vuole ancora e ancora: “non abbiamo mai accettato richieste per suonare questo o quello, mai in tutta la nostra carriera. Dovremmo farlo stasera proprio qui a Milano?” e la risposta non può che essere assolutamente, definitivamente, certamente sì.
Il nuovo vero encore è composto da Pheromone’s Cvlt, Dreamer’s Disease e Day54. Non c’è posto né pace per contenere tutta l’energia della band e della stanza: deve essere sfogata in cerchio nel pit, in mezzo al pubblico, fuori in cortile su un banco a caso, sul palco ammassati assieme ad altri sconosciuti. Non si può fermare, né l’energia né la band, vanno lasciate scorrere: realizzo che il tutto non accade in uno stadio o in un’arena qualsiasi, che per quanto sia bello a noi non frega niente e anzi, che apparteniamo proprio a questo, ai piccoli club sudati dominati dalle scene degli outsider con le Vans ai piedi pronti a ballare il two-step alla prima occasione possibile.
I letlive. non sono solo una band: sono libertà pura. “Taste freedom, even if the process for it may hurt you”, incoraggia Jason Aalon.
E, ancora una volta, la nostra musica arrabbiata ha ragione.