Sorpresa: Sinate

Ad aprire le danze i neozelandesi Sinate, band dedita a un death potente e preciso che non disdegna le contaminazioni thrash, capace di regalare all’ascoltatore un mix esplosivo fatto di suoni potenti e ben bilanciati, di folate di violenza incontrollata e di una grande voglia di comunicare con il pubblico presente.  Lo spettacolo dei quattro ragazzi di Auckland si ancora fedelmente alle due release all’attivo estrapolando la set list dai full-length “Beyond Human” e “Violent Ambitions”. La buona scelta dei pezzi ha convinto i presenti rendendo la prestazione dei Nostri come una vera e propria sorpresa. Qualche piccola sbavatura quasi impercettibile del batterista Sam Sheppard non ridimensiona minimamente il giudizio complessivo: promossi a pieni voti.

Brutalità: Mastic Scum

Ad alzare maggiormente  i ritmi cardiaci degli spettatori ci pensano i Mastic Scum, band austriaca che da più di dieci anni dall’album di debutto “Zero”, ha consacrato l’attività musicale alla violenza sonora allo stato puro, un death metal brutale nelle ritmiche al fulmicotone, contaminato da numerosi stacchi grind, veri e propri mattatori della musica di Maggo Wenzel e soci. Da sottolineare l’incalzante lavoro alle pelli di Man Gandler – già session man dei Belphegor negli anni dal 1997 al 2002 - vero e proprio protagonista di un sound violento e privo di fronzoli tanto da essere il precursore del mosh che troverà l’apice nelle esibizioni dei due gruppi di punta. L’esibizione dei salisburghesi, convincente in ogni frangente, si è incentrata in particolare sull’ultimo album “Dust”, uscito lo scorso novembre e di fatto il primo album del cantante Wenzel dopo lo split con il frontman precedente Will. La prova canora è parsa da subito all’altezza, dimostrazione tangibile di un perfetto affiatamento con la band e di una buona scelta da parte del gruppo.

Riscatto: Vader

Riscatto a titolo puramente personale. Visti quest’estate al Metalcamp, i polacchi non mi avevano convinto affatto. Giustificati da una posizione in scaletta abbastanza infelice e da una gestione dei suoni non proprio ottimale, i Vader mi erano sembrati alquanto statici, monotoni, “senza troppa voglia” per capirci. Niente a che vedere con lo spettacolo offerto in questa occasione. Il riscatto, per quello che mi riguarda, si è consumato appieno con una prestazione sopra le righe di “Piotr” e compagni, in grado di sferrare fendenti micidiali agli spettatori sottostanti. Forse un po’ limitato dalle ridotte dimensioni del palco, il combo polacco ha offerto una prova di assoluta qualità interpretativa, incorniciata ad arte da dei suoni pressoché perfetti. Le urla di Piotr Paweł Wiwczarek sono atterrate come pesanti macigni sulle teste dedite all’ headbanging delle prime file in tumulto, veri e propri “toccasana” per la grande voglia di contatto del disordinato ammasso di carne e sudore che si scontra a pochi centimetri dal leader del gruppo. Bravi, nient’altro da aggiungere, bravi davvero!

Male: Marduk

Male non certo come qualità di esibizione, ma nella forma più squisitamente figurativa del termine. I Marduk hanno portato una ventata di gelido, tetro e cupo vento sulla folla adorante. Laidi demoni e spiriti di guerra aleggiano sul palco già dall’intro, pronti ad esplodere in una rabbia fatta di nera frustrazione già alle prime incalzanti e ossessive ritmiche dei blackster svedesi. Il vaso di pandora è stato aperto, a Mortuus il compito di traghettare – in un metaforico paragone con Caronte – gli ascoltatori nel fiume di odio e di bieca violenza di quella che resta una delle punte di diamante del black metal mondiale. Immobili, concentrati nello sciorinare all’ascoltatore urli strazianti bissati da ritmiche cicliche, ossessive al limite della cacofonia.

Piccole sbavature a margine di una prestazione sopra le righe (il microfono di Mortuus non ha retto cedendo nel bel mezzo dell’esibizione, sostituito in tempi record) che ha visto ripercorrere tutta la carriera del gruppo con un occhio di riguardo alla normale promozione del nuovo album Wormwood, supportato da brani come “Still fucking dead”, “Baptism By Fire” e “Materialized in Stone”.

Come ad ogni buon funerale che si rispetti, alle folle appena catechizzate bisogna dare il giusto commiato: Panzer Divison Marduk, suonata a velocità oggettivamente stellare, appare come la giusta conclusione di questa battaglia dove gli assoluti protagonisti sono stati, indiscutibilmente, quattro demoni venuti dal Nord.

Daniele Peluso
Foto a cura di Daniele Peluso.

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Foto a cura di Valeria Biagini

 

 

Vista la scarsità, da un po' di tempo a questa parte, di concerti estremi di un certo livello nella terra di Toscana, non potevo certo permettermi di mancare a questa gustosa occasione. Rifornita l'automobile di benzina e cibi vari, sabato 30 Gennaio siamo quindi partiti alla volta del Siddharta di Prato, in modo da assistere a una delle due tappe italiane del Vengeful Scapegoat Tour capitanato dagli Incantation.

La nostra mezzora abbondante di anticipo è stata prontamente ripagata dall'annuncio di un'ora e mezza di ritardo sulla tabella di marcia causa maltempo. Alle 19:30 mancavano ancora la maggior parte dei gruppi e la backline: cosa che si è ripercossa, poi, sulla durata effettiva dei concerti, forzatamente accorciati in modo da terminare intorno alla mezzanotte.

Ad ogni modo, una volta entrati è avanzato giusto il tempo per un veloce sguardo alle distro presenti prima di partire con il primo show della serata, ovvero quello dei genovesi Nerve. I quattro sono partiti convinti e affiatati, mettendo sul piatto un'ottima tecnica e una bella tenuta di palco. Purtroppo il difficile compito di opener e il genere proposto – un death metal groovy e melodico, parecchio influenzato dall'hardcore – non proprio in linea con il resto dei gruppi, ha impedito al pubblico presente di partecipare attivamente alla performance, la quale resta comunque decisamente sopra le righe. Belli i pezzi, specie quelli del nuovo album uscito a Gennaio chiamato Hate Parade, che dimostrano ormai la piena maturità raggiunta dal combo.

 

 


Alla fine veniamo a sapere che i Noctem, secondi in scaletta, sono probabilmente sperduti in qualche paesino coperto dalla neve del nord, e che quindi potevamo scordarci la loro esibizione. In compenso, questa defezione ha lasciato subito il turno al gruppo veramente “kvlt” della serata: i Divine Eve. Con una discografia che conta al momento solo un EP, uscito nel '93 sotto la ancora giovane Nuclear Blast, un paio di demo e un nuovo mini fresco fresco, non sono mai riusciti ad uscire dal circuito underground e a pubblicare un vero e proprio full length. Tuttavia, fin dalle prime battute il pubblico si è avvicinato, ha cominciato a scaldarsi e a poco a poco il death old school e un po' doomy dei nostri, di chiara scuola Asphyx e Autopsy, ha conquistato letteralmente i presenti. Sono cominciate le prime avvisaglie di pogo, mentre si sono susseguite sia tracce provenienti da As The Angels Weep, sia da Vengeful and Obstinate. Proprio con la title track del primo EP si è raggiunto l'apice della partecipazione, specialmente quando la stessa è esplosa letteralmente dopo il primo momento doom ed è scivolata in una cavalcata di tupatupa selvaggio, capace di trascinare nel mattatoio le prime file. Forti anche della presenza, dietro le pelli, di Kyle Severn (batterista degli Incantation) come turnista d'eccezione, i Divine Eve hanno convinto in pieno e hanno dato vita a una delle performance migliori della serata, come dimostrato dagli abbondanti applausi a loro dedicati.

Un veloce cambio di strumenti ed ecco che il sipario si apre sugli Hate, i secondi “Big” della serata.
Look in stile Behemoth, con corpsepaint e vesti lunghe ed elaborate e due omega rosso fuoco su entrambe le casse della batteria, a mo di avvertimento per il caos che da li a poco avrebbe spazzato il locale. Purtroppo non è mancato un degno rappresentante della stupidità umana, il quale, dal centro della sala, ha accolto a gran voce il gruppo con offese e gesti ben poco incoraggianti per poi sparire subito dopo. Una parentesi patetica che non ha impedito ai polacchi di devastare tutto con un concerto praticamente perfetto, con suoni relativamente puliti e un'esecuzione impeccabile. Velocità a vagonate con quintali di blastbeat, headbanging circolare e groove non sono mancati, con il pubblico che ha preferito seguire attentamente la performance piuttosto che pogare. Va segnalata comunque un po' di freddezza da parte di tutti i componenti del gruppo, causata probabilmente dal simpatico umorista sopracitato. In ogni caso, sia i vecchi pezzi più brutali, sia la maggior complessità e ricercatezza delle tracce estratte dagli ultimi Anaclasis e Morphosis hanno fatto breccia nei presenti, i quali non si sono risparmiati dal riservargli un caloroso saluto.

Altro cambio, questa volta l'ultimo, a favore del piatto forte della serata. Il vero e proprio timewarp per tornare ai tempi dei pionieri del death metal americano: è il turno degli storici Incantation.
Accolti a gran voce dai presenti, i veterani americani hanno spaccato subito tutto con il loro stile classico che più classico non si può, scatenando nel pubblico la prima, vera dimostrazione di pogo feroce della serata. I suoni erano un po' impastati, complice anche il non aver potuto effettuare un vero e proprio soundcheck a causa dei ritardi, ma la proposta è trascinante indipendentemente da tutto, a dimostrazione che la vera dimensione di questo tipo di sonorità è quella puramente live. Grande la prova vocale di John McEntee, che sembrava quasi senza voce quando dialogava con il pubblico, mentre invece devastava tutto con il suo basso growl sibilante e ruvido quando “cantava” nelle tracce. Gente che vola, gente che frulla viva dentro al pit durante le sfuriate di Kyle Severn, gente che segue con la testa tutti i tempi cadenzati delle parti più doom-oriented, gente che urla con John: quasi nessuno è impassibile nel locale ormai pieno. Un concerto in qualche modo lineare, senza cadute di tono, con la vetta forse in Dying Divinity del recente ma non troppo Decimate Christendom. Performance che non delude se non nella durata, visto il rigido orario a cui tutti hanno dovuto sottostare.

Alla fine, dieci euro di ingresso per quattro ottimi gruppi, di cui uno di culto, uno di altissimo livello e uno addirittura storico, sono senz'altro un affare alla portata di tutti. Rimane da augurarsi che il Vengeful Scapegoat Tour abbia risvegliato un po' di voglia di incrementare i concerti di questo tipo in Toscana. Del resto, il locale satollo dovrebbe fungere da efficace cartina tornasole.


Michele "Panzerfaust" Carli

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Report a cura di Angelo D'Acunto e Lorenzo Bacega
Foto a cura di Angelo D'Acunto

Serata dalle evidenti tinte oscure, quella che si è svolta giovedì 28 gennaio al Sottotetto Sound Club di Bologna, e che ha segnato il ritorno dei 69 Eyes in terra felsinea dopo la partecipazione all'edizione 2007 della Dark Fest. A supporto i nostrani Mandragora Scream, sulle scene da una decina d'anni e forti della release dell'ultimo Volturna. Se i primi, come era facilmente pronosticabile, hanno messo in piedi uno spettacolo decisamente degno di nota e, soprattutto, coinvolgente come non mai, grazie anche al ventennio di esperienza che Jirky e soci si ritrovano alle spalle, i secondi invece, nonostante l'effettiva volontà di dare il massimo, hanno offerto una prova non del tutto convincente e con qualche sbavatura di troppo.

