Recensione: Deconstruction

Di Lorenzo Bacega - 11 Luglio 2011 - 0:00
Deconstruction
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Genere:
Anno:2011
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90

Non si può certo dire che Devin Townsend sia uno che passi inosservato, uno di quei musicisti che si confondono nella massa e la cui proposta musicale è destinata a scivolare nel dimenticatoio senza lasciare alcuna traccia. Per motivi di spazio eviteremo di dilungarci eccessivamente sulla carriera del soggetto in questione, troppe sarebbero le cose da dire, francamente impossibili da riassumere in appena una manciata di righe: a beneficio di chi ha passato l’ultima quindicina di anni lontano dal pianeta Terra e, di conseguenza, non ha mai sentito parlare di questo oscuro personaggio perennemente in bilico lungo quel sottile confine che separa genialità e follia, ci limiteremo quindi a dire che Hevy Devy è con ogni probabilità uno degli artisti più poliedrici di tutta la scena metal attuale e che nel corso degli anni si è distinto per una produzione oltremodo varia, incredibilmente valida sotto il profilo qualitativo e in costante evoluzione release dopo release. A ciò si aggiunga inoltre una produttività che ha dell’incredibile, specialmente se si pensa che dal 1993 ad oggi il buon Devin ha dato alle stampe qualcosa come diciotto full length – includendo nel computo anche i lavori pubblicati con gli Strapping Young Lad – e che le sue due ultime testimonianze in studio –  vale a dire, nell’ordine, Ki e Addicted, prime due parti di una quadrilogia edita sotto monicker Devin Townsend Project – hanno visto entrambe la luce nel corso del 2009, a nemmeno sei mesi di distanza l’una dall’altra.

A quasi un anno e mezzo di distanza dal precedente Addicted, vede ora la luce la terza parte della suddetta quadrilogia dal titolo Deconstruction, un lavoro che con ogni probabilità può essere considerato come il più folle, il più ambizioso e il più complesso mai pubblicato (almeno fino ad ora) da Devin Townsend. Arrivato sugli scaffali dei negozi sul finire di giugno 2011 in assoluta contemporaneità con il decisamente meno roboante Ghost – quarto e ultimo capitolo della saga, orientato su sonorità più prettamente ambient/elettroniche e con inoltre qualche venatura di stampo progressive – questo nuovo full length presenta un sound oltremodo articolato e stratificato, nel quale molti degli elementi che nel corso degli anni hanno caratterizzato la produzione (solistica e non) del buon Hevy Devy – dalle sfuriate in chiaro stile Strapping Young Lad alle melodie tanto care ad Addicted, passando per un concept demenziale tipo Ziltoid e vari inserti alla Ki – vengono combinati tra di loro in modo da dare origine a un qualcosa di completamente nuovo e originale, pur mantenendo allo stesso tempo un’impronta estremamente personale. Anche solo a leggere la lista dei musicisti che ha preso parte alle registrazioni del disco c’è di che rimanere a bocca aperta: oltre a Devin Townsend (voce, chitarra, basso, tastiere, campionamenti), al fidato compagno d’avventura Ryan Van Poederooyen (batteria) e alla new entry Dirk Verbeuren (batteria) troviamo infatti un grandissimo numero di ospiti speciali, tra i quali possiamo annoverare Fredrik Thordendal (Meshuggah) alla chitarra e Paul Kuhr (Novembers Doom), Mikael Åkerfeldt (Opeth, Bloodbath), Ihsahn (ex-Emperor), Tommy Giles Rogers (Between the Buried and Me), Joe Duplantier (Gojira), Paul Masvidal (ex-Death, Cynic), Greg Puciato (The Dillinger Escape Plan), Floor Jansen (ex-After Forever, ReVamp) e Oderus Urungus (Gwar) alla voce.

