Recensione: 72 Seasons

Di Nicola Furlan - 20 Aprile 2023 - 1:18
72 Seasons
Band: Metallica
Genere: Heavy  Thrash 
Anno: 2023
Nazione:
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82

ASPETTATIVA
Aspettativa e gusto personale. Tutto dipende da queste due parole. Da una parte è pressoché impossibile sconnettersi dalla Storia che i Metallica hanno scritto nel momento in cui si mette nel lettore un loro nuovo disco di inediti. Dall’altra, possiamo o no essere d’accordo, la musica è un po’ come il whisky, piace o non piace, indipendentemente dal prezzo o dall’annata. Il valore lo diamo noi e dipende da tantissimi parametri, sia oggettivi, sia personali (entrambi insindacabili).
L’infinita discussione tra quello che è bello e quello che piace troverà nuovamente in “72 Seasons” l’ennesimo innesco di infinite discussioni tra coloro che, tra i vari, diranno: ‘Grandi, nulla di nuovo, ma sono ancora in pista!‘, ed altri che affermeranno: ‘Sono morti da “Metallica“…anzi da “Master of Puppets“‘, o: Lars è il peggior batterista della Storia del metal” (olè) e via così. Ma ciò che accomuna tutti gli amanti della scena metal, e non solo, sarà un’unica cosa: l’aspettativa. E a dirvela tutta, la mia non era altissima, ma c’era eccome!
Cosa mi avrebbe trasmesso la band con questo nuovo disco? Come avrei reagito emotivamente? Beh, onestamente pensavo ad un disco sulla scia degli ultimi due Death Magnetic e Hardwired… to Self-Destruct che, sebbene siano separati temporalmente da quasi due lustri, avevano caratteristiche simili. Erano dischi realizzati con grande mestiere, tendenzialmente eterogenei, belli squadrati e con meno slancio ed elasticità stilistica rispetto a quanto prodotto negli anni della loro prima (epocale) decade produttiva (1981-1991) e rispetto alla seconda, caratterizzata da grande instabilità, incertezza e pochezza a livello di ispirazione (dietro l’angolo aleggiava l’ombra dello scioglimento del gruppo).
Beh, la mia aspettativa è stata parzialmente disattesa.

…DAVANTI A UNA BIRRA SCAZZATA
Condivido quindi con voi il mio punto di vista. Facciamo finta di essere al bancone di un pub, bar, quello che vi pare… con qualche pinta sul bancone (pago io il primo giro). Voi mi chiedete? ‘Nik che ne pensi dell’ultimo dei Metallica?’ E io vi rispondo: ‘a mio parere, il nuovo dei the The Four Horsemen, che si sarebbe dovuto intitolato originariamente “Lux Æterna”, ma che poi a votazione è diventato “72 Seasons”‘, è il primo full-length dai tempi del cosiddetto ‘Black Album‘ a farmi nuovamente godere dei Metallica; perlomeno, come piace a me!’

Innanzitutto ho trovato un James Hetfield in forma devastante! Immenso a livello vocale, brillante nel suo riffing ritmicamente catchy e così metal e, su tutto, in grado di trasmettermi quell’energia ‘fuck ‘em all!‘ che su disco non coglievo da anni (…dal vivo per chi l’ha visto di recente, invece, è sempre un Dio!).
Secondo aspetto positivo: Kirk Hammett. I suoi soli qui non saranno epocali, ma hanno molte sfumature che mi riportano alla mente indimenticabili memorie del passato dei loro dischi di inizio carriera (come ad esempio su ‘Too Far Gone?’). Mi piacciono parecchio… Erano davvero tanti, tanti anni che non apprezzavo Hammett come su questo disco!
Terzo: i brani sono, finalmente, belli pregni di personalità. Ogni singola canzone ha un suo suono ben riconoscibile da un riffing caratteristico o, per meglio dire, ha una sua personalità musicale: c’è quella dal flavour thrash metal, quella più heavy, quella più rock, con tutte le sfumature stilistiche del caso a seguire. Nel complesso, i pezzi ascoltati uno dietro l’altro funzionano e danno corpo all’intero disco che, così esprimendo le sue caratteristiche compositive, scorre e regala quella sua oretta e un quarto di buonissima musica.
Quarto punto della lista (non per ordine di importanza): l’accoppiata Lars/Rob (batterista e bassista della band per chi non lo sapesse) carica e pompa per bene tutta la sezione ritmica e sostiene quello che è il punto forte dell’intero lavoro: l’operato alla chitarra e alla voce di James Hetfield che, ribadisco ancora una volta, da sempre, si conferma un musicista di un altro pianeta!

Se proprio dovessi azzardare un paragone mi verrebbe da dire che questa nuova uscita è una sorta di ‘Black Album‘ più leggero, il loro ‘Black Album‘ del 2023… anzi, tanto per fare un po’ gli ‘scazzati on the road‘, chiamiamolo pure  ‘Yellow Album‘ sebbene come vedremo dopo, la componente lirica, assai significativa, di luminoso come il giallo ha ben poco.
Tornando un attimo ai brani, posso anche aggiungere che ho ascoltato pezzi dal riffing fulmineo di limpida matrice thrash metal (come l’opener ’72 Seasons’) alternati ad altri incentrati su quel loro modo di suonare a mid-tempo che tanto piace al nostro buon Lars (‘Sleepwalk My Life Away’ e la parte centrale di ‘Inamorata’ su tutte). Ho goduto di canzoni più sul rock groovy come, ad esempio, ‘Crown of Barbed Wire’ e mi hanno sorpreso le idee che emergono da ‘You Must Burn!’ in cui la vena filo-southern di James trasuda attitudine da ogni poro …fino a giungere alla maestosità della già citata ‘Inamorata’ (bellissima!).
A fine ascolto del disco m’è rimasto molto, questo è sicuro. E non me l’aspettavo! Non è un disco fatto ‘tanto per fare’ ovvero per dare un segno di vitalità dopo anni di stop. È forse la prima volta, da quell’ormai lontano 1991, che la band ha nuovamente qualcosa da dire.
Questa è la mia impressione… voi che ne pensate?