Angelo D'Acunto

Mandragora Scream

Temperature piuttosto gelide, quelle registrate inizialmente all'interno del Sottotetto Sound Club, con tanto di panorama da circolo polare artico a corredare i dintorni del locale. Con circa mezz'ora di ritardo sulla tabella di marcia, salgono sul palco i nostrani Mandragora Scream, ai quali tocca l'arduo compito di scaldare come si deve l'ambiente. I nostri, come già anticipato, affrontano il palco con carisma ed una spiccata dose di professionalità, senza comunque dare (purtroppo) alla luce un risultato eccellente. Da una parte i suoni, settati piuttosto male, non aiutano la prova della band, mentre dall'altra, a fare da classica goccia che fa traboccare il vaso, ci sono le varie campionature di tastiere (e di cori) che il gruppo adotta per i live show, atte sicuramente a dare man forte agli strumenti presenti sul palco, ma che per l'occasione riescono solamente a creare troppa confusione, mettendo più volte in secondo piano i suoni di chitarra e di basso (quest'ultimo addirittura inesistente). Nonostante ciò, i presenti nel locale dimostrano di apprezzare pienamente lo show in corso, con una reazione a dir poco calorosa evidenziata anche da Morgan, la quale fra un pezzo e l'altro ammette di essersi trovata raramente di fronte ad un pubblico così accogliente.

Angelo D'Acunto

 

 

The 69 Eyes

Ore 23:15: con notevole ritardo sulla tabella di marcia (anche a causa di un soundcheck abbastanza lungo) si spengono le luci e salgono sul palco del Sottotetto i The 69 Eyes. Accolta da continue ovazioni da parte del pubblico (poco più di duecento persone accorse alla calata bolognese dei vampiri di Helsinki, nonostante le condizioni climatiche non proprio favorevoli), la band finlandese si dimostra da subito in forma smagliante, soprattutto per quanto riguarda un Jyrki 69 decisamente in palla dal punto di vista vocale, ed autore di una prova davvero convincente e priva di sbavature, ed un Jussi 69 sempre estremamente preciso dietro le pelli. La scaletta proposta nel corso dello spettacolo pesca a piene mani dagli ultimi lavori della band (da Blessed Be in poi, con l'unica eccezione di Wasting the Dawn, estratta dall'omonimo platter), con particolare predilezione verso l'ultimo nato Back in Blood (del quale sono ben sette gli estratti), disco uscito lo scorso anno che mostrava un netto riavvicinamento verso coordinate maggiormente legate all'hard rock ottantiano, a scapito della componente più gothic oriented. Proprio alla title track dell'ultimo album è affidata l'apertura del concerto, seguita a ruota da quattro pezzi del calibro di Never Say Die, The Good, The Bad & The Undead, Dance d'Amour e Lips of Blood: il pubblico risponde positivamente e dimostra di apprezzare particolarmente l'esibizione dei cinque finlandesi, supportati in questa occasione da dei suoni finalmente ottimali, ben bilanciati e perfetti sotto ogni punto di vista. Lo spettacolo dei cinque vampiri continua in maniera assai scorrevole senza grandi problemi di sorta, con una setlist abbastanza bilanciata nella quale trovano posto sia i grandi classici del gruppo, tra i quali possiamo sicuramente citare Gothic Girl (letteralmente acclamata dagli spettatori), The Chair e Feel Berlin, che nuove creature, come ad esempio le coinvolgenti Dead Girls are Easy (brano scelto come primo singolo dell'ultimo disco), Kiss me Undead o Suspiria Snow White. Chiusura con il botto con l'immancabile encore, affidato al solito tandem Brandon Lee e Lost Boys, che pongono fine ad un concerto estremamente convincente su tutti i fronti. In definitiva, i The 69 Eyes si confermano per l'ennesima volta un'assoluta garanzia per quanto riguarda gli spettacoli live.

Lorenzo Bacega

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30 gennaio 2010: la storia è protagonista in quel di Padova. Sul palco del Teatro Tenda si esibisce una delle più capaci rock band dell'ultimo ventennio: gli Europe. Cinque musicisti i cui dischi hanno venduto milioni di copie e che possono ascrivere in curriculum uno dei più convincenti singoli dell'intero panorama musicale rock contemporaneo, quello (stra)conosciuto pezzo intitolato The Final Countdown che, per l'occasione, è stato suonato come pezzo di chiusura del concerto. La cospicua affluenza (non il tutto esaurito, ma c'è da poter esser soddisfatti) e una buona acustica hanno sigillato una serata davvero ben riuscita.

Joey Tempest, Mic Michaeli, John Norum, John Levén e Ian Haugland: una formazione che ha fatto storia, che al tempo chiunque ascoltasse metal conosceva a memoria, sopratutto coloro che hanno vissuto il periodo della pubblicazione di "The Final Countdown", masterpiece uscito oramai ventiquattro anni fa, ma che non ha mai perso un solo briciolo di quell'accattivante gusto che lo caratterizza fin dal primo ascolto. Chi si aspettava una raffica di classici estratti dallo stesso forse non ha mai compreso appieno la longevità, l'orgoglio e la coerenza di Joey Tempest e compagni. Chi ha avuto forza e apertura mentale di andare oltre quello storico riff, sa che gli Europe hanno sfornato ben più di un valido platter. Dischi che hanno venduto oltre un milione di copie ciascuno e che possono annoverare nelle tracklist singoli di elevata qualità. Parliamo di album come: "Wings of Tomorrow", "Out of This World" piuttosto che "Prisoners in Paradise": ognuno collimato in una particolare sfumatura musicale ben identificabile nel percorso della maturazione artistica.
Si è percepita la grande interazione tra l'attitudine melodico/compositiva di Michaeli e l'espressività vocale di Tempest. Ci si è esaltati a guardare il fenomenale operato alle sei corde del talentuoso John Norum che, con il suo impagabile stile rock/shred, ha fatto sentire la propria mancanza dal 1987 in poi quando, stufo di confrontarsi con l'aspetto più plastificato e falso dettato dal music business, ha abbandonato i ranghi venendo quindi sostituito da Kee Marcello. È stata infine eccellente e dinamica la sezione ritmica dettata dalla coppia Levén/Haugland.
 

 

 

La parte iniziale del concerto è stata caratterizzata da tre brani tratti dall'ultimo studio album uscito nel 2009, "Last Look At Eden" e dal discusso full-length dal 2006, "Secret Society". Preludio compreso, il gruppo ha dato subito il segnale che non sarebbe stata una serata per nostalgici, bensì per un pubblico che sapesse apprezzare gli svedesi per tutto ciò che hanno prodotto. I primi classici arrivano infatti a metà scaletta. La tripletta costituita dalla raffinata Prisoners in Paradise, per l'occasione proposta in verisone acustica, dalla storica balld Open Your Heart e da Stormwind, arcigno brano hard rock che per primo, nel 1984, lasciò trapelare la spiccata attitudine compositiva del frontman, ha ammaliato e scaldato le articolazioni in attesa dei classici ancora attesi.
Inoltre, tra i pezzi proposti, ha fatto capolino l'inattesa proposizione di Optimus, title track dell'album solista di Norum (in cui ha partecipato come spalla alle sei corde Fredrik Åkesson degli Opeth).

Il podio di chiusura è stato affidato ai pezzi forte: Start from the Dark, Cherokee e Rock The Night. Ahimé, questo è il momento in cui la voce di Tempest ha dato qualche segno di cedimento se rapportata ai livelli di potenza che avevano caratterizzato l'inizio dello show. C'è anche da riportare che il cantante ha corso, ha interagito coi presenti, saltato, roteato l'asta del microfono in continuazione, corso nel photo-pit a 'batter cinque' senza mai fermarsi, coinvolgendo i fan così come ai vecchi tempi.
Giù le luci per un minuto e arriva l'encore affidato all'attraente e massiccia The Beast, nonché all'immancabile The Final Countdown, vera passerella che conduce la memoria all'immortale Olimpo del rock. Un Olimpo che per sempre riserverà un posto a questa prodigiosa realtà musicale moderna.

Nicola Furlan

Setlist:
Prelude
Last Look At Eden
Love is Not The Enemy
Superstitious
Gonna Get Ready
Scream of Anger
No Stone Unturned
Let The Good Times Rock
Prisoners in Paradise (versione acustica)
Open Your Heart
Stormwind
Optimus
Seventh Sign
New Love in Town
Start From The Dark
Cherokee
Rock The Night

Encore:
The Beast
The Final Countdown

Line-up:
Joey Tempest: voce e chitarra
John Norum: chitarra
John Levén: basso
Mic Michaeli: tastiere
Ian Haugland: batteria

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Milano, “Garage” Prego, sabato 1 dicembre 1990, ore 15.30: ultimo concerto dei Bulldozer della storia, con la band all’apice della propria popolarità. Un ritiro da campioni, assimilabile a quello del pugile Monzon, cioè dal tetto del mondo.

Milano, Magazzini Generali, sabato 19 dicembre 2009, ore 15.30: il primo concerto dei Bulldozer in Italia dopo la reunion, che ha partorito un album convincente come Unexpected Fate.

Passano i lustri e la storia si ripete, a volte. Diciannove anni dopo AC Wild e Andrea “Bull” Panigada tornano fieramente a issare il grandissimo striscione dei Bulldozer dietro la batteria – non più con Erminio Galli o “Don” Andras piuttosto che Rob “Klister” Cabrini ma con un devastante Manu - e a infiammare con uno show al fulmicotone l’audience meneghina, ricettacolo di fan giunti da tutte le latitudini in crisi d’astinenza da “una sana dose di violenza sonora” targata Bulldozer. L’attesa è grande, così come il freddo pungente fuori dal locale con tanto di neve abbarbicata sui tetti della città, imbiancata appena la notte prima. Causa soundcheck ritardato le porte dei Magazzini Generali aprono solamente verso le ore 16, con grande soddisfazione di noi metallari dai piedi ormai congelati. Stoiche e assolutamente da citare, alcune dolci donzelle, in coda con una mise decisamente poco invernale, comunque non sufficiente a raffreddare la Loro passione per il Thrash di Contini&Co.

Il flusso di persone all’entrata scorre lentamente, proprio perché tutti noi in coda abbiamo ben presente il fine benefico del concerto e vanno sbrigate le operazioni di pagamento del biglietto, peraltro a un costo popolarissimo. Soltanto otto Euro per assistere a uno show che si sa da quando è stato annunciato che passerà alla storia, con l’incasso interamente devoluto all’Unicef. Il pubblico è il più eterogeneo: accanto ai vecchi con le stigmate da Garage Prego a segnarne il viso uno stormo di più o meno giovani attirati dalla fama incorruttibile di Andrea Panigada e AC Wild. I due, fin dalle note dell’opener Unexpected Fate, dimostrano di aver sopportato piuttosto degnamente vent’anni in più sul groppone, particolare che li rende assolutamente credibili ancora oggi, caratteristica fondamentale per non ricadere nella sindrome di cover band della stessa band madre, malattia che affligge, fra gli altri, nomi altisonanti dell’hard rock britannico.

AC Wild si presenta in forma smagliante vestito da gran cerimoniere del Metallo con tanto di abito talare nero d’ordinanza mentre Andy “Bull” Panigada inizia agilmente a produrre i primi, massicci, riff che con la voce cavernosa di Alberto costituiscono da sempre il copyright dei Nostri. Certo, passare dalla formazione stile Motorhead classic line-up di tre elementi a quella attuale di cinque probabilmente provoca qualche interrogativo nei più stagionati, abituati a vedere Contini tutt’uno con lo storico basso marchiato AC Milan a dimenarsi fra urla e capelli ribelli coadiuvato al Suo fianco dal solo e fedele Andrea, ma bastano pochi minuti per spazzare d’un colpo anche il più scettico. Le bordate – sapientemente introdotte – si susseguono senza sosta: Use Your Brain - Bastards - Desert e il resto della band risponde alla grande, assistito da un suono possente e ben bilanciato che rende giustizia al muro di fuoco dei milanesi. AC Wild non ha perso un’oncia del Suo carisma e non presenta cali di tensione dall’altro del suo leggio d’acciaio così come “Bull” Panigada dispensa watt a destra e manca, con la naturalezza dei grandi. Accanto all’impeccabile sopraccitato Manu, intento a violentare con perizia le pelli della batteria, la chitarra affidata a Ghiulz dei Faust e il basso di Simone dei Death Mechanism costituiscono gli altri due cilindri pulsanti del Bulldozer-sound, motore sufficientemente oliato per deliziare le orecchie della platea. Certo, qualche fuorigiri scappa, ma questo non è di sicuro il concerto dove si debba dimostrare qualcosa a qualcuno. Quello che conta è risentire dei pezzi che hanno fatto la leggenda dell’HM italiano, ma non solo. Tutto il resto sono balle.