Composto da nove tracce (per un minutaggio complessivo che si attesta intorno ai settanta primi di durata), questo Deconstruction mette in bella mostra un songwriting di altissimo livello, ampiamente ispirato e senza il benché minimo calo per tutta la durata della tracklist. Un lavoro che ci propone una serie di composizioni estremamente curate a livello di arrangiamenti, decisamente fluide e imprevedibili, e assimilabili nella loro interezza – complice anche un minutaggio medio abbastanza alto – solamente dopo un elevato numero di ascolti. Particolare attenzione merita inoltre il concept (semplicemente delirante, leggere per credere) che viene narrato nel disco: un uomo decide di scendere negli inferi per incontrare il diavolo in persona, il quale avrebbe acconsentito a rivelargli tutti i segreti dell’universo. Questi, per tutta risposta, offre all’uomo un semplicissimo cheeseburger, all’interno del quale, a suo dire, sarebbero custodite tutte queste informazioni. Tutto abbastanza semplice, no? Beh, non proprio: ironia della sorte si viene a sapere che il protagonista della vicenda in realtà è vegetariano e di conseguenza si vede costretto a rifiutare l’offerta, vanificando in questo modo tutti gli sforzi compiuti nel corso del viaggio.

Data l’altissima qualità su cui si assesta tutto questo Deconstruction, estrapolare dalla tracklist solamente un paio di highlight diventa un’impresa oltremodo difficile, se non addirittura impossibile: tra gli episodi più riusciti possiamo certamente citare Juular, brano piuttosto compatto e visionario che si mette in evidenza per una parte finale a dir poco caotica (da intendere nel senso buono del termine) e travolgente, oppure la più canonica Stand, forse il pezzo meno imprevedibile di tutto il disco, che ha dalla sua alcune melodie particolarmente orecchiabili. La palma di “canzone più demenziale dell’album” va indubbiamente alla title-track Deconstruction: introdotta da un sonoro peto (chi d’altronde non è solito cominciare le proprie canzoni con un peto oggigiorno?), la traccia si snoda nei suoi nove minuti di durata lungo ritmiche forsennate, digressioni progressive, veri e propri inserti zappiani e assoli di chiara derivazione fusion, il tutto condito inoltre da varie parti recitate al limite del nonsense. Assolutamente degna di menzione anche la lunga Planet of the Apes, brano decisamente complesso e articolato che coniuga melodie orientaleggianti, pause e repentine ripartenze, improvvisi break acustici e refrain sfacciatamente pop. Ritornelli pop-oriented che caratterizzano anche la successiva Sumeria, pezzo oltremodo potente, letteralmente sorretto da un’ottima prestazione del duo Duplantier / Masvidal, mentre invece la seguente The Mighty Masturbator vira su coordinate più prettamente progressive, per una canzone a dir poco cervellotica nella quale trova spazio anche un a dir poco inusuale intermezzo techno-dance. In mezzo a questi autentici colossi passa quasi inosservato quel piccolo gioiello che risponde al nome di Pandemic, traccia estremamente tirata e di grande impatto, nella quale la voce eterea di Floor Jansen si staglia su trame sonore dal chiaro sapore Strapping Young Lad.

In definitiva, Deconstruction è con ogni probabilità il lavoro più sfaccettato e ambizioso mai dato alle stampe da Devin Townsend, nonché, a conti fatti, una delle uscite più interessanti di questo 2011: un disco folle dalla prima all’ultima nota, dove sonorità heavy, thrash, death, black, techno e progressive si combinano tra di loro in modo da dare alla luce una miscela assolutamente fresca e originale, estremamente complessa ma ugualmente valida sotto il profilo qualitativo. Certo, sono necessari numerosi ascolti per poter entrare in completa sintonia con quest’album, ma siamo sicuri che, qualora decidiate di concedergli una possibilità, non ne resterete affatto delusi.

Lorenzo “KaiHansen85” Bacega

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Tracklist:
01. Praise the Lowered
02. Stand
03. Juular
04. Planet of the Apes
05. Sumeria
06. The Mighty Masturbator
07. Pandemic
08. Deconstruction
09. Poltergeist

Line Up:
Devin Townsend – Vocals, Guitars, Bass, Keyboards, Programming
Ryan Van Poederooyen – Drums on Tracks 1, 2, 4 and 6
Dirk Verbeuren – Drums on Tracks 3, 5, 6, 7, 8 and 9


Paul Kuhr – Vocals on “Praise the Lowered”
Mikael Åkerfeldt – Vocals on “Stand”
Ihsahn – Vocals on “Juular”
Tommy Giles Rogers – Vocals on “Planet of the Apes”
Joe Duplantier – Vocals on “Sumeria”
Paul Masvidal – Vocals on “Sumeria”
Greg Puciato – Vocals on “The Mighty Masturbator”
Floor Jansen – Vocals on “Pandemic”
Oderus Urungus – Vocals on “Deconstruction”
Fredrik Thordendal – Lead Guitar on “Deconstruction”

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