Recensione: Al Qassam

Di Elisa Tonini - 8 Giugno 2020 - 8:00
Al Qassam
Band: Aeternam
Etichetta:
Genere: Folk - Viking 
Anno:2020
Nazione:
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82

I multicolori retaggi nord africani e mediorientali si uniscono a volte nel metal, suggestioni che possono arrivare anche dall’Occidente, grazie all’apporto di musicisti indigeni. E’ il caso degli Acyl, Arkan e dei presenti Aeternam, guidati dal marocchino Achraf Loudiy. L’oriental metal band canadese dopo essere partita dall’acerbo “Disciple of the Unseen“(2010), aver attraversato lo schietto “Moongod”(2012) e le diversità multietniche di “Ruins of the Empires”(2017) giunge quest’anno ad “Al Qassam”, il quarto album.

Nella nuova opera ci aggiriamo essenzialmente vicino a “Moongood”, ovvero maestose e granitiche impalcature di stampo death metal melodico, istintività black metal, cori inneggianti ed epicità a tratti power. Tutto ciò si lega ad incandescenti scale nordafricane e mediorientali che sfumano volentieri in orchestrazioni e strumenti etnici assortiti, a volte ricreati anche da numerosi ospiti.
Ciò che salta all’orecchio rispetto alle uscite precedenti è l’abbondante uso delle percussioni e dell’aspetto tribale, in grado di donare ulteriore diversità e compattezza. Questi elementi sembrano poi avere il compito – insieme al comparto acustico – di rischiarare un’aura dalla tendenza oscura, a volte mefistofelica e stregonesca.
A tal proposito la title-track (trad. arabo “il giuramento”) che presenta testi in arabo, è il pezzo che più di tutti manifesta un soffio magico. Ispirato da un vecchio grimoire di alchimia chiamato “Shams Al-Ma’Arif”, esso include l’invocazione di “Murrah Al-Abyad Abu Al-Harith”, perfettamente integrata in uno dei contesti più estremi ed affascinanti dell’opera.

Alquanto ipnotica è la maestosa “Ithyphallic Spirits of Procreation”, brano in cui il culto di Min, dio egizio della fertilità, si accompagna ad incantevoli ed intricate atmosfere terraneamente sensuali.
Eleganti arie minacciose unite a cori in latino rimarcano invece l’apocalittica sacralità di”Poena Universi”, splendida nella sua terremotante veemenza. Il pezzo più estremo è però ‘Ascension’, brano influenzato da un rito kabala. La grandissima tensione spirituale segue a più livelli una struttura di per sè alquanto diretta, sensazione accentuata da serratissime sfuriate dall’aria black.

A suo modo immediata anche “The Bringer of Rain”, canzone resa comunque dinamica grazie a virtuosi riff di chitarra. Le ritmiche schiacciasassi si coniugano ottimamente ad un’eroicità candida, vicina al prog/power dei Kamelot.
In questo senso “Lunar Ceremony” è la traccia che -pur mantenendo un tosto spirito death melodico- possiede più punti di contatto con l’ex band di Roy Khan, sensazione accentuata dal canto eseguito interamente in pulito. Un pezzo davvero aggrazziato nelle melodie e nelle linee vocali che nell’apparente semplicità paiono evocare un’innocenza idealistica. Questo lo si può percepire particolarmente nell’eterea e splendente purezza di “Palmyra Scriptures”, la “ballad” del disco. Per certi versi simile a “Iram Of The Pillars” di “Moongod”, il brano ispirato a Septimia Zenobia (sovrana del terzo secolo del Regno di Palmira in Siria) ammalia per l’emozionante dialogare tra le voci pulite di Loudiy e dell’ospite Kobi Farhi (Orphaned Land).

“Hanan Pacha” e -soprattutto- “Celestial Plains” denotano invece la complessità di fondo dei Nostri, portando l’ascoltatore oltre il Medio Oriente ed il Nord Africa senza però mai lasciarli del tutto (similmente a”Ruins of the Empires”).
“Hanan Pacha” (“Mondo Celeste” in lingua quechua) ispirata a Viracocha divinità nella mitologia Inca, sfoggia in un contesto esplosivo ed implacabile, brevi passaggi di percussioni e linee di flauto dall’aria sudamericana. In “Celestial Plains”, pezzo ispirato a Susanoo dio shinto dei temporali, le suggestioni estremo-orientali si coniugano poeticamente a ritmiche più distese ma colme di una reattività sorprendente.

Con “Al Qassam” gli Aeternam propongono un’album più che ottimo grazie alla maggiore cura nel songwriting e nella scelta degli arrangiamenti. Il tutto è valorizzato dall’eccellente produzione, che tra l’altro mette in evidenza la ricchezza dei dettagli ed una prestazione generale ancora più convinta e sicura. Accostabili agli Orphaned Land per varietà compositiva, i canadesi si difendono egregiamente grazie ad un carattere di tutto rispetto. Ben fatto.

Elisa “SoulMysteries” Tonini

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