Probabilmente l’orgasmo si ha durante la proposizione della terribile coppia Ilona The Very Best e The Derby ma risulta davvero impresa ardua stabilire il momento clou dello show dal momento che i Bulldozer inanellano una scaletta che propone, nell’ordine: We Are F*****g Italians, Impotence, Minkions, Micro Vip, Exorcism, Cut Throat, Whiskey Time, Aces Of Blasphemy e The Great Deceiver. Chiusura affidata a Willful Death – con il figlio di Alberto alle tastiere – e all’improvvisatissima “Don” Andras, con quest’ultimo, veramente a sorpresa, impegnato a scandire i tempi del pezzo a Lui dedicato, fra gli applausi del pubblico, deliziato da questa inaspettatissima chicca che vede Alberto al basso come ai bei tempi.

Siparietto durante l’annuncio di We Are Italians, quando AC Wild asserisce che è la prima volta che viene eseguita dal vivo e il Marcone nazionale, da più o meno metà pit, gli urla che non è vero, visto che l’hanno eseguita al Metal Forces in Germania qualche settimana prima. Minkions viene dedicata a una band di “classifica” che ha ottenuto il grande successo immeritatamente e, mi pare prima di Willful Death, Alberto ricorda Dario Carria, ex componente dei Bulldozer scomparso nel 1988.

Per chiudere, da segnalare la risposta numerosa del pubblico - una volta tanto -, competente ed entusiasta. Molti degli astanti si sono fermati dopo lo show dei Bulldozer per godersi le varie jam session con i componenti delle seguenti band: Death Mechanism, Nemesis Inferi, Self Disgrace, Torment, Vexed, Ul Mik Longobardeath.

Lo spirito della manifestazione è stato colto in pieno, proprio perché strettamente legato al messaggio principale del disco dei Bulldozer Unexpected Fate, ovvero aiutare tramite Unicef alcuni (dei milioni) di bambini in grosse difficoltà. I fonici hanno lavorato gratis così come il promoter.

Alla fine della serata di una cosa sono certi tutti i presenti: la storia ha fatto tappa in via Pietrasanta 14, e il tempo lo confermerà.


Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

PS: slideshow (o “girandola”) contenente le fantastiche foto dell’amico Luca Bernasconi, fotografo ufficiale della rivista Metal Maniac.

Sito Luca Bernasconi: http://www.lucabernasconi.com/ , sito che fra la fine dell’anno e l’inizio di gennaio 2010 subirà un notevole restyling

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Tre gruppi, quaranta minuti circa di show a disposizione per ciascuno e un totale di due ore di concerto. Non male come numeri se contiamo che le band in questione hanno in comune una resa dal vivo a dir poco devastante. Un po' meno soddisfacente invece la presenza di pubblico all'interno del Soundtrack di Arcene, teatro dell'unica calata italica dell'Unholy Trinity, tour dove a mettere insieme le forze sono nomi del calibro di Goatwhore, Toxic Holocaust e Skeletonwitch e che, come vedremo, sono riusciti a fornire uno spettacolo di tutto rispetto, anche se per pochi, pochissimi presenti.

In prima posizione ci sono gli Skeletonwitch, band black/thrash statunitense formatasi nel 2003 e con ben tre studio album all'attivo. L'attitudine (quella live, perlomeno) dei cinque dell'Ohio è più devota verso il thrash, con un impatto "in your face" di grande effetto. Sugli scudi soprattutto il singer Chance Garnett, autore di una prova decisamente maiuscola a livello vocale, nonché bravo a tenere il palco, sforzandosi anche di "dare una svegliata" alle prime file dormienti. E proviene proprio dal pubblico la prima nota negativa della serata, il quale riserva alla band un'accoglienza piuttosto tiepida, limitandosi comunque a dare qualche segno di vita fra un pezzo e l'altro, dimostrando anche di apprezzare appieno lo show messo in atto da Garnett e soci. Buona parte dei pezzi proposti per l'occasione vengono tratti dall'ultimo Breathing The Fire (uscito ad ottobre 2009), brani eseguiti sì con attitudine grezza e diretta, ma anche privi di una qualsivoglia sbavatura, grazie anche ad una resa sonora di tutto rispetto e ad una precisione millimetrica dei restanti componenti del gruppo, guidati in primis dal drummer Derrick Nau, vero e proprio treno in corsa e motore principale dell'intera sezione ritmica.

Sicuramente fra i più attesi della serata, i Toxic Holocaust non hanno di certo tradito le aspettative del pubblico, questa volta più numeroso (anche se non su cifre esagerate, purtroppo) e che risponde come si deve agli attacchi frontali di Joel Grind e soci, mettendo anche in seria difficoltà gli addetti alla sicurezza, i quali non si aspettavano certamente una reazione così violenta da parte dei pochi presenti. Anche in questo caso i suoni sono pressoché perfetti, e aiutano non poco lo scorrere dei pochi minuti a disposizione. Tempo piuttosto esiguo in cui il combo dell'Oregon investe tutti i presenti con colpi precisi e letali che movimentano a dovere la situazione sotto il palco. Poche sbavature e pezzi che dal vivono rendono in maniera piuttosto efficiente, con una setlist votata al presente con le varie Wild Dogs, Gravelord, Nuke The Cross e l'ottima War Is Hell (tutti pezzi tratti dall'ultimo An Overdose Of Death...), senza comunque dimenticare i dischi precedenti, come nel caso dell'azzeccatissimo inserimento in scaletta di 666 (da Evil Never Dies).

Chiusura affidata invece ai Goatwhore, ai quali tocca la stessa sorte degli Skeletonwitch, ovvero quella di ritrovarsi a suonare di fronte ad  un pubblico poco reattivo (esclusa la primissima fila), quasi indifferente e che, come da previsione, ha concentrato gran parte delle proprie attenzioni nei confronti dei precedenti Toxic Holocaust. Ma questo non ferma comunque la band statunitense, che affronta il palco con buone dosi di grinta e professionalità. Spettacolo garantito anche in questo caso, quindi, dove a farsi valere è soprattutto una setlist che raccoglie, a parere di chi scrive, il meglio del repertorio della band (ovvero le ultime due release). Convincono in pieno in primis i pezzi tratti dall'ultimo (e ottimo) Carving Out The Eyes Of God, dal quale vengono tratte le varie The All-Destroying, Apocalyptic Havoc e In Legions, I Am Wars Of Wrath, brani che in altre occasioni riuscirebbero tranquillamente a mietere un bel po' di vittime sotto al palco, ma che in questo caso, pena soprattutto di un'inspiegabile freddezza dei pochi presenti, riescono solo a guadagnarsi gli applausi di rito fra un'esecuzione e l'altra. Prova in ogni caso più che convincente quella di Sammy Duet e soci, che pone fine ad uno show devoto al metal nella sua forma più grezza e violenta, rappresentata da tre ottime realtà del panorama estremo statunitense, capaci di dare il massimo sul palco nonostante la poca affluenza di pubblico registrata a fine serata.

Angelo D'Acunto

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Live Report e foto a cura di Daniele Peluso

Serata interamente dedicata all’Hard rock di matrice svedese al Rock Club di Ronchi dei Legionari (GO), ultima data italiana del tour dei Bonafide e della Crucified Barbara. Evento molto ben organizzato, anche se non sono mancati i colpi di scena…

Bonafide

Ad aprire le danze i Bonafide, band chiamata a scaldare il già numeroso pubblico presente nel locale goriziano. La partenza è ottima: il gruppo capitanato da Pontus Snibb non risparmia nemmeno una goccia di sudore e offre uno spettacolo incentrato sulla velocità e su una buona qualità sonora. Il pubblico gradisce rispondendo ai numerosi incitamenti del frontman: il feeling è praticamente perfetto quasi da subito. Lo spazio purtroppo non permette al combo svedese di potersi muovere agevolmente vista la sistemazione della batteria di Sticky Bomb a ridosso degli altri musicisti. Sulla pedana, coperta da un telo nero, c’è il drum set delle Crucified Barbara a sovrastare tutto. Bisogna fare di necessità virtù e i Nostri non ne fanno un dramma, si muovono il meno possibile ma suonano con un’invidiabile energia e un eccellente affiatamento. Fino al primo black out. L’impianto del locale, infatti, non regge alla grossa richiesta energetica dell’accoppiata palco-tourbus e cede nel bel mezzo dell’esibizione lasciando artisti e spettatori nel buio pesto. Poco male: la professionalità e la celerità dell’organizzazione riesce a tamponare in meno di cinque minuti il problema, ridando corrente agli artisti che possono riprendere lo show.

Come è risultato da un’analisi dell’accaduto, il blackout è dovuto all’enorme richiesta di corrente del tourbus parcheggiato nel minuscolo piazzale antistante il Rockclub. I responsabili, dopo aver verificato la causa, hanno prontamente richiesto il totale spegnimento del mezzo per poter continuare lo spettacolo senza troppi intoppi. Ahimè, l’invito, non è stato recepito. Dopo poco, l’incidente si ripete scatenando le ire dei musicisti. Il bus era inspiegabilmente allacciato alla corrente elettrica e in piena attività: luci, tv e confort interni erano in funzione anche se il mezzo era vuoto. I Bonafide sul palco e le Crucified Barbara nel backstage sottoposte a trucchi e merletti, non fornivano motivazioni plausibili. Da qui al secondo stop il passo è stato breve.
Non c'è più sordo di chi non vuol sentire: peccato che a farne le spese siano stati i numerosi presenti, i Bonafide che fino a quel momento stavano facendo un gran show, e non da ultimi, i gestori del locale che si sono dovuti sorbire proteste a destra e a manca.

I Bonafide scendono dal palco furenti ma composti, eccezion fatta per il biondo batterista che urla tutta la sua rabbia con termini, ovviamente, irripetibili. Forse non si sono resi conto immediatamente di quello che è successo e che le colpe erano da attribuire al proprio entourage e al mezzo di trasporto lasciato acceso anche dopo le varie raccomandazioni e diffide.

Breve divagazione: chi è causa del suo mal pianga se stesso recita un vecchio proverbio, ma forse l’astio dell’artista verso il locale lo si deve ricollegare a quanto accaduto un paio di ore prima, quando  è stato allontanato dal bar, dopo che una addetta gli aveva esplicitamente impedito di lavarsi il frullatore con i beveroni da palestra nel lavandino privato. Lui ha fatto orecchie da mercante con la ragazza ed è passato oltre iniziando a fare i propri comodi, salvo poi cambiare repentinamente atteggiamento con la venuta del gigantesco titolare, poco incline alla maleducazione in casa propria. Un po’ di umiltà e buona educazione non farebbero male al buon Sticky Bomb anche perché non dappertutto gli atteggiamenti da rockstar consumata vengono tollerati o assecondati. Comprensibile la delusione dei musicisti e del pubblico accorso, anche se nelle parole e negli atteggiamenti del resto del gruppo non si notavano le esasperazioni del batterista.
Un vero peccato perché la band ha colpito molto e, per quello che si è potuto sentire, avrà sicuramente molto da dire nel prosieguo di carriera.
 





Crucified Barbara

Dopo i problemi occorsi al gruppo di apertura, tutto il lavoro si è concentrato sulla preparazione del palco per accogliere nel miglior modo possibile le quattro ragazze svedesi, visibilmente nervose nel backstage. Una breve intro e la musica della Crucified esplode in tutta la potenza di cui è capace. “Killer On His Knees” colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco. Aggressive, graffianti, energeticamente potenti le Crucified Barbara catturano subito l’attenzione dei presenti rapendo i sensi del pubblico per poco più di un ora d’esibizione. Un concentrato della produzione delle ragazze di Stoccolma estratto dai due album “In Distortion We Trust” del 2005 e del recente “Till Death Do Us Party” suonati a tutto volume per un pubblico entusiasta. Chi si aspettava un gruppo di bambole sorridenti inebetite da trucchi e tacchi si deve arrendere da subito al suono grezzo e veloce che ti lascia senza fiato. Mia Coldheart si fa carico da subito di tutte le responsabilità del caso sfoderando una prestazione assolutamente perfetta sia per quanto concerne le parti vocali che per i numerosi assoli, precisi e coinvolgenti, che escono dalla amata e celebrata Flying V.
Il concerto fila liscio senza nessun intoppo, dominato dall’inizio alla fine dalla magistrale presenza scenica e dal totale controllo del palco e del pubblico da parte delle quattro. Brave, anzi bravissime anche dopo il concerto a rendersi simpaticamente disponibili alle file di fan in attesa di una foto.

L’aspetto fisico conta, è inutile negarlo, ma queste ragazze sono indiscutibilmente delle grandi professioniste e non delle modelle da passerella: delle musiciste che su un palco hanno saputo farsi rispettare e guadagnare quella credibilità che, spesso, viene data per scontata a più di qualche band di colleghi maschi.

 




Set list:

Killer On His Knees
Play Me Hard (The Bachelor’s Guitar)
Rats
In Distortion We Trust
Motorfucker
Killed By Death
Jennyfer
Creatures
Can't Handle Love
Sex Action
Blackened Bones
Losing The Game
My Heart Is Black
Rock’n’Roll Bachelor

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Parole e foto di Fabrizio Zucchini
 
È stata una serata magica quella di ieri sera al Palalottomatica di Roma, in occasione del concerto dei Deep Purple. I padri dell’hard rock, che vantano la prima uscita discografica nel 1968 con l’album “Shades of Deep Purple”, hanno dato vita ad uno show intenso ed emozionante di oltre due ore, che ha coinvolto tre generazioni di fan, accorsi in massa fino a colmare al limite massimo il palazzetto.
 
Alle 8,30 apre le danze la band di Maurizio Solieri, il noto chitarrista di Vasco Rossi che scalda il pubblico con il suo rock diretto e sincero. Una sorpresa molto gradita è stata quella di trovare Michele Luppi alle tastiere e voce che ha interpretato splendidamente un medley di canzoni di Vasco. Molto ispirata è stata anche la strumentale che Solieri ha regalato al pubblico come anticipazione del suo nuovo album solista.
 
Dopo mezzora di buon rock arrivano i Deep Purple e il Palalottomatica esplode. Le scenografie sono essenziali, non c’è nulla di pomposo o superfluo, ma ben si sposano con le luci sapientemente gestite che riescono a creare un’atmosfera coinvolgente. Si capisce subito che il feeling è quello giusto e l’apertura con Highway Star è dirompente. La line up è quella che ha fatto la storia dell’hard rock con l’album In Rock nel 1970, con Ian Gillan voce, Don Airey tastiere, Ian Paice batteria, Roger Glover basso, con la sola eccezione di uno straordinario Steve Morse che dal 1996 ha preso il posto di Ritchie Blackmore alla chitarra.
 
Diciannove brani di puro Hard Rock che passano dai loro più importanti classici come Strange Kind Of Woman a successi più recenti come Rapture of Deep canzone dell’omonimo album del 2005.
Don Airey in una forma impressionante si lancia in continui assoli e botta e risposta con Steve Morse. Particolarmente bello è stato il pezzo solista in cui Airey mostra tutta la sua ecletticità inserendo anche “La marcia alla turca” di Mozart. Ma tutti i musicisti durante la durata del concerto si prodigano in ispirati pezzi solisti che esaltano il pubblico, compreso un assolo di batteria di Paice.
 
Space Trucking è il penultimo pezzo prima di Smoke on the Water. Il pubblico esplode in un boato, ho visto persone con capelli bianchi e giacca saltare in piedi e urlare a squarcia gola il ritornello della canzone. Ian Gilan, che forse della formazione è quello un po’ meno in forma, alla fine della canzone ringrazia per l’affetto e la partecipazione mostrati dal pubblico per tutta la durata del concerto gridando “unbelievable” e “I love you” per poi ritirarsi dalle scene.
 
Ma il pubblico non è ancora sazio di rock e chiama a gran voce la band per il bis che non si fa attendere, e i Deep Purple rilanciano con Hush canzone contenuta nel primo album, durante la quale Gilan si lancia in un curioso balletto, e Black Night, brano uscito come singolo nel 1970 e poi inserito in In Rock nella riedizione del 25° anniversario.
 
Un concerto veramente appassionate in cui forse è mancato solo l’inserimento in scaletta di qualche grande classico in più come Child in Time. Comunque è stato un concerto da ricordare e vi consiglio di non lasciarvi sfuggire le tre prossime date italiane a Perugia, Milano e Bologna.
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Martedì 8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione. Forse non poteva esserci data migliore (a seconda dei punti di vista) per celebrare il metallo di stampo più oscuro con la calata italica del Finale In Black Tour, kermesse di tutto rispetto guidata dai Satyricon, con a supporto nomi del calibro di Shining e Dark Fortress. Ovviamente il piatto servito per la serata sarebbe stato ancora più succulento con la presenza dei Negura Bunget, defezionari a poche settimane dall'inizio del tour e sostituiti dai comunque buoni Posthum. In ogni caso, come vedremo, le note positive non sono di certo mancate, in una serata che ha lasciato soddisfatti la maggior parte dei presenti all'interno dell'Estragon.

L'onore (o l'onere) di aprire la serata spetta ai Posthum, formazione con disco d'esordio pubblicato qualche mese fa e che propone un black metal di fattura più "classica". I suoni, inizialmente un po' confusi, e la scarsissima affluenza di pubblico non aiutano di certo i quattro norvegesi, che in ogni caso portano a termine il proprio dovere nei pochi minuti a disposizione con efficacia ed anche con una buona dose di freddezza, riuscendo comunque a raggruppare sotto il palco una schiera di curiosi che, in ogni caso, dimostrano di apprezzare la prova del combo scandinavo.
Ma il livello è destinato ad innalzarsi di colpo già con l'arrivo dei Dark Fortress. Anche in questo caso l'affluenza del pubblico lascia piuttosto a desiderare, ma i pochi presenti nel locale dimostrano di apprezzare in pieno l'esibizione della band tedesca guidata dal singer Morean, il quale ricambia l'affetto del pubblico felsineo sottolineando (in italiano) quella che per loro è la prima apparizione nella nostra penisola. Ed è proprio lo stesso Morean a catturare le attenzioni maggiori dei presenti, grazie soprattutto ad una prova vocale d'ottimo livello e ad una presenza scenica che riesce a coinvolgere come si deve. Non da meno anche la prova dei restanti componenti, capaci di dare vita ad un concerto pressoché perfetto e, soprattutto, convincente, che scorre via fra brani estratti principalmente dall'ultimo Eidolon (datato 2008) più qualche anticipazione dal nuovo Ylem, in uscita il prossimo 22 gennaio.

Altro fiore all'occhiello (anche se non per tutti, come vedremo) del Finale In Black Tour è sicuramente la presenza degli Shining, band che o si ama, o si odia, senza vie di mezzo, per la quale il pubblico bolognese riserva un'accoglienza piuttosto tiepida. In ogni caso Kvarforth e soci non demordono, e danno vita ad uno show che riesce comunque ad attirare l'attenzione di una parte dei presenti per svariate motivazioni. Se da una parte le "effusioni" che lo stesso Niklas riserva nei confronti del bassista Andreas Larssen lasciano piuttosto perplessi, dall'altra c'è la prova a dir poco perfetta (ed entusiasmante) di una band che riesce a soddisfare i pochi presenti sotto il palco. La scaletta della serata è ovviamente incentrata sugli ultimi tre capitoli degli svedesi, a cominciare dagli pezzi dell'ultimo Klagopsalmer (Vilseledda Barnasjalars Hemvist e Plеgoande O'Helga Plеgoande su tutte), fino ad arrivare ad estratti dai precedenti Halmstad e The Eerie Cold. Come si sa, già ascoltando gli ultimi album in studio, i componenti della band sono dotati di ottime capacità tecniche, che vanno ovviamente ad influenzare più che positivamente l'esibizione, mentre d'altro canto a tenere alto il livello d'attenzione ci pensa un Kvarforth più carismatico del previsto e autore di una prova vocale eccellente. Peccato solo per un pubblico in gran parte indifferente che, ovviamente, aspetta solo ed esclusivamente l'entrata in scena degli headliner.

E a chiudere la serata ci sono loro, i Satyricon, protagonisti indiscussi del tour, per i quali l'affluenza del pubblico aumenta in modo decisamente netto, anche se non esageratamente. Tralasciando le diverse opinioni che ognuno può avere sul nuovo corso intrapreso da qualche disco a questa parte, c'è da ammettere che la prova dei norvegesi pare da subito d'alti livelli, con i singoli componenti in forma smagliante, soprattutto per quanto riguarda un Satyr che dialoga spesso con il pubblico senza perdere efficacia dal punto di vista vocale, ed un Frost perfetto a millimetro dietro le pelli. La scaletta è ovviamente incentrata sugli ultimi lavori della band, a cominciare dall'azzeccatissima e coinvolgente apertura affidata a Repined Bastard Nation, seguita a ruota da Now, Diabolical e The Wolfpack, pezzi che non perdono il loro mordente anche dal punto di vista live. Brani eseguiti con precisione chirurgica quindi, e con un'aggressività tale da cominciare a mietere le prime vittime sotto al palco. Ottimi anche i suoni (come è stato anche per i gruppi precedenti, del resto), che favoriscono non poco lo scorrere veloce dello show. A rappresentare ancora l'ultimo The Age Of Nero ci sono anche Commando, Die By My Hand e Black Crow On A Tombstone, mentre d'altro canto la band non manca di riservare qualche sorpresa per i più nostalgici con l'innesto di Supersonic Journey (da Rebel Extravaganza) e Forhekset (da Nemesis Divina). Immancabile l'encore affidato a K.I.N.G., Fuel For Hatred e la giustamente acclamatissima Mother North che pone fine ad un concerto convincente su tutti i punti di vista, a confermare che i Satyricon, nonostante il nuovo corso musicale intrapreso da un po' di tempo a questa parte, sono ancora capaci fornire un'ottima prova dal punto di vista dei live show.

Angelo D'Acunto

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Una cospicua folla di persone si è radunata stasera al New Age di Roncade (TV) per assistere all'ennesima calata in terra italica degli Amon Amarth, affiancati, come in tutte le altre date del tour tenute nella nostra penisola, dai nostrani Sadist anzichè da Cannibal Corpse e God Dethroned. Un accostamento che volendo si presta a destare qualche legittima perplessità, anche in ragione della notevole diversità tra i generi rispettivamente proposti; in effetti, se pure la possibilità di aprire per una band ormai stabilmente collocata in un contesto da relativo mainstream ha consentito ai Sadist (rimasti al contrario tendenzialmente relegati ad una dimensione "di nicchia") di esibirsi davanti a un pubblico numeroso, d'altro canto è risultato abbastanza evidente come la stragrande maggioranza dei presenti fosse accorsa unicamente per assistere al concerto degli headliner. Molti fan giovani dunque, e pochi tra questi che si siano dimostrati particolarmente interessati al death metal tecnico e tastieristico, segnatamente ancorato a influenze propriamente "novantiane" (Atheist, Pestilence e in qualche misura Cynic) proposto dallo storico combo genovese.

Live Report a cura di Pier Tomasinsig
Servizio fotografico e slideshow a cura di Daniele Peluso

 

Tocca dunque agli storici tecno-deathster nostrani il non facile compito di riscaldare gli animi in attesa del piatto forte della serata. Risultato, va detto sin d'ora, raggiunto solo in parte a dispetto dell'indubbia qualità dello show proposto dai quattro genovesi. Lo spettacolo offerto dai Sadist si rivela senza dubbio apprezzabile sotto il profilo tecnico/esecutivo, supportato da suoni più che all'altezza, con una doverosa menzione al buon lavoro svolto dalla sezione ritmica e in particolare al membro fondatore Tommy, che si divide per quanto possibile tra la chitarra e la tastiera, anche se il cospicuo ricorso a basi campionate finisce per togliere un po' di significato alle sue "prodezze". Va anche detto che i nostri, considerate del resto le caratteristiche intrinseche della loro proposta musicale, risultano nel complesso piuttosto freddini e un po' fermi; si deve tuttavia riconoscere che i quattro si trovano oggettivamente a corto di spazio sul già di per sè angusto palcoscenico del New Age, avendo dovuto relegare il batterista a suonare a bordo palco per lasciar spazio all'ingombrante set di percussioni degli Amon Amarth. Il pubblico appare davvero coinvolto solo a tratti, per lo più quando viene chiamato direttamente in causa dal corpulento frontman Trevor, da parte sua estremamente attivo negli intermezzi tra un pezzo e l'altro dove, pur visibilmente affannato, non si risparmia nel dialogare in modo franco e schietto con i presenti, concedendosi anche un momento per ricordare a tutti la recente quanto prematura dipartita dello sfortunato Mike Alexander degli Evile. La scaletta proposta spazia tra quattro dei cinque full-length che compongono la discografia dei genovesi, soffermandosi soprattutto su brani tratti dall'ormai classico "Tribe" (la cui title-track ha rappresentato uno dei momenti salienti del loro concerto) e dal recente, omonimo "Sadist", senza disdegnare qualche incursione su "Crust" (Christmas Beat) e sull'eccellente album d'esordio "Above The Lights", dal quale è tratto il pezzo di chiusura "Sometimes They Come Back". Quaranta minuti di death tecnico di qualità, forse poco in tema con la serata, ma che una parte del pubblico ha comunque saputo apprezzare.

 

 

 

Non è facile, dopo aver assistito negli anni a tanti concerti degli Amon Amarth (e in alcuni casi averne già scritto su queste pagine virtuali), trovare qualcosa di nuovo da dire su di loro nel contesto di un live-report. Ciò probabilmente dipende, da un lato, dalla notevole affidabilità e costanza qualitativa espresse dagli svedesi nelle esibizioni dal vivo, dall'altro dalla personale impressione che i loro concerti finiscano in pratica per sembrare tutti uguali. Poche sorprese nella scaletta, scelta dei pezzi stabilmente orientata a favorire i brani di maggiore presa e maggiormente richiesti dai fan, una certa ritrosia ad uscire, fosse pure per un solo momento, dal personaggio che si sono abilmente creati nel corso degli anni. La sensazione, insomma, al di là dell'indiscussa e consolidata loro perizia nell'esprimersi on-stage, è quella di assistere alla efficace riproposizione di un copione molto ben studiato, ma al contempo ormai divenuto un po' troppo prevedibile.
A scanso di equivoci, sia chiaro ad ogni modo che anche questa sera gli Amon Amarth hanno "spaccato" alla grande. Come da copione, per l'appunto. Gli svedesi aprono in tutta sicurezza affidandosi all'infallibile quanto dirompente Twiligth Of The Tunder God, che non fatica ad infiammare un pubblico che, da parte sua, altro non chiede se non di essere infiammato. Il resto della scaletta è incentrato su brani di sicuro impatto, concede ben poche pause agli spettatori e praticamente nessun calo di tensione, venendo sciorinate, tra le altre, Tattered Banners and Bloody Flags, Varyags of Miklagaard, Asator, Fate of Norns, Guardians of Asgaard, Hermods Ride To Hell, Live For The Kill, Where Silent Gods Stand  Guard, Victorious March, Runes To My Memory e Death In Fire, con il prevedibile bis finale sapientemente affidato a Cry of the Black Birds e The Pursuit of Vikings.
I suoni -per tutta la durata del concerto- onestamente non sono stati ottimali; in particolare si riscontra una certa mancanza di profondità (oltre al problema iniziale del basso volume della voce, ben presto corretto) ma l'esecuzione è compatta e precisa quanto basta a valorizzare l'effetto incalzante e trascinante al quale le loro composizioni (quelle recenti in particolare) sono caparbiamente ed efficacemente votate. Una considerazione a parte merita la prestazione di Johan Hegg, imponente e carismatico come sempre in forza della sua provata fisicità, ma non sempre convincente dietro al microfono, in particolare nelle parti in scream, dove il biondo e barbuto frontman palesa non poche difficoltà, confermandosi al contrario eccellente nelle parti in growl profondo.

Gli Amon Amarth si dimostrano ancora una volta degli eccellenti professionisti, ben consci di quanto i fan si aspettano di ricevere da un loro concerto e perfettamente addestrati a garantirgli il pacchetto completo. Il che, sempre a scanso di equivoci, rappresenta a parere di chi scrive una qualità preziosa, non comune e certamente determinante in ordine a consentire agli spettatori di lasciarsi trasportare dalle guerresche e belluine suggestioni di cui la musica del combo svedese è permeata; la finzione artistica, del resto, per essere mantenuta postula la necessaria (ma non necessariamente consapevole) collaborazione di entrambe le parti interessate. Alla prova dei fatti ciò che conta è che, ancora una volta, gli Amon Amarth abbiano offerto un grande spettacolo, come del resto era lecito attendersi. Insomma, nel bene e nel male una garanzia.

 

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Seconda serata all'insegna del death metal nel giro di 40 giorni all'Alpheus di Roma; secondo mini-festival, perchè così si potrebbe chiamare data la mole di band che hanno calcato questo palco sia nella passata data di supporto ai Cannibal Corpse, sia per questa tappa del Those Whom The Gods Detest Tour dei Nile.

I "faraoni" della South Carolina, considerati a ragione come una delle tre-quattro migliori band, se non proprio la migliore attualmente, dell'intero panorama death e brutal death, hanno chiuso un'altra serata divertente all'insegna dei suoni più duri e delle tematiche catacombali e sarcofagali di gruppi che, a dispetto di un pubblico non eccessivamente numeroso come in altre occasioni, hanno davvero onorato la scena e l'entusiasmo di tutti i fortunati presenti.

Clima insomma ad alto tasso di carica positiva, spirito di condivisione e disponibilità di tutti i musicisti, che non era difficile vedere divertirsi tra il pubblico ed incitare i compagni di tour, ad ulteriore dimostrazione che il genere death, pur mietendo sempre più numerosi proseliti, rimane ancora genere di nicchia refrattario a qualsiasi compromesso o atteggiamento sprezzante.

Band danese che può vantare ben 16 anni di carriera, ai Corpus Mortale tocca l'ingrato compito di aprire le danze quando l'orologio segna appena le 19.30 e poche decine di appassionati sono presenti ad accoglierli davanti alle transenne.
Nonostante un suono non proprio perfetto, soprattutto a scapito del cantato gutturale di Martin Rosendahl, la band sciorina 6 brani del proprio brutal death con venature scandinave, dimostrando di non soffrire il ruolo e cercando costantemente l'interazione col pubblico che, alla fine, risulterà coinvolto nonostante tutto e molto favorevole all'headbanging, un esercizio questo, che servirà da riscaldamento quanto mai importante per il prosieguo della manifestazione.
La musica del quartetto non è niente di eccezionale o di particolarmente nuovo, ma i pezzi eseguiti, tra cui spiccano Postmortem Rape, Shallow Graves ed un'infuocata Mass Funeral Pyre tratta dal secondo full-lenght del 2003, vengono proposti con la necessaria determinazione ed onestà sul palco e suscitano se non altro la simpatia dell'audience.



       
       
       
       

   

 

 

Come degli alieni in un film di Antonioni salgono sul palco gli Ulcerate, una delle band rivelazione dell'ultimo 2009 in campo brutal death (almeno a mio modesto parere). I Neo-Zelandesi di Auckland, freschi autori dello spettacolare Everything is Fire, rappresentano il nuovo che avanza nel genere e se ne accorge presto il pubblico, ancora esiguo, che resta a dir poco spiazzato dalla proposta dei quattro (alcuni non sapevano neanche che ci fossero oltre a chi fossero).
La loro musica ricca di spigolature estreme, dai continui e repentini cambi di tempo, rallentamenti ai limiti dello sludge, arpeggi falsamente tranquillizzanti e sfuriate di rabbia recondita non manca di rapire gli ascoltatori più attenti, che si sono lasciati coinvolgere dal turbinio sonoro del gruppo.
Lo show degli Ulcerate scorre senza intoppi, con solo 4 pezzi in setlist, a causa della loro durata che si aggira mediamente intorno ai 5 minuti. I suoni sono incredibilmente buoni ed i musicisti hanno energia da vendere per scatenarsi come tarantolati e tecnica a sufficienza per non sbagliare quasi niente delle loro difficili partiture. Forse l'unico appunto che gli si potrebbe fare è un'interazione mai esplicitamente ricercata con un'audience che invece si è dimostrata e si dimostrerà ancora molto propensa a farsi coinvolgere nello spettacolo. Questa mancanza, unita all'innegabile non facile digeribilità della loro musica è forse il motivo per il quale gli applausi per loro siano un po' freddini anche dopo un brano di chiusura ottimo come la mastodontica (in tutti i sensi!) Everything is Fire, titletrack dell'ultimo lavoro in studio.




        
        
        
        

    
 

 

 

Dopo i giovani virgulti, spazio al buon vecchio death metal d'annata, e chi meglio degli svedesi Grave, che insieme ad Entombed e pochi altri si possono considerare veri e propri padrini del death metal europeo, poteva fare da speciale sommelier per questa occasione.
Ola Lindgren è la perfetta icona di quell'epoca fantastica, trasuda old school da tutti i pori: sale sul palco chitarra in pugno e sigaretta in bocca pronto a dar battaglia e la sua band lo asseconda in tutto e per tutto.
Le sonorità si fanno improvvisamente sporche e grezze e si ha proprio l'impressione di ascoltare il suono glaciale delle radici di questo genere. I riff goduriosamente cattivi che la coppia Lindgren/Martinsson scagliano giù dal palco ed il buon vecchio tupa tupa di Ronnie Bergerståhl hanno l'effetto di risvegliare l'eccitazione del pubblico che, per la prima volta, comincia a gremire davvero il pit.
L'affiatamento on stage, fatto di sorrisetti d'intesa e plastiche pose del caso, si unisce al compiacimento per la risposta ad ogni incitamento: fioccano i pugni al cielo ed i cori all'unisono al ritmo di classici senza tempo come Christi(ns)anity o Obscure Infinity, ma anche di brani relativamente più recenti come la divertente Bloodpath, tratta dall'ultimo album Dominion VIII.
E' impagabile per chiunque abbia amato questa musica vedere la smorfia di soddisfazione del biondocrinito leader dei Grave mentre si accende l'ennesima sigaretta sul palco, e si fà appena in tempo a riflettere su quanto sia in forma la sua band ancora oggi dopo 21 anni di vita, quando un triplice annuncio da crescente climax emotivo lancia il riff iniziale del cavallo di battaglia Into the Grave che chiuderà degnamente un'esibizione importante, senza dubbio tra le migliori della serata.



        
        
        
        

    

 

 

I Krisiun su un palco sembrano esserci nati. La band brasiliana si è fatta letteralmente le ossa per 20 anni sulle assi di tutto il mondo e, a giudicare dall'attesa creata anche all'Alpheus e dall'accoglienza loro tributata fin da quando appaiono appena fuori dalla scaletta, questo i fan lo hanno capito bene e lo apprezzano altrettanto.
I loro lavori in studio non hanno mai sprizzato enorme varietà creativa, ma sul palco anche stasera i tre fratelli Kolesne hanno insegnato l'arte tutta popolare di agitare un'audience. I tre sono assolutamente dei personaggi alla mano, diretti e sicuramente sinceri negli atteggiamenti, e dotati di una buona dose di simpatia che non guasta, anche a giudicare dal fatto che sia Lindgren dei Grave che, successivamente, Dallas Toler-Wade, abbiano sfoggiato una loro T-shirt durante tutta la serata.
Paladini della brutalità assoluta e più fiera, snocciolano senza battere ciglio bazoocate come Combustion Inferno, Vicious Wrath, Sentenced Morning, Minotaur, Bloodcraft, persino una Vengeance's Revelation d'annata, e tra una presentazione ad effetto e l'altra, condita da qualche "colorita" esternazione in Italiano molto gradita dai presenti, sfoggiano la loro innegabile tecnica che però, per me, resta ancora troppo asservita alla velocità ed all'impatto. E' un piacere vedere un mostro di resistenza e rapidità dietro le pelli come Max, uno dei migliori nello specifico, ma la sensazione che ho e che ho sempre avuto è che la musica dei Krisiun sia fantastica musica da pogo e da sfogo, ma poco di più.
La risposta calorosissima dei presenti dimostra però che l'onestà e l'abnegazione con cui i brasiliani portano avanti da sempre la loro carriera, ed anche l'ottimo concerto di questa sera, comunque paga alla grande, e di questo bisogna dargli atto.
Ferro, fuoco ed headbangin a volontà scaldano il pubblico a dovere per l'avvento degli headliner assoluti della serata.




        
        
        
        

    

 

 

Anticipati sin dal termine dello show dei Krisiun dalle musiche di stampo egizio composte dal mastermind Karl Sanders per il suo progetto solista, sono circa le 23 quando finalmente calcano il palco dell'Alpheus i Nile, una delle più importanti ed uniche death metal band dei nostri tempi.
Freschi autori dell'ottimo Those Whom The Gods Detest, ennesima prova delle loro enormi capacità compositive, che ha messo d'accordo critici e pubblico, scalando le principali classifiche di vendita, si presentano attesissimi per la seconda volta nella loro carriera nella città eterna, con una scaletta che abbraccerà l'intera loro discografia a partire dal 1998.
La formazione è quella classica degli ultimi anni con Chris Lollis al basso, George Kollias alla batteria e, naturalmente, la coppia Dallas Toler-Wade e Karl Sanders a chitarre, voci e tastiere.
Si parte subito in quarta con l'opener del nuovo album, l'anthemica Kafir, che ha il potere di scatenare subito l'inferno con il suo chorus inziale cantato a gran voce da tutto il pubblico.
La maestosità degli arrangiamenti, riproposti fedelmente anche in fase live, è tale che se si chiudessero gli occhi si faticherebbe ad immaginare che solo quattro persone riescono davvero a sprigionare una tale potenza, quella potenza che si abbatte ancor più direttamente con le successive 3 tracce, della lunghezza media di 2 minuti e mezzo, suonate in una sequenza killer: si tratta di Sacrifice Unto Sebek da Annihilation of The Wicked, Execration Text da In Their Darkened Shrines e l'inattesa Serpent Headed Mask dal primo full-lenght ufficiale Amongst the Catacombs of Nephren-Ka. Una mazzata tremenda come questa è l'occasione per vedere all'opera un mostro del calibro di Kollias. Il batterista più longevo nella storia dei Nile è davvero impressionante da vedere dal vivo, un'occasione nel quale sembra quasi una creatura a metà tra il marziale ed incessante moto delle sue gambe e lo svolazzante ma metronomico vorticare delle sue braccia; un modo di suonare che, a ragione, ha fatto suscitare in molte menti il ricordo del grande Richard Christy. Ormai George è tangibilmente parte integrante della famiglia, e il simpatico coro"George don't break your drums!" richiamato da Toler-Wade in suo onore è solo una piccola prova di ciò.


       
       
       
       

   

 

Il nome dei Nile viene scandito a gran voce quando Dallas, con uno dei suoi ghigni soddisfatti, annuncia che il pezzo successivo è il suo preferito: si tratta di Ithyphallic, possente titletrack del precedente album da cui viene tratta anche la successiva Papyrus Containing the Spell to Preserve Its Possessor Against Attacks From He Who Is in the Water, la quale viene annunciata dallo stesso Dallas scandendone lentamente il titolo parola per parola, quasi con spirito autoironico. Il brano in questione è uno dei più spossanti per il greco che, infatti, appena ultimatolo compie letteralmente un balzo giù dal palco per un crampo improvviso alla coscia destra.
Niente di grave per fortuna e quindi, tra i sorrisi sinceramente soddisfatti del buon pacioccone Karl Sanders (per la cronaca sempre più simile ad un hamburgher per la mole ormai raggiunta dal suo stomaco), si torna su Those Whom The Gods Detest con una delle tracce migliori a mio parere, 4th Arra of Dagon, altra epica occasione per il coinvolgimento di tutta la sala che urla a gran voce "ARRA ARRA ARRA, DAGON DAGON DAGON", facendo godere non poco il buon Karl.
Ma è al momento di Sarcophagus, preceduta in scaletta da Permitting The Noble Dead to Descend to The Underworld, che il biondo chitarrista incassa la maggior dose di gratificazione da parte di tutti quelli che hanno intonato in coro ogni nota del main riff suscitando ulteriori ammiccamenti e gesti di ringraziamento da parte sua nei confronti delle prime file.
Lashed to The Slave Stick e Cast Down The Heretic filano via senza errori con le tre asce che si incrociano di frequente sul palco durante gli assoli e con Sanders e Toler-Wade che continuano ad infiammare l'entusiasmo generale con ampi gesti delle mani.
In chiusura, dopo le presentazioni di rito, l'immancabile e richiestissima Black Seeds of Vengeance fà terra bruciata di una serata che poteva non avere mai fine tanta era la carica diffusa nell'aria, ed invece finisce con la naturalezza di un Karl Sanders che, senza nemmeno rientrare nel backstage, si siede sul palco e si ferma a firmare autografi e fare foto con i fan.
L'esibizione dei Nile è durata poco più di un'ora, ma è stata un'esibizione massiccia e tirata ed ha visto sciorinare, da un gruppo in forma smagliante, una setlist di pezzi tra i più veloci e diretti della loro discografia, eseguiti in una maniera talmente perfetta da sembrare anche troppo simili alle rispettive versioni in studio. Sicuramente si può essere sentita la mancanza di capolavori come Unas Slayer of The Gods o anche della stessa Those Whom The Gods Detest, ma se si va a vedere il contesto dell'evento con sguardo oggettivo si può apprezzare sicuramente un'idea, quella di un carrozzone death metal come questo, che ha avuto il pregio di far conoscere sfaccettature sufficientemente varie di un genere a torto considerato da molti come monotono e senza idee nuove, ed i Nile sono sicuramente i degni alfieri per un'iniziativa come questa.

Setlist Nile
Kafir
Sacrifice Unto Sebek
Execration Text
Serpent Headed Mask
Ithyphallic
Papyrus Containing the Spell to Preserve Its Possessor Against Attacks From He Who Is in the Water
4th Arra of Dagon
Permitting The Noble Dead to Descend to The Underworld
Sarcophagus
Lashed to The Slave Stick
Cast Down The Heretic
Black Seeds of Vengeance

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Foto e live report a cura di Stefano Vianello.

Serata all’insegna del power metal melodico quella dello scorso 25 novembre che ha visto i finlandesi Sonata Arctica con il valido aiuto di Winterborn e Delain intrattenere i suoi fans accorsi al PalaSharp di Milano per godere di una serata di buona musica. Puntuale come un orologio svizzero, lo spettacolo inizia alle 19 precise, sorprendendo coloro che sono bloccati nella lunga coda del guardaroba che ha appena aperto; la scelta della location, ovvero il suo cambio (il concerto era inizialmente previsto all'Alcatraz), si rivela azzeccata per ospitare un evento di questa importanza, sebbene il locale venga riempito solo a metà.

WINTERBORN


A scaldare per primi la folla di questa fredda e umida giornata milanese ci pensano gli ottimi Winterborn: la band finlandese è in gran forma e, nonostante un audio ancora non perfetto, esalta la folla con il suo power metal veloce e melodico. Purtroppo il tempo a disposizione e solamente di trenta minuti e in un attimo la band lascia la scena, esaltando però la folla che li invoca a gran voce e viene ripagata dal gruppo con un lancio dal palco di una manciata di cd del loro ultimo lavoro in studio.

DELAIN

Un quarto d’ora per sistemare gli strumenti ed ecco arrivare sul palco gli olandesi Delain capitanati dalla carismatica Charlotte Wessels. Il gruppo inizia subito nel migliore dei modi la sua performance, ma un problema tecnico all’impianto audio rovina il secondo brano Stay Forever, estratto dall’ultima fatica in studio April Rain. Nonostante tutto, la band non si perde d’animo e continua il proprio live nel migliore dei modi: le canzoni scorrono una dopo l’altra, The Gathering, Virtue and Vice, Control The Storm, tutte eseguite in maniera impeccabile. Chiudono la serata con Nothing Left altro brano estratto dall’ultimo album. La band è veramente in forma e l’affascinante Charlotte sembra non essere mai affaticata. Purtroppo però anche qui l’audio non è perfetto, gli strumenti hanno un volume decisamente più alto rispetto alla voce, che in quel poco che si riesce a capire non fa mai errori. Lasciano il palco con la folla sempre più in delirio per l’attesa della band headliner della serata.

SONATA ARCTICA

Dopo poco più di mezzora si abbassano le luci e parte in sottofondo l’intro del nuovo disco, Everything Fades to Gray e la folla entra in delirio. I componenti dei Sonata Arctica entrano uno alla volta sul palco e inizia lo spettacolo. Uno dopo l’altro scorrono brani estratti più o meno da tutta la discografia (viene stranamente lasciato fuori Winterheart's Guild): la canzoni estratte da The Days of Grays  dal vivo rendono piuttosto bene, anche se la mancanza delle orchestrazioni pompose presenti sul disco si sente parecchio, specialmente su The Last Amazing Grays in cui il vuoto lasciato è piuttosto evidente. Al momento di proporre Fullmoon, parte un siparietto abbastanza divertente in cui Tony Kakko invece delle solite parole improvvisa un improbabile jodler che porta addirittura il tastierista a sbagliare l’intro di pianoforte, scatenando le risate di tutta la platea. Finalmente la canzone inizia, ma è lampante quanto il singer sia in difficoltà con le tonalità piuttosto alte del brano: la soluzione è far cantare il pubblico per buona parte della durata e lo stesso accadrà durante l’esecuzione di 8th Commandment.
Le voci che davano Kakko per influenzato o comunque con problemi alle corde vocali vengono dunque confermate da questi evidenti cali. Piccola perla che ci regalano i nostri è Last Drop Falls proposta in un duetto con Charlotte dei Delain, che a causa di o problemi tecnici al microfono, o proprio per la voce che manca a Tony, verrà eseguita interamente dalla singer olandese. Dopo una breve pausa, il carismatico, nonché affaticato, Kakko propone una discutibile We Will Rock You cantata insieme al pubblico, per poi partire con le ultime canzoni che vanno a comporre la scaletta di questa serata all’insegna del power metal, In Black And White e Don’t Say a Word.
Fuori dalla setlist rimangono inspiegabilmente brani che hanno fatto la storia della band quali Black Sheep, The Cage o My Land, i quali grazie alla velocità e alla potenza avrebbero fatto la felicità di molti fans, delusi dai troppi mid-tempo.
In totale i Sonata Arctica calcano il palco per circa un’ora e dieci minuti: una performance breve dovuta sicuramente ai problemi di salute sopra citati e decisamente sottotono per il gruppo finlandese che ci aveva abituati a prestazioni live di ben altra caratura.