I TESTI
Tutto ruota attorno all”essere umano’ in un arco temporale di settantadue stagioni e al suo rapporto con il peso della vita, dall’inizio dell’esistenza (perlomeno la presenza della culla in copertina lascia supporre che possa essere così…), al proprio passato, che lo tormenta e lo perseguita fino al rischio della spersonalizzazione (’72 Seasons’). Si tratta il tema del senso di colpa che logora, durante la notte e il giorno (‘Shadows Follow’) e che può portare anche al suicidio: un urlo soffocato, ma non senza uno slancio finale verso la salvezza (‘Screaming Suicide’). Il distacco dalla realtà è metaforizzato anche attraverso i temi, tra gli altri, del sonnambulismo configurato in un inquieto stato di sogno/veglia (‘Sleepwalk My Life Away’). L’ho immaginato come una metafora che descrive lo stato di stordimento in cui risulta difficile vivere la vita nel ‘qui e ora’.
Molto profondi anche i concetti espressi riguardo il giudizio che si dà della gente, soprattutto se si cerca di uscire dal tunnel dell’ignoranza, evolvendo il proprio pensiero. Oggigiorno, e molto frequentemente sui social, si viene virtualmente messi a morte e di conseguenza si uccide la speranza del progresso illuminato legato alla comunicazione e al confronto. Non si comprende più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato (‘You Must Burn!’). Geniale anche come è stato calato il concetto dell’essere umano strangolato dal suo stesso potere e dai suoi stessi beni materiali, che ossida il proprio spirito man mano che la materia stessa attorno a lui, che lo attanaglia, deperisce col tempo (‘Crown of Barbed Wire’).
Che i contenuti lirici si orientino sul tema dell’oscurità e sul malessere dell’animo umano in questo millennio è chiaro anche quando si affronta il concetto della mancanza di ‘luce’ per l’essere pensante, vista come assenza di una ‘lanterna’ che permetta di orientarsi lungo i sentieri della prospettiva e della speranza di un futuro migliore (‘If Darkness Had a Son’). Va citato anche il disagio che si prova su ‘Inamorata‘ dove la band ‘gioca’ con il triste, ma attualissimo detto, ‘Misery Loves Company’.
Senza dilungarsi troppo, nel complesso ho trovato i testi di “72 Seasons” molto ‘densi’ di significato, profondamente concepiti e soggetti a vari di tipi di lettura e codifica e quindi in grado di dare rilevante sostanza e gusto ai brani. (Gli spunti sopra esposti sono solo la mia personale interpretazione…).
A voi ora la parola, non prima di lasciarvi con due bellissimi passaggi che di seguito vi riporto:

Exposing all sides to see
The good and bad in me
In a mirrored room, all alone I stand
Seeing past the flesh and bone
The shame and the fear I hide
Could I show you what’s inside?
Traduzione:
(Esponendo tutti i lati per vedere
Il buono e il cattivo in me
In una stanza specchiata, tutto solo mi trovo
Vedere oltre la carne e le ossa
La vergogna e la paura che nascondo
Posso mostrarti cosa c’è dentro?)

Misery, she needs me,
but I need her more
Misery, she loves me,
but I love her more
Misery, she kills me,
but I end this war
Misery, she fills me,
Oh no, but she’s not what I’m livin’ for, oh no
Traduzione:
(Infelicità, lei ha bisogno di me,
ma ho più bisogno di lei
Infelicità, lei mi ama,
ma io la amo di più
Infelicità, lei mi uccide,
ma metto fine a questa guerra
Infelicità, lei mi riempie
Oh no, ma lei non è ciò per cui sto vivendo, oh no)

IL SUONO
Altro pregio? La produzione! Vabbè, magari potrebbe essere considerata una banalità spendere qualche parola in tal senso ovvero quando si parla di band con budget impensabili e sconfinati da investire sul suono (e nel caso in esame, con venti mesi di tempo da poterci dedicare…), ma dopo il trauma subito con il primo ascolto di “St. Anger” vent’anni orsono (tanto per sparare sulla Croce Rossa…), non sai mai cosa aspettarti dal quartetto californiano. Fortuna vuole che, non solo non si sono fatti venire strane idee legate all’impulsivo desiderio di replicare i suoni di quando suonavano le pentole di casa da bambini, ma hanno anche azzeccato il perfetto settaggio per brani che alla fine suonano puliti, potenti e brillanti, pur conservando la genuinità del rock/metal sound che li anima.

CONCLUSIONI
In definitiva ho trovato “72 Seasons” un disco composto spontaneamente, importante sotto il profilo lirico e godibile, perché suona decisamente ‘Metallica’!
Faccio una scommessa con me stesso: scommetto che durante la composizione dei brani, sia avvenuta quest’ultima via webcam o in sala prove, la band si è divertita come da tempo non accadeva, un po’ come faceva molti anni fa. Un divertimento privo del booster alimentato da alcool e rabbia che ha proiettato il thrash metal a livelli cosmici in passato, ma oggigiorno portato avanti con la dovuta saggezza legata all’età …e con i giusti ritmi che, al lato pratico, hanno dato vita ad un disco che alza nuovamente il tono generale della loro discografia e compete alla grande nel panorama delle produzioni musicali più attuali.

Considerato il tutto, la mia aspettativa è stata ampiamente soddisfatta!
E la vostra?

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