Setlist:
1. Everything Fades To Gray (intro)
2. Flag In The Ground
3. Paid In Full
4. Caleb
5. The Last Amazing Grays
6. As If The World Wasn’t Ending
7. Fullmoon
8. Last Drop Falls
9. Juliet
10. Solo di tastiera + solo di chitarra
11. Replica
12. 8th Commandment
13. We Will Rock You (cantata con il pubblico)
14. In Black And White
15. Don’t Say a Word
16. Vodka Song / Everything Fades To Gray

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Serata di tenebre musicali quella annunciata a Dublino col ritorno, atteso dai più grim, di quel gruppo "culto" che sono gli Absu. Doveva essere quindi una celebrazione per la musica più oscura del panorama metal, ma come vedremo a breve la parola "fallimentare" non è stata purtroppo lontana dall'essere la perfetta descrizione per questa serata.

Partiamo col dire che la serata è letteralmente underground: il concerto si svolge infatti nella "sala 2" dell'ottimo Academy, dove solo un paio di settimane prima hanno suonato Amon Amarth ed Entombed; peccato che questa fantomatica seconda sala sia in realtà lo scantinato del locale, che nel concerto precedente fungeva da guardaroba. Atmosfera più che intima quindi, con palco di 5 centrimetri e artisti letteralmente in mezzo alla gente.

 



Detto che a causa degli immancabili ritardi (e dell'inizio assurdo dei concerti, che a Dublino sono capaci di partire alle 18) ci si perde il primo gruppo spalla, gli Zoroaster, descriviamo da subito la performance dei Razor Of Occam, black/thrasher targati Metal Blade. Arrivando addirittura dal'Australia e avendo due membri su quattro provenienti direttamente dai ben noti Deströyer 666, ci si aspettava un concerto degno di nota nonostante la bassa posizione in scaletta; ebbene no, i Razor deludono quasi completamente.
Se infatti il suono selvaggio e grezzo è quanto ci si può ampiamente aspettare da un gruppo come il loro, il termine più giusto per lo spettacolo di questa sera è "approssimazione": troppe sbavature anche di peso nei pezzi eseguiti, che si confondono spesso in un pastone indefinito. La band non sembra a dire il vero nemmeno troppo convinta, tanto che sul palco saliranno a più riprese un paio di ragazzi completamente ubriachi - probabilmente dei roadie - col consenso dei Razor, ad "eseguire" le vocals sui vari brani. Vi lascio immaginare il risultato.

 

 



Si sale abbastanza di livello con i Pantheon I, che con le ultime uscite hanno dimostrato di sapere davvero come manipolare la materia black norvegese  di stampo Emperor, in primis. Anche qui, forse per la non enorme affluenza o per l'accoglienza per forza di cose tiepida riservata al gruppo precedente, assistiamo a facce non esattamente cariche eed esaltate: il piccolo cantante Andrè Kvebek, noto a chi segue i 1349 da tempo, sfoggia sul torso nudo un panorama di tatuaggi un attimo incoerente, con un enorme crocifisso rovesciato sulla schiena ad appaiare i simboli di Transformers e Decepticon su ciascun avambraccio. Il Male si esprime anche così.
Il gruppo ci sa evidentemente fare, ad ogni modo, e dopo pochi pezzi risulta chiara la differenza con chi li ha preceduti: suoni decenti - ma la violoncellista Julianne Kostøl si riduce a pura presenza scenica - e pezzi compatti caratterizzano la loro esibizione. Si perdono purtroppo gran parte delle melodie che compongono il loro black metal - il pastone sonoro non fa sconti - ma il pubblico li acclama e risponde alle invocazioni della band con calore. Tra una batteria che copre quasi ogni suono e gli appplauditissimi brani del loro ultimo Worlds I Create, lo show scivola via velocemente, in attesa dei texani che chiuderanno la serata.

 

 



E sono proprio gli Absu a destare le maggiori curiosità: gruppo che abbiamo già definito di culto, su di loro aleggia un velo di mistero che li accompagna sin dalle origini. Con la formazione originaria ridotta ormai al solo, storico Proscriptor (l'altro fondatore, Equitant, ha lasciato il "mythological occult metal" nel 2002) e un terzetto di musicisti arrivati solo negli ultimi due anni ad accompagnarlo, gli americani rappresentano oggi, anche dopo il ritorno discografico, un punto interrogativo per gli amanti del black metal. Sicuramente lo show che stiamo per descrivere non potrà essere usato come standard per giudicarne la condizione di salute.
Prima di tutto, banali e quasi ridicoli problemi tecnici ne minano l'esibizione: in particolare, il gruppo trascorre i primi 3/4 pezzi a cercare, negli intervalli tra i brani, di recuperare un giunto della batteria andato perso e che impedisce a Proscriptor di innestare parte dei piatti sul proprio drumkit. Non la situazione ideale, sia per evidenti limiti tecnici che per la mancanza di concentrazione correlata.
Poi, la freddezza. Sarebbe comprensibilissimo, anzi, quasi indispensabile per un gruppo black il gelo sul palco, a creare la dovuta atmosfera; ma bisogna essere capaci di crearlo. Il frontman Paul "Ezezu" Williamson, a dispetto di uno sguardo effettivamente inquietante, sembra impagliato e quasi assente, come se fosse disinteressato al concerto in sé e occupato esclusivamente ad eseguire le proprie parti. Se la cava molto meglio la coppia di chitarristi e lo stesso Proscriptor ci mette molto del suo, cantando come noto diverse parti, ma chiaramente non basta.

Il concerto si snoda quindi abbastanza lentamente tra la continua richiesta, da parte del pubblico, di brani tratti dai due dischi più noti del gruppo: The Sun of Tiphareth e The Third Storm of Cythraul, che vengono chiaramente saccheggiati dal gruppo. La risposta è di nuovo calorosa, ma permane la condizione di sostanziale immobilismo che caratterizza l'intero show. Proscriptor aizza gli animi invocando un paio di brani da Tara, che come si saprà è dedicato all'omonimo e affascinante complesso di sepolcri a pochi chilometri dalla capitale irlandese, ma il disco in sé non è mai stato uno dei pezzi forti della loro discografia, obiettivamente. Il thrash si sente fin troppo in quella che doveva essere una serata principalmente black metal, e la scontatezza di qualche riff lascia abbastanza indifferenti anche i più dediti alla musica degli Absu. L'evidente malumore dei musicisti fa il resto, pur con indubbi tentativi di salvare il salvabile.

Si chiude quindi male il tour europeo degli Absu: una serata quasi completamente da dimenticare o quantomeno con poco da ricordare, che non fa certo onore a un gruppo con con quasi 20 anni di storia sul groppone. Meglio fare qualche ritocco significativo prima di rimettersi in gioco.

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Parole di Alessandro Di Clemente

Nella stessa sera in cui, in un'altra location capitolina, si esibivano i leggendari Yes, nel famoso club dark/metal/rock romano, il Black Out, nei suoi locali rinnovati, più capienti e più accoglienti, siti in via Casilina, avveniva la calda, viziosa e sudatissima performance degli svedesi Hardcore Superstar.
Il pubblico romano, pur non numeroso, ha partecipato con fervore, cantando ritornelli e refrain a squarciagola, ballando e pogando al ritmo dei brani più famosi dei nostri.

Ad aprire le danze è toccato ai connazionali Avatar, giovane band scandinava, autrice di tre albums di death metal e hard rock robusto, diretto e potente.  Purtroppo i nostri sono stati penalizzati da una cattiva acustica, ma hanno dimostrato che il tempo passato su palchi di mezza Europa non è stato vano ed essendo ancora piuttosto giovani non sarebbe sorprendente se nel futuro ci stupissero con devastanti live shows.

La performance degli Hardcore Superstar è iniziata, come d'uopo, con l'intro dell'ultimo album appena uscito e del quale questo tour è a supporto, che risponde al nome di Beg For It.
Il brano in questione, dal titolo "This Worm's For Ennio", è un evidente omaggio ad Ennio Morricone e alle sue colonne sonore.
A seguire la band di Jocke e soci ha sciorinato la titletrack "Beg For It" e "Into Debauchery", due bombe di energia e melodia che hanno infuocato lo stage ed il pit. Il pubblico ha risposto alla grande ed il concerto è proseguito all'insegna dell'energia e del divertimento.
Tra i vari brani proposti sono da annoverare "Shades Of Gray", forse la song più entusiasmante di quest'ultimo album, "Medicate Me" da Dreamin In A Casket e poi "Kick On The Upperclass" da Hardcore Superstar.
La band non ha fatto prigionieri, un concerto perfetto, forse non dal punto di vista tecnico, qualche imperfezione nell'esecuzione c'è stata, di certo non è quello che si chiede ad un gruppo come gli Hardcore Superstar: l'esecuzione esemplare.
Invece i nostri hanno riversato sul pubblico romano tanto calore sleaze, tanta energia e tanto pathos, anche quando, all'inzio solo chitarra e voce e poi tutta la band al completo, hanno intonato un medley romantico "Shame/Standing On A Verge" da brividi.

E poi il finale: "We Don't Celebrate Sundays", il loro inno ed il loro capolavoro, a mio modesto parere, una chiusura degna di un concerto memorabile che ha visto quello svalvolato di Adde cedere le bacchette ad un roadie, durante un brano dei bis, per aggirarsi sul palco con una bottiglietta di acqua innaffiando la platea e facendo innamorare metà dei/delle presenti (un vero rocker!).

Posso dire di aver assistito e partecipato davvero ad un bell'evento, come pochi ultimamente, con una vera hard rock band, nel suo genere, probabilmente, attualmente quella più in forma, molto amata in Italia (giustamente e meritatamente).

Spero che vengano organizzati più spesso concerti di questo tipo, anche se, purtroppo, l'hardrock (sotto forma di street, glam, sleaze) in generale (a parte i soliti nomi noti: Motley Crue e Sebastian Bach su tutti) viene spesso snobbato nel nostro paese... e non va bene!!!

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MADE IN HELL FEST

Sabato 7 novembre 2009, Stagno (Livorno) c/o Elvis Fan Club

Report a cura di Marco “Mark One” Gulino

Foto di Umberto Mino.


Giornata quasi completamente all'insegna del metal italiano (fortemente voluta e organizzata da Tiziano, il cantante degli Etrusgrave), che ha visto alternarsi vecchie e nuove leve nostrane oltre che a benedire un evento a suo modo storico, ossia la riappacificazione tra i Dark Quarterer ed il loro primo storico chitarrista, Fulberto Serena.

Aprono i piombinesi Darking (a breve ci sarà anche il loro esordio discografico), formatisi nel 2005 (ma il chitarrista Agostino Carpo fu tra i fondatori dei Domine negli anni ‘80), il loro classico Heavy/Power trova subito consensi tra i convenuti (a fine serata si conteranno circa 150 presenti). Spicca la buona prova del singer Mirko Miliani su tutti i brani (in particolare su My Name Is No One), da migliorare invece la presenza scenica risultata troppo statica, ma avendo suonato raramente dal vivo è comprensibile, comunque promossi!

Seguono gli Axevyper, al loro debutto live (anche se alcuni componenti già militavano altrove, Assedium in primis), fedeli al dogma epic anni ’80 sciorinano un discreto show (suoni un po’ troppo impastati) ma di grande presa. Sotto il palco si forma una piccola bolgia al suono di Revenge of the Death Rider e Stigyan Maiden (quest'ultima cantata in italiano, così come Non è Finita Qui). La scelta del nostro idioma potrebbe rivelarsi vincente per il futuro, la resa dei pezzi è stata più che buona. In chiusura un omaggio alla Strana Officina (dopotutto si era a casa loro!) con Viaggio In Inghilterra, peccato solo che il Bud sia arrivato mezz'ora dopo...

Eccoci all'unica presenza straniera, i Darkest Era (giovanissimi, con un solo mini-Cd all'attivo), ma già piuttosto rodati live, con presenze a vari festival stranieri come l'Up the Hammers in Grecia ed il Fist Held High in Germania), fautori di un sound dalle svariate influenze (celtiche, viking e Nwhobhm). Pur non conoscendone i pezzi devo dire che hanno bene impressionato per esecuzione ed attitudine, senz'altro è una band da approfondire per bene.

Saltati gli annunciati Nasty Tendency all'ultimo momento vengono sostituiti dai veterani Frozen Tears. Devo confessare che non mi hanno mai entusiasmato (visti più volte dal vivo in vari festival), suonano bene ma i loro pezzi scivolano via senza lasciare il segno (e come me, purtroppo, lo pensano molti dei presenti che durante il loro show preferiscono sbirciare nel banchetto dei cd o rifocillarsi). Va detto che non si fanno certo smontare, rimanendo comunque professionali.

Gli Alltheniko sono stati uno dei momenti migliori dell'intero festival: tre autentiche furie scatenate (con già due cd all'attivo), il loro speed metal ha fatto fare headbanging praticamente a tutti, Thunder and Steel e Feel the Power in primis, spazio poi anche alla cover di Painkiller! Alltheniko: Metal Unchained!!!

Gli Etrusgrave giocano in casa e praticamente tutti i presenti si assiepano sotto il palco, ottima prestazione (a parte qualche problema alla voce sui toni bassi causa influenza) che va a confermare lo stato di grazia della band con Fulberto Serena autentico maestro della sei corde, nei 50 minuti a loro disposizione spiccano Wax Mask, Dismal Gait, Subulones (pezzo di nuova composizione che farà parte del loro secondo cd) e quello che può essere definito il loro manifesto, ossia Angel Of Darkness.

Con i Tarchon Fist si ha l'unica nota veramente stonata della serata (non certo per colpa loro, normalmente sono un’autentica mazzata dal vivo), penalizzati da continui problemi tecnici sul palco (la voce per venti minuti buoni non si è praticamente sentita, così come una delle chitarre). Hanno fatto davvero fatica a portare a termine il loro show, comunque non si sono fatti certo abbattere, sono ripartiti ma pezzi come Bad Man Mania, Eyes of Wolf, We Are the Legion, Fighters etc. meritano circostanze migliori.

A chiudere la kermesse ci hanno pensato gli immensi Dark Quarterer (a breve uscirà anche il loro DVD live), scaletta ormai consolidata con l'esecuzione completa del loro quinto album Symbols, poi War Tears e su Retributioner la sentita dedica/tributo di Gianni Nepi a Fulberto Serena (loro storico chitarrista, dopo 20 anni è finalmente giunta la riappacificazione a chiudere un capitolo doloroso). Conclusione affidata ormai da anni (qui, lo confesso, è un po’ colpa mia, suggerii Loro di chiudere sempre così...) alla drammatica ed epica Last Song, suggello finale ad una giornata che alla fin dei conti risulta ben riuscita. Ci sarà una seconda edizione?

 


Marco “Mark One” Gulino

 

P.S. un ringraziamento speciale a Celeste e Fabrizio ed ai Tarchon Fist per il viaggio e le belle ore passate assieme sabato e domenica.

 

 

 

 

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Il ritorno del Paganfest in Italia era sicuramente uno degli appuntamenti più attesi dell'anno in corso, soprattutto per chi, nella scorsa edizione, ha assistito ad una sua versione dimezzata dalle defezioni improvvise di Unleashed, Die Apokalyptischen Reiter e Blackguard avvenute a causa di un incendio sviluppatosi all'interno di uno dei tour bus, mentre in secondo luogo c'è il ritorno dei Finntroll dopo l'ultima e deludente apparizione in terra felsinea. Certo che, questa volta, già nel corso delle prime conferme ci siamo trovati di fronte alle incertezze di un billing che vedeva inizialmente, a supporto dei due headliner Finntroll ed Eluveitie, gruppi come Týr, Heidevolk e Swashbuckle, sostituiti poi da Dornenreich, Varg e Arkona. Poco male comunque, la qualità del festival non è stata minimamente intaccata e, come vedremo, le soddisfazioni non sono di certo mancante.

Angelo D'Acunto


Report a cura di Lorenzo Bacega, Roberto Cavicchi e Angelo D'Acunto
Foto a cura di Angelo D'Acunto


Arkona


Ore 19:20 circa: davanti a un esiguo pubblico raggruppatosi lungo le primissime file dell'Estragon, tocca ai russi Arkona aprire le danze di questa unica tappa italiana del Paganfest 2010. Quella messa in atto dal quartetto proveniente da Mosca è un'esibizione estremamente coinvolgente e precisa sotto ogni punto di vista, supportata in questa occasione da suoni ottimali e ben bilanciati (caso più unico che raro per un gruppo di apertura). I presenti, seppur ancora poco numerosi (ma il locale andrà riempiendosi con il proseguo della serata), dimostrano di apprezzare lo spettacolo messo in piedi dalla band caucasica, discretamente valido per quanto riguarda la presenza scenica (con in primis la bella Masha “Scream” Arhipova) ma assolutamente impeccabile dal punto di vista esecutivo. Pochi sono i minuti a disposizione per i quattro moscoviti (una mezz'oretta scarsa), per una scaletta che propone principalmente brani estratti dall'ultimo full length “Goi, Rode, Goi!”, tra i quali spiccano soprattutto l'acclamatissima title-track e una molto convincente “Yarilo”. Promossi senza riserve quindi, nella speranza di rivederli al più presto, magari con un po' più di tempo a disposizione.

Lorenzo Bacega





Varg


Se la performance degli Arkona è stata davvero di ottimo livello sotto ogni aspetto, la stessa cosa, purtroppo, non si può certo dire dei Varg. Reduci dalla recente pubblicazione di “Blutaar” (secondo full length ufficiale edito da Nuclear Blast), i lupi di Coburgo offrono in pasto ai presenti uno spettacolo tutt'altro che memorabile, pesantemente condizionato da una resa sonora in questo caso decisamente non all'altezza (soprattutto per quanto riguarda i volumi della voce e delle chitarre, male equilibrati), e penalizzato inoltre da una tenuta del palco abbastanza impacciata e assolutamente rivedibile (solamente il cantante Philipp “Freki” Seiler tenta, peraltro in maniera tutt'altro che convinta e con scarsi risultati, di scuotere dal torpore il pubblico raggruppatosi nei dintorni del palco). I pezzi della scaletta vengono estratti principalmente dall'ultimo già citato "Blutaar", come ad esempio la vivace "Viel Feind Viel Ehr" piazzata in apertura, oppure la melodica ma decisamente ripetitiva “Sieg oder Niedergang”. Lo show prosegue con il vero e proprio inno "Skål", seguito a ruota dalla più sobria e ragionata "Blutaar", fino ad arrivare alla conclusione con una tirata "Wolfszeit", che pone la parola fine a una mezz'ora di esibizione nel complesso davvero poco coinvolgente e deludente su tutta la linea.

Lorenzo Bacega





Dornenreich


Finita l’esibizione dei tedeschi Varg è il momento degli austriaci Dornenreich di intrattenere il pubblico. Il terzetto austriaco sale sul palco aprendo col brano acustico Freitanz, eseguito splendidamente, apparendo fin da subito in gran forma, e riesce sia a tenere bene il palco sia ad entusiasmare il pubblico con la propria musica, nonostante il numero esiguo di musicisti e di strumenti sul palco. I suoni favoriscono il gruppo, rimanendo sempre su ottimi livelli di nitidezza e volumi, impeccabili quanto la performance dei nostri lo è per tecnica e passione d’esecuzione.
Il concerto potrebbe essere diviso in due parti ideali: la prima dedicata all’attuale proposta dei Dornenreich, quindi un ipnotico post rock estremamente suggestivo ed ammaliante, la seconda atta ad accontentare i fan del primo periodo della band, quando proponevano un black melodico di alta qualità, che viene riproposto in maniera impeccabile nonostante l’inusuale formazione chitarra-batteria-violino, portando un po’ di sana ferocia all’interno dello show, che si trasforma in un muro di suoni compatto ed assassino. Il pubblico gradisce tutto questo, e risponde con un affetto del tutto meritato.
Un’ottima esibizione quella dei Dornenreich, che anche dal vivo si confermano come una delle realtà migliori e più originali della scena europea. Promossi a pieni voti.

Roberto Cavicchi





Eluveitie


È il momento di spostarci in Svizzera con l’esibizione degli Eluveitie. Il concerto comincia presto, dopo un sound-check molto breve, soprattutto se si considera la mole di strumenti sul palco; gli effetti purtroppo si sentono, ed il primo pezzo viene eseguito con suoni che definire indecenti sarebbe un complimento, tanto da risultare quasi irriconoscibile: gli unici strumenti che si sentono sono la batteria ed il flauto mentre tutto il resto si perde in un caotico marasma ronzante. Per fortuna i suoni vengono aggiustati già dalla seconda canzone, e con qualche alto e basso si manterranno buoni fino alla fine del concerto. Con il nuovo album appena uscito la scaletta è ovviamente occupata da più di uno dei nuovi pezzi, come “Quoth The Raven”, “Nil”, “(Do)minion”, ed una “Thousandfold” suonata molto bene. Il palco dell’Estragon è affollato fino a scoppiare dai nove musicisti e dalla foresta di strumenti folk presenti, ma gli Eluveitie dimostrano tutta la loro attitudine live riuscendo nell’impresa di non sembrare statue di cera anche in quelle condizioni. Il carismatico frontman Christian Glanzmann incita il pubblico (memorabile la sua richiesta, prontamente eseguita, verso un fan del pubblico di dare vita ad un violento circle pit davanti al palco), il quale non vede l’ora di scatenarsi nel pogo ed in balli sfrenati. I pezzi storici vengono accolti con grande calore, in particolare una “Inis Mona” da lacrime che ha esaltato quasi tutto il pubblico presente (sottoscritto compreso, lo ammetto), come anche le ottime “Slania’s song”, “Gray Sublime Archon” ed una “Omnos” veramente da brividi. Unico peccato l’esigua presenza del loro primo full, “Spirit”, relegato alla sola “AnDro”.
Nel complesso una buona esibizione, ma comunque non del tutto perfetta: d’altronde se lo scopo di un concerto è divertire il pubblico gli Eluveitie hanno colpito in pieno.

Roberto Cavicchi





Finntroll


E se gli Eluveitie, con la loro ottima esibizione, hanno ravvivato a dovere l'ambiente dell'Estragon (tenendo comunque conto delle altrettanto ottime prestazioni dei gruppi precedenti), ai Finntroll è toccato invece il compito di dare il colpo di grazia alle energie residue dei presenti. Parlavamo, in apertura, della pessima esibizione dei finlandesi avvenuta lo scorso mese di settembre in terra felsinea. Bene, dimenticatela. Quello che è salito sul palco questa volta sembrava essere un altro gruppo: ottimi prima di tutto i suoni, ma ancora meglio la prova dei singoli elementi, con un Mathias "Vreth" Lillmåns perfetto sia a livello vocale, sia per quanto riguarda la presenza scenica e, senza togliere nulla agli altri, Ruotsalainen dietro le pelli preciso e, evidentemente, sobrio al punto giusto. La band tiene quindi più che bene il palco, e il pubblico bolognese dimostra di apprezzare in pieno lo show movimentando non poco la situazione tra le prime file a colpi di pogo e dimostrando una certa partecipazione cantando i cori di tutti i pezzi. Ben bilanciata la setlist della serata, giustamente orientata verso il nuovo corso della band, con Dråp, Solsagan, Den Frusna Munnen e Under Bergets Rot a rappresentare l'ultimo Nifelvind, oppure Korpens Saga e Nedgång (da Ur Jordens Djup), senza comunque tralasciare il passato con estratti Midnattens Widunder (come Blodnatt), la stessa title-track di Jaktens Tid e l'immancabile Trollhammaren. Tutti brani suonati con una buona dose di grinta da una band veramente in stato di grazia, capace di mettere in atto uno show assolutamente energico, piacevole e, soprattutto, decisamente divertente.

Angelo D'Acunto